Chiara Luce Badano. Un meraviglioso capolavoro di Dio

Chiara Luce, una ragazza diciottenne, morta di tumore, è stata beatificata il 25 settembre nel Santuario del Divino Amore a Roma per un caso di guarigione a lei attribuito avvenuto a Trento. La prima del Movimento dei Focolari a raggiungere questo traguardo.
Chiara Badano
Ringraziamo Dio per questo suo luminoso capolavoro”, è quanto scrisse Chiara Lubich in un telegramma a Ruggero e Maria Teresa Badano dopo la partenza per il cielo della loro figlia Chiara.

 

La fama di santità di questa giovane di Sassello, diffusasi in modo strabiliante fin dai tempi della malattia, testimonia quanto un messaggio possa essere universale, coinvolgendo a più livelli laici, religiosi e addirittura non credenti, nonostante una malattia, di quelle inguaribili, che ti strappano in un breve lasso di tempo all’affetto dei tuoi cari e ai tuoi progetti.

Eppure Chiara Luce ancora oggi è viva più che mai; lei che aveva deciso di vivere il futuro stillandolo di attimi presenti sino alla morte, un esercizio a cui si era allenata fin dalla più tenera età[1].

 

Una gara d’amore

 

Chiara Badano nasce a Sassello, in provincia di Savona, il 29 ottobre 1971 da papà Ruggero e mamma Maria Teresa dopo un’attesa di undici anni. Chiara cresce tra l’affetto dei suoi genitori, molto attenti alla sua educazione cristiana, e quella di zii e nonni che le si stringono attorno come in una sorta di famiglia “allargata”. Mostra sin dai primi anni un carattere generoso e socievole, ma al contempo forte. Chiara ha solo quattro anni quando un giorno la mamma le chiede se vuole pregare con lei; al suo rifiuto Maria Teresa risponde così: “Pregherò anche per te”. Ma trascorre solo poco tempo che sente Chiara recitare le preghiere con lei.

 

In un bigliettino per il nuovo anno, a otto anni scrive: “Anch’io chiedo al Signore di benedire l’anno appena nato, anch’io attendo i doni preziosi della bontà, della forza, della pace. So che il tempo è un dono di Dio, so che ogni ora del giorno è una monetina da spendere con giudizio e con bontà”. Tra lei e la mamma ogni giorno c’era una sorta di gara a chi faceva più atti d’amore. E, come racconta Maria Teresa: “lei ne aveva sempre più di me al termine della giornata”.

 

Una vita nuova in famiglia

 

L’incontro con il Movimento dei Focolari avviene nel 1981. La famiglia Badano è invitata da alcuni conoscenti al Familyfest[2] che si svolge al Palaeur di Roma. Un incontro che si rivela l’inizio di una vita nuova alla luce dell’ideale dell’unità, per lei e i suoi genitori. Chiara, allora undicenne, si unisce prima alle gen 3[3] di Albissola e poi a quelle di Genova.

 

Risale a questo periodo la prima lettera indirizzata alla fondatrice del Movimento: “Carissima Chiara Lubich, per prima cosa mi presento. Sono una bambina di quasi dieci anni, mi chiamo Chiara come te, abito in un piccolo paese di nome Sassello in provincia di Savona. Io ti conosco, perché il 3 maggio sono andata coi miei genitori a Roma, al congresso delle famiglie, e in mezzo a tutta quella gente con un binocolo sono riuscita a vederti.

Quest’anno ho avuto la fortuna di partecipare alla mia prima Mariapoli[4]. Non sono andata coi miei genitori, ma ho scelto di andare con le gen 3 in un bel santuario chiamato la Madonna del Pozzo. Quando la mamma mi ha lasciata era un po’ preoccupata e mi ha detto: ‘Chiara, adesso sei sola, cerca di comportarti bene’. Ma io le ho risposto: ‘Mamma, non sono sola, c’è Gesù’.

Le bambine che ho incontrato erano buone, gentili, diverse da quelle di scuola, e insieme abbiamo cercato di vivere per Gesù. Ho fatto anche una piccola esperienza, prestando le mie scarpe a una bambina che doveva andare sul palco a raccontare anche lei la sua esperienza alla Mariapoli degli adulti. Ti abbraccio forte forte, Chiara”.

A dodici anni, durante il suo primo congresso gen 3, la scelta di Gesù crocifisso e abbandonato come “sposo della sua anima”: “Prima lo vivevo piuttosto superficialmente, e lo accettavo per poi aspettarmi la gioia. In questo congresso ho capito che stavo sbagliando tutto. Non dovevo strumentalizzarlo, ma amarlo e basta. Ho scoperto che Gesù abbandonato è la chiave dell’unità con Dio e voglio sceglierlo come mio primo sposo e prepararmi per quando viene. Preferirlo!”.

