Chicago

Chicago nei ruggenti anni Venti: il jazz dilaga nei locali notturni e due ballerine uccidono, per onore e per orgoglio, una il marito, l’altra l’amante. Finiscono in prigione dove grazie al loro avvocato, grande manipolatore di coscienze e abile domatore di giurie e giornalisti nel circo della giustizia e dell’informazione, diventano le beniamine dell’opinione pubblica. Basterà a salvarle dall’impiccagione? Questo l’esile intreccio di Chicago, trasposizione sul grande schermo di un musical di Bob Fosse. Una storia che è un semplice pretesto per mettere in scena una maestosa macchina da spettacolo, che tra scenografie, coreografie e virtuosismi di ogni sorta tenta di riportare alla ribalta un genere, il musical, che sembrava ormai dimenticato. Rob Marshall dimostra di avere le idee ben chiare dietro la macchina da presa. Ogni inquadratura, ogni scena sembra pensata per sorprendere e girata per stupire. Gli danno man forte un trittico di protagonisti che non sono ballerini o cantanti di professione, ma che dimostrano di saper reggere benissimo la scena. Tutto è preciso, perfetto, curato nei minimi dettagli, ma freddo, affascinante e inaccessibile come un diamante in una teca. Va bene che l’artificiosità è spesso di casa nei musical e che di frequente i personaggi che vi abitano non si distinguono certo per profondità psicologica, ma in Chicago il trionfo della frenesia, del posticcio, dell’esteriorità e della semplificazione sembrano funzionali più a nascondere la pochezza di storia e personaggi che a esprimere un preciso obiettivo stilistico. Così, al di là di alcune scene particolarmente ben riuscite, il tutto finisce per assomigliare a un piatto troppo speziato che nasconde al palato ogni gusto e sapore. Regia di Rob Marshall; con Catherine Zeta-Jones, Richard Gere, Renée Zellweger, John C. Reilly, Christine Baranski, Queen Latifah, Lucy Liu, Taye Diggs, Colm Feore, Dominic West.

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