Ciao Francesco, grazie di tutto

Francesco Sala, per parecchi anni collaboratore commerciale di Città nuova, è “partito per il Cielo”. Da circa 5 anni era ammalato di SLA. Una persona veramente speciale fino all’ultimo respiro.

Martedì 1 febbraio Francesco Sala ha chiuso gli occhi su questo mondo, quegli occhi che negli ultimi anni di malattia erano l’unico mezzo che gli permetteva di comunicare a tantissimi la sua vita, come sempre intensa, raccontando la sua anima, naturalmente e spiritualmente dinamica. Tra i moltissimi amici, non sono pochi i lettori e le lettrici di Città nuova che l’hanno conosciuto e che gli hanno voluto bene. Io sono soltanto uno di loro, anche se ho un vantaggio, che non è certo merito di nessuno di noi, ma un dono di Dio: ho vissuto con lui alcuni bellissimi anni nel focolare di Napoli, quegli anni che ti segnano e non te li scordi mai più. Ed ho condiviso con lui alcuni momenti fortissimi della sua e della mia vita. Sono realtà che mi hanno reso quello che sono ed esperienze che ci hanno legati per sempre.

Con Francesco ci siamo conosciuti più di 20 anni fa, quando lui aveva da poco superato la quarantina, io avevo qualche anno in più. Abbiamo condiviso impegni e passioni, momenti difficili e risate fino alle lacrime, praticamente tutto per quasi 8 anni, nella piccola comunità di laici consacrati del focolare di Napoli (eravamo in 4 all’epoca), al cuore della variegata e vivace comunità focolarina della Campania.

Un momento decisivo, un valico nel nostro rapporto, avvenne quando abitavamo già in città diverse: lui a Lecce ed io ancora a Napoli. Mi telefonò: “Ti devo parlare”. Si fece 4 ore di macchina per venire nella casa di campagna dove mi trovavo per un week-end di riposo. E mi raccontò la decisione di lasciare la comunità del focolare e di sposare Paola. Cosa gli potevo dire? Certo, anche di pensarci bene, ma che comunque nulla avrebbe potuto incrinare l’intensa esperienza vissuta insieme e la fede viva nel Risorto che avevamo condiviso.

Francesco Sala con la moglie Paola, foto tratta dalla pagina Facebook Io sono libero.

Dopo il matrimonio sono stato due volte da loro a casa, a Campi Salentina, dove ho conosciuto Paola ed ho compreso ed ammirato l’intensità e la dolcezza dell’amore che li legava. Da allora non li ho più scordati, posso anzi dire che mi venivano spesso in mente. Spontaneamente. Ho chiesto grazie per loro. Per anni.

Finché un giorno, mentre mi trovavo in Italia, un amico comune mi scrisse: “Francesco ha la SLA!” Che parolaccia: Sclerosi Laterale Amiotrofica. Una malattia progressiva e crudele che blocca completamente tutto il corpo, tranne gli occhi. Aspettativa di vita: 5 anni o poco più. La telefonata che gli feci fu uno strazio: già non riusciva ad articolare le parole. Però imparò abbastanza presto, testardo com’era, ad usare un puntatore oculare per scrivere. Perchè la SLA blocca il corpo, ma non tocca affatto la mente.

E la mente di Francesco era sempre in grande attività e rivolta a vasti orizzonti, come si intuisce dalle sue preferenze (da lui stesso indicate): Interessi: Geopolitica, Filosofia, Storia, Scienza, Leggere, Scrivere, Musica, Suonare, Viaggiare, Studiare le lingue, Fotografia, Nuoto. Film preferiti: Tantissimi. Musica preferita: Jazz, Bossa Nova, Classica. Libri preferiti: I classici della letteratura italiana e straniera, Gialli, Autori contemporanei.

Sul blog che decise con slancio di aprire quando era già ammalato, racconta: “Il 13 giugno 2016 a Bologna mi viene diagnosticata la SLA. Perchè proprio a me? Io sono libero, mi ripeto: libero di amare! Rileggendo per l’ennesima volta quella sigla SLA, ho pensato: SLA=Sono Libero d’Amare. Un desiderio mi spinge allora a condividere qualche pagina della mia vita”.

Francesco Sala con la moglie Paola, foto tratta dalla pagina Facebook Io sono libero.

Francesco ha scritto moltissime cose di sé, in questi anni, sul suo www.blogsonolibero.com. Un esempio fra molti: “Ero poco più di un ragazzo quando per la prima volta ho ascoltato Chiara Lubich raccontare la storia di un uomo che sulla croce grida: perché bisogna soffrire tanto? Che senso ha tutta questa sofferenza? Era l’agonia di un uomo ingiustamente inchiodato a quel palo. Quell’uomo era il figlio di Dio, quell’uomo era Dio. In un momento di massima disperazione chiede al Padre gridando: Perché? Subito dopo aggiunge: Padre, nelle tue mani affido il mio Spirito. Chinato il capo spirò, leggiamo nel Vangelo. Fu allora che capii che bisogna dare un nome ad ogni dolore della vita. Altrimenti la vita rischia di condurti alla disperazione”.

E anche: “Ho imparato a conoscere e gestire le emozioni. Ma questa sera, nel mio angolo buio, una nuova emozione mi assale. So che non potrò più suonare ma ho una certezza: la nuova compagna di viaggio, la SLA, va a braccetto con il metronomo di una litania: A Maronna t’accumpagna”.

E un sentimento intenso: “Il mio amore per Paola cresce a dismisura. Lei è la mia voce, è le mie mani, è il mio corpo che riacquista vita, è la gioia che non mi abbandona”.

Nel 2019, poi, ha perfino pubblicato un libro, che si trova anche su Amazon: “Sono libero di amare. La mia vita con la Sla”.

Mi ha colpito molto, infine, un saluto scritto lo stesso giorno della “partenza per il Cielo” di Francesco da Mirto De Rosario sul sito: portalecce.it, il portale dell’arcidiocesi di Lecce con il quale Francesco ha collaborato: “… provavo quasi una sensazione di invidia. Invidia per un uomo che da oltre cinque anni era affetto dalla sclerosi laterale amiotrofica, una malattia che ti annienta gradualmente e ti uccide giorno dopo giorno, ma conservava una sorprendente serenità. E quando incrociavo lui e la sua storia, attraverso i suoi scritti, rimanevo appunto sempre sorpreso dalla forza di chi, immobile in un letto, tra fili e sensori, muoveva il suo mondo come fosse un supereroe”.

E conclude De Rosario più avanti parlando dell’ultima intervista che gli ha fatto, qualche mese fa: “Era rimasto colpito e molto dispiaciuto di fronte alla notizia, l’ennesima purtroppo, di una persona che ricercava il suicidio assistito perché rimasta tetraplegico, a 43anni. Francesco No. Francesco ricercava la vita perché amava la vita. Perfino quella sua vita. Di fronte alla malattia – disse in quella circostanza – ho trovato il vero senso della vita. In Dio e con Dio che è vita e che è risurrezione. Oggi non ha vinto la morte. Oggi ha vinto Francesco, che ha sperato in quel Dio supremo che lo risusciterà nell’ultimo giorno”.

 

 

 

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