Cielo chiuso

Pochi scrittori italiani tentarono di entrare, nell’immediato dopoguerra, senza furore ideologico, nel vivo di quella ferita sanguinante che la contrapposizione tra fascisti e partigiani aveva prodotto nel nostro tessuto sociale. Fra i pochi coraggiosi troviamo Gino Montesanto, scrittore romagnolo, che s’era già fatto conoscere con Sta in noi la giustizia. Egli infatti pubblicò nel 1956 Cielo chiuso, oggi riproposto da Diabasis. Come scrive Marco Sangiorgi nella postfazione, i tempi sono maturi per leggere il romanzo con serenità, perché ci troviamo di fronte ad un’opera estranea a preconcetti schemi ideologici e capace di far rivivere la tragicità della guerra civile senza cadere in risentimenti di parte. Cielo chiuso è storia di famiglia, di guerra, di fronti contrapposti, di ritorni e partenze, di amori confusi, ma soprattutto di una generazione andata allo sbaraglio. Siamo nel 1943. Ugo e Nicola sono fratelli e vivono, a Cesenatico, l’esaltante esperienza dell’incontro col Duce in visita alla loro città. Giuliana è la ragazza di Nicola ma di essa Ugo è segretamente innamorato. Enfasi ed ideali di patria accendono i cuori dei due giovani che sognano un’Italia grande. Insieme decidono di partire volontari per la guerra La vicenda bellica precipita: prima lo sbarco degli Alleati, poi l’armistizio, infine la ripresa tedesca al Nord e la guerriglia partigiana. Il malcontento dilaga e vengono attaccati sui muri i primi manifesti contro la guerra e Mussolini. Molti però si guardano intorno sconcertati: cos’è questo voltafaccia improvviso? Anche Ugo si sente smarrito e gli sembra che tutto congiuri contro i suoi ideali. Parte per la Jugoslavia e lì sperimenta l’assurdità della guerra e l’amicizia con Schirilò, uno studente dalle strane idee ma dal cuore grande. Entrambi feriti, si ritrovano in ospedale. Schirilò ha la spina dorsale rotta e i giorni contati: Sono quel che loro chiamano un sovversivo. Non la penso allo stesso modo di chi oggi ancora comanda. Non l’avevi capito? Voglio che la guerra finisca presto e che la perdiamo: ecco cosa voglio. Il tuo Mussolini deve sparire perché c’è da ricominciare da capo. Schirilò accende nella mente di Ugo una luce nuova che lo porta a guardare il suo passato in modo diverso. Anche se sei un figlio del regime, dovresti capirmi. L’umanità è lercia di egoismi, una minoranza opprime la stragrande maggioranza. Non solo qui da noi. Scatenano guerre, compiono macelli pur di comandare. È l’inizio di un ripensamento per Ugo, il quale, pur non condividendo la disperazione assoluta del compagno, intuisce nel suo pensiero una forte coerenza e una prospettiva futura diversa. Sul versante del Sud, Nicola, invece, si prepara ad entrare nel vivo della guerra. Gli Alleati sono sbarcati e lui è pronto a fronteggiarli. Ma s’accorge che intorno regna il sospetto, nessuno ha più voglia di far la guerra e s’avvertono segni di disgregazione. Anche tra i suoi compagni d’arme c’è chi parla esplicitamente male dei fascisti. La notizia, poi, della caduta di Mussolini, lo lascia sbigottito. Non esulta come gli altri, anzi trova il coraggio di dissentire. Più tardi i due fratelli si troveranno l’uno di fronte all’altro su posizioni opposte: Ugo con i partigiani e Nicola a reggere il fascio locale di Cesenatico. Giuliana è dibattuta tra i due, ama Ugo che le ha manifestato i suoi sentimenti ma non riesce a lasciare Nicola. Proprio quando decide di non poter vivere nell’ambiguità e s’avventura in una missione pericolosa per salvare la vita di Ugo, viene falciata sulla strada del ritorno da una raffica aerea. I due fratelli si troveranno accanto alla tomba di Giuliana, per un ultimo ab- braccio, poi ognuno per la sua strada, ma quella di Nicola è sbarrata, senza futuro. Tuttavia, nelle ultime parole che Nicola consegna ad Ugo, per rassicurarlo che nell’eccidio dei partigiani lui non ha sparato un colpo, c’è l’implicita affermazione di una priorità, quella della fraternità. Un romanzo coraggioso, direi epico, scritto in un linguaggio scarno e poetico insieme, senza alcuna retorica. Sia i due fratelli che il personaggio di Giuliana sono tratteggiati con equilibrio e non c’è mai la prevaricazione dell’uno sull’altro. Né va dimenticata la dominante protagonista del romanzo, che è data da una Cesenatico spenta e ingrigita, con un mare che non ha più i fulgori limpidi del tempo di pace, con viali percorsi da cupe ronde: una Cesenatico che Montesanto ha rivissuto con partecipe misura umana. Se nel primo romanzo ci aveva consegnato una storia di sofferenza e di riscatto sociale del dopoguerra, il perdurare del clima di ostilità per le vicende politiche del 1948, che avevano portato il paese sull’orlo di una guerra civile, lo rimanda in quel discrimine che tanti avevano cercato invano di cancellare dalla memoria. Ritorna così ai momenti in cui gli italiani si sparavano tra loro ed avverte che lì si è prodotto uno spacco che va colmato. Prende così risalto la vicenda dei due fratelli per i quali finanche l’amore, emblematicamente espresso dal personaggio di Giuliana, diviene incerto e contraddittorio, impossibilitato quasi a prendere forma. Ancora lontani i giorni in cui si sarebbero avvistate crepe in quel grande muro della contrapposizione frontale fra i due grandi blocchi ideologici, fra due concezioni della vita. Ma Cielo chiuso profeticamente puntava lì. Una certa critica, soprattutto quella marxista, ritenne il romanzo non allineato, per cui lo si eluse, minimizzandolo. Non così Giorgio Bassani, Pier Paolo Pasolini, Carlo Bo, Domenico Porzio, Valerio Volpini che riconobbero nel libro, oltre al prorompere di un’autentica e genuina vocazione letteraria, il tentativo di dare una rappresentazione compiuta ad una delle pagine più tragiche della nostra storia.

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