Chiese d’Oriente: dialogo ecumenico straordinario

Il 14 settembre 2022 è stata inaugurata ad Erbil la nuova sede del Patriarcato assiro d’Oriente, dopo più di 80 anni di diaspora a Chicago (Usa) a causa delle persecuzioni e degli stermini. Il dialogo assiro-cattolico ha fatto molti passi avanti negli ultimi decenni.
Il patriarca mar Awa III, foto di موقع كنيسة المشرق الأشورية CC BY-SA 4.0, Wikimedia commons.

È una storia assolutamente affascinante quella della Chiesa d’Oriente, fondata secondo la tradizione dall’apostolo Tommaso nel I secolo. Mi riferisco alla chiesa di rito siriaco orientale nata in Mesopotamia, anche nota come chiesa persiana, dalla quale provenivano i monaci nestoriani che nel VII secolo portarono il cristianesimo in Cina e in India. Da una complessa scissione avvenuta molto più tardi, nel XVI secolo, sono nate quelle che oggi si chiamano appunto Chiesa assira d’Oriente e Chiesa cattolica caldea.

Ma partiamo da oggi per volgere lo sguardo al passato ed al cammino ecumenico percorso dalle due chiese sorelle: il 14 settembre 2022 è stata inaugurata ad Erbil, nel Kurdistan iraqeno, la nuova sede del Patriarcato assiro d’Oriente. Qualcuno si potrebbe chiedere cosa ci sia di straordinario nel fatto che una chiesa assira abbia la sua sede patriarcale in terra d’Assiria. Lo straordinario è che la sede per più di 80 anni (1933-2015) era stata trasferita a Chicago (Usa), a motivo dell’ondata di persecuzioni e stermini contro i cristiani assiri in Iraq (1933), che seguì lo sterminio del 1915-1916 attuata dal governo dei Giovani Turchi negli ultimi anni dell’Impero ottomano nei confronti dei cristiani, oltre che degli armeni.

Solo dopo l’elezione del patriarca mar Gewargis III Sliwa, nel 2015, il sinodo della Chiesa assira d’Oriente decise di riportare in Mesopotamia la sede patriarcale. E questo ritorno si è realizzato con il successore di mar Gewargis, il patriarca mar Awa III, eletto l’8 settembre 2021: è il primo patriarca statunitense della Chiesa assira d’Oriente, il suo nome di battesimo è Daniel Royel ed è nato nel 1975 proprio a Chicago, Illinois. Per festeggiare il grande ritorno, il patriarca assiro mar Awa, con una delegazione che lo accompagnava, è stato ospite ad Ankawa (sobborgo cristiano di Erbil, in Iraq) dei vescovi caldei, su invito del cardinale Louis Raphael I Sako, dal 2013 patriarca di Baghdad dei caldei, che sono cattolici e quindi in comunione con il papa di Roma.

Il dialogo teologico ufficiale tra le due chiese era stato avviato nel 1984 ed aveva portato ad una dichiarazione cristologica comune dieci anni dopo, nel 1994. Il dialogo prosegue oggi in un clima di grande fraternità. Ciò che unisce le due chiese è molto più di ciò che le divide, perchè ciò che le ha allontanate è stato soprattutto il tempo e la distanza culturale.

La secolare liturgia siro-orientale, patrimonio comune di assiri e caldei, affonda le sue radici in una comune cristologia pre-efesina. Uno degli aspetti teologici che per molto tempo ha fatto guardare con sospetto la liturgia assira, soprattutto da parte dei cattolici, è stata la preghiera eucaristica, in particolare alcune anafore, per il fatto che vi siano spesso assenti le frasi evangeliche che riportano le parole di Gesù nell’Ultima Cena: “Questo è il mio corpo… questo è il mio sangue”.

Per quanto riguarda la Chiesa assira d’Oriente, la preghiera eucaristica più comune è quella denominata “anafora di Addai e Mari”, cioè la più antica preghiera eucaristica (probabilmente formulata nel III secolo), attribuita dalla tradizione a due discepoli di san Tommaso apostolo: Addai (Taddeo di Edessa) e Mari. Un grande passo avanti nel riconoscimento dell’anafora di Addai e Mari è stato compiuto nel 2001, quando il Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani e la Congregazione per la dottrina della fede dichiararono, dopo un approfondito studio, che l’Eucaristia celebrata con l’anafora di Addai e Mari è valida. La dichiarazione venne poi approvata da papa Giovanni Paolo II.

Negli ultimi anni, la diaspora dei cristiani iraqeni (e non solo) è stata terribile. Così scriveva, meno di 2 anni fa su Terrasanta, Fulvio Scaglione: “Dispersa, prima dalla guerra anglo-americana contro Saddam Hussein, poi dagli anni del terrorismo islamista, infine dall’invasione del sedicente Stato islamico (Isis) nel 2014. Umiliata nei numeri, visto che da 1 milione e 300 mila persone prima del 2003 si è ridotta alle attuali 300 mila. Minacciata da un’emigrazione che non si ferma e da un’insicurezza che non finisce. La comunità cristiana dell’Iraq affronta da anni sfide terribili”. Ma questa dolorosa diaspora ha anche favorito il radicamento in molte parti del mondo di molte chiese rimaste per secoli ancorate alle terre mediorientali.

Le parole del cardinal Sako, pronunciate recentemente (cf. fides.org del 20 settembre 2022), assumono quindi un peso specifico molto più intenso, pur presentandosi come espressione di opinione personale: “Ho studiato a fondo la nostra eredità orientale e gli scritti dei Padri della Chiesa. Quindi, non vedo nulla che impedisca l’unione della Chiesa caldea e della Chiesa assira d’Oriente sotto il nome di Chiesa d’Oriente”. Il Patriarca della Chiesa caldea si spinge poi anche oltre, aggiungendo: “La stessa cosa vale per la Chiesa siro-cattolica e la Chiesa siro-ortodossa”, che a suo giudizio potrebbero unirsi con il nome di “Chiesa sira di Antiochia”, poiché condividono la diffusione nelle stesse aree e un comune patrimonio liturgico, storico, linguistico e spirituale.

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