Ciò che resta di Rigopiano

Tre anni dopo la tragedia sono ancora molti gli interrogativi sulla mobilitazione dei soccorsi e si sospettano ricostruzioni alterate. Federica, figlia di due vittime, racconta nella sua tesi di laurea i limiti della burocrazia.
Una commemorazione delle vittime della tragedia dell'hotel Rigopiano

Sono passati tre anni dalla tragedia di Rigopiano, la località del pescarese ove di trovava l’hotel di lusso posto a 1200 metri di quota. Alle 17 circa del 18 gennaio 2017 una valanga si era staccata dal monte Siella, a seguito di tre scosse telluriche, radendo al suolo la struttura in cemento armato e uccidendo 29 persone delle 40 coinvolte.

Quattro uomini del soccorso alpino e della guardia di finanza – con gli sci con pelli di foca ai piedi e nell’impossibilità di proseguire con i mezzi -, riuscirono a raggiungere l’hotel alle 4 di mattina. Intorno alle 6.30, arrivarono gli elicotteri per portare a valle i primi due superstiti rimasti fuori dall’hotel, dando avvio così all’attività di ricerca dei dispersi che durerà una settimana. Delle 40 persone presenti in quel momento nel resort, 28 erano gli ospiti e 12 i dipendenti. Ad essere tratti in salvo saranno 11 persone. Quanto accadde dopo è storia nota ed è stata raccontata  in modo molto dettagliato da tante testate giornalistiche.

Quanto invece accadde tra la mattina del 18 gennaio, il primo pomeriggio e le ore immediatamente dopo la tragedia, è oggetto d’indagine e saranno solo le carte processuali a ricostruirlo.

La Procura di Pescara, infatti, sta cercando di accertare le responsabilità con un’inchiesta atta a chiarire anzitutto il ritardo di un’ora e mezza almeno nell’attivazione dei primi soccorsi dopo la valanga. A dicembre 2019, intanto, sono state archiviate le posizioni di 22 indagati, tra cui spiccano esponenti della politica quali gli ex governatori abruzzesi, assessori della Protezione Civile e alcuni funzionari. Invece, restano in piedi le accuse agli ex sindaci e impiegati del comune di Farindola e al gestore dell’albergo.

Ad oggi, inoltre, un’altra pista d’indagine è battuta dagli inquirenti: quella che inizialmente avrebbe dovuto costituire un altro processo per “depistaggio e frode processuale”. Si tratta di un procedimento volto ad accertare le omissioni  nel riportare le segnalazioni di richiesta di soccorso alla Prefettura di Pescara e l’aver nascosto agli inquirenti i brogliacci con le chiamate in arrivo. In particolare si fa riferimento alle chiamate fatte dal cameriere Gabriele D’Angelo, una delle 29 vittime, la mattina del 18. Richieste, infine, in questi giorni, ulteriori indagini suppletive dall’avvocato Romolo Reboa per far luce sui molti accadimenti in atto dal 16 il 18 gennaio 2017, responsabilità in cui sono chiamati a rispondere anche carabinieri forestali.

Quest’anno infine, pochi giorni dopo l’anniversario della tragedia, il 21 gennaio, Federica Di Pietro figlia di Barbara e Piero, morti nella valanga, si è laureata  con 110 e lode in Scienze politiche (Scienze dell’amministrazione e delle politiche pubbliche) con una tesi centrata sulle leggerezze che hanno portato alla tragedia di Rigopiano. Il titolo è “I limiti del potere decisionale nella burocratizzazione della pubblica amministrazione: la tragedia di Rigopiano”. Si tratta della seconda laurea per la ragazza di Loreto Aprutino che si era definita “orfana di Stato”, frutto di una promessa fatta molto tempo prima al padre.

La prima laurea, in giurisprudenza, invece, doveva essere discussa proprio al ritorno dei genitori dalla breve vacanza a Rigopiano. Fu rimandata di nove giorni e la tesi fu posta a fianco alla bara dei suoi.

La tematica affrontata stavolta in questo lavoro analizza, da un punto di vista sociologico, “come” avvengono le decisioni nella pubblica amministrazione e i limiti e i vizi che ne derivano. Un processo nel quale, secondo Federica, con molta lucidità sottolinea il tema dell’eticità della responsabilità delle persone chiamate a decidere: qualsiasi sia il proprio ruolo. Qualsiasi, aggiungiamo, sia il luogo: anche oltre Rigopiano.

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