Cinema e stereotipi

Principesse mascolinizzate, arriviste implacabili oppure scialbe e poco degne di considerazione. Ma qualcosa sta cambiando…
Le tre protagoniste di “Bombshell - La voce dello scandalo”, Charlize Theron, Nicole Kidman e Margot Robbie.

La produzione cinematografica, come quella artistica, viaggia su un doppio binario. Da un lato è specchio della realtà, racconta la società come la vede. Dall’altro la influenza, istillando dubbi, minando certezze, stimolando il pensiero. Se guardiamo alle caratteristiche della femminilità attraverso il filtro del grande schermo, abbiamo una difficoltà: la marginalizzazione del ruolo.

Damigella in pericolo, oggetto sessuale, comparsa asessuata. Sono alcune modalità con cui, storicamente, le donne vengono inserite nelle trame dei film. Un atteggiamento che può essere ricondotto allo stereotipo della donna oggetto, desiderio di principi azzurri, essere indifeso, bersaglio di frustrazioni e sfoghi. Oggetto, appunto. Destinataria di azioni e mai protagonista.

La produzione Disney per decenni ha insegnato alle bambine d’Occidente a farsi belle e aspettare in un angolo, almeno fino alla fine del ’900, quando per ragioni economiche hanno cominciato a produrre film come Ribelle. La pellicola, nata in seno alla Pixar, acquisita dalla Disney, narra di una principessa che preferisce tirare con l’arco piuttosto che ricamare. Un ribaltamento di stereotipo, una principessa “mascolinizzata”.

Già, perché sembra che un personaggio possa essere vincente solo se in possesso di caratteristiche che, storicamente, si attribuiscono ai maschietti: il coraggio della forza, la combattività, la violenza seppur edulcorata, per essere consegnata ai bambini. Le produzioni dedicate al mondo adulto non lasciano spazio ad interpretazioni alternative. Negli scorsi Academy Awards, i ruoli femminili sono relegati ai margini. Le donne sono spesso oggettificate, marginalizzate. Anche quando sono protagoniste per ovvie ragioni (Bombshell racconta dello scandalo #metoo), vengono rappresentate come arriviste implacabili oppure scialbe e poco degne di considerazione.

Specchio della realtà o sguardo visionario, il cinema di massa non ci regala molti spunti per raccontare la femminilità. Nel film JoJo Rabbit, Scarlett Johansson interpreta una madre che nasconde una ragazzina ebrea nella Germania nazista, all’insaputa di suo figlio preadolescente. Nonostante la rabbia per quello che le accade intorno, Scarlett cresce suo figlio con dolcezza, accompagnando le sue difficoltà senza essere prevaricante, lo lascia anzi coltivare le frequentazioni di una buffissima gioventù hitleriana. Da madre, media il mondo nei confronti del figlio e della giovane fuggitiva, si fa scudo senza rinunciare alla tenerezza nei loro confronti e, nel frattempo, non rinuncia ai suoi valori nei confronti del Regime, tanto da essere poi giustiziata.

In Italia, ai David 2020, Isabella Ragonese strappa una candidatura come miglior attrice protagonista per il film Mio fratello rincorre i dinosauri, vincitore del David Giovani. La Ragonese nel film è madre di una famiglia numerosa, il cui ultimo figlio ha la Trisomia 21. Dal suo personaggio possiamo prendere alcune caratteristiche interessanti: la Ragonese è accogliente nei confronti dei propri figli, nel senso che ne accoglie i sentimenti, li porta con sé, ne condivide la croce. Il suo approccio è dolce, propositivo e non banale. La quotidianità è vissuta insieme al marito, del quale è complementare, perché mette in condivisione le proprie caratteristiche, offrendo le proprie e beneficiando di quelle altrui.

Questo è il passaggio che viene spesso dimenticato e che non rende giustizia all’universo femminile: se una donna, per essere protagonista, deve “travestirsi” da uomo, viene svilita. Sarebbe più proficuo iscrivere la narrazione nel solco della complementarità tra uomo e donna, ognuno con le proprie caratteristiche. Possono (e devono) anche sovrapporsi, sia nel ménage familiare che in ambito professionale, ma non possono essere negate.

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