 

Ancora nel novembre 1985, ecco la scoperta del Vangelo vissuto, testimoniata in una lettera a Chiara Lubich: “Ho capito che non ero una cristiana autentica perché non lo vivevo sino in fondo. Ora voglio fare di questo magnifico libro l’unico scopo della mia vita. Non voglio e non posso rimanere analfabeta di un così straordinario messaggio. Come per me è facile imparare l’alfabeto, così deve esserlo anche vivere il Vangelo”.

 

Una ragazza normale

 

L’adolescenza trascorre tranquilla tra gli amici e lo sport che ama moltissimo, il pattinaggio e il nuoto in particolare, ma si diletta anche nel tennis. Spesso si reca in una casa di riposo, situata poco distante dalla sua abitazione, dove c’è una vecchina con cui stabilisce un legame del tutto speciale.

E poi lo studio. Nel 1985 la famiglia decide di trasferirsi da Sassello a Savona. Chiara si è appena iscritta al liceo classico, ma non vuole andare via dal paese. Così si giunge al compromesso di tornare ogni fine settimana a Sassello, dove può riabbracciare i suoi amici.

 

Chiara si applica molto nello studio, ma questo non le eviterà una bocciatura in IV ginnasio, nonostante le vivaci proteste di tutti i suoi compagni, perché davvero immeritata. Ad un anno di distanza ne parla ancora in una lettera alla sua amica Marita: “Per me è stato un dolore grandissimo. Subito non riuscivo proprio a dare questo dolore a Gesù. C’è voluto tanto tempo per riprendermi un pochino e ancora oggi a volte, quando ci penso, mi viene un po’ da piangere. È Gesù abbandonato”.

Forte in lei è il desiderio di comunicare con la propria vita e con gesti concreti la scelta di Dio, tanto che alla domanda che una volta la mamma le rivolge − “Parli mai con i tuoi amici di Dio?” −, risponde: “Non conta tanto parlare di Dio. Io lo devo dare”.

 

Venticinque minuti

 

L’estate del 1988 sta terminando, Chiara sta giocando a tennis, quando viene colta da un dolore fortissimo alla spalla, tanto da non riuscire a tenere più in mano la racchetta. All’inizio i medici pensano a una frattura e la fasciano. Ma poi – come racconta Ferdinando Garetto, amico di Chiara e allora studente di medicina – “un giorno lei stessa prende in mano il telefono e chiama i medici, chiedendo di fare una Tac perché non vedeva miglioramanti e i dolori iniziavano ad aumentare. Aveva 17 anni”.

Dalle ricerche ulteriori la diagnosi che risulta è un osteosarcoma localizzato tra la schiena e la spalla. Un tumore allora impossibile da curare. Dopo un primo intervento chirurgico, doloroso, inizia a comprendere che dev’essere qualcosa di estremamente serio. Chiede la diagnosi al medico e così viene a scoprire cos’ha.

 

La madre l’accoglie al ritorno da quella visita. Ha lo sguardo basso e non vuole parlare. Si butta sul letto e rimane così per venticinque minuti; poi d’improvviso si gira e dice: “Ora puoi parlare”. In quei momenti dice il suo sì a Gesù e da lì non torna più indietro, rispondendo da allora ad ogni avvenimento, con un’offerta decisa: “Se lo vuoi tu, Gesù, lo voglio anch’io”.

Il rapporto speciale con i genitori, basato su una profonda relazione di unità, accompagna Chiara durante il decorso della malattia. Un’atmosfera che il vescovo di Acqui Terme, mons. Maritano, che in seguito avvierà il processo di beatificazione, percepisce da subito e non esita a definire un “miracolo”.

 

Ricorda papà Ruggero: “Nella malattia abbiamo visto la mano di Dio: ho scoperto una figlia nuova, sconosciuta. Il rapporto che avevo con Gesù ci ha aiutato a fare i passi interiori necessari. Una volta Chiara, dopo una meditazione insieme disse: ‘Quando abbiamo la presenza di Gesù tra noi, siamo la famiglia più felice al mondo’”.

 

“Io ho tutto”

 

Il male avanza e Chiara perde l’uso delle gambe, che la costringe all’immobilità. “Aveva appena appreso la notizia − dice Garetto −. Mi precipito da lei, pensando a come poteva stare e invece entro nella stanza e lei mi accoglie con un ‘Ciao!’ e mi chiede anche dell’esame che stavo preparando”.

Un giorno Chiara è all’ospedale di Torino per un’iniezione che attenui le forti contrazioni alle gambe, quando riceve la visita di “una signora bellissima” che la prende per mano e la incoraggia. Racconta dell’episodio in una bobina registrata per i gen, descrivendo che era stata come attraversata da una gioia indescrivibile che definisce “un momento di Dio profondissimo”. Una signora che nessuno aveva visto entrare, nemmeno i genitori che si trovavano nell’atrio.

 

Intanto festeggia il suo diciottesimo compleanno. I soldi che riceve, pari a un milione e trecentomila lire, li consegna ad un suo amico, Gianfranco Piccardo, in partenza per il Benin per una missione dove andrà a scavare pozzi d’acqua potabile. Dice: “A me non servono, io ho tutto”.

Le cure ormai non sortiscono più alcun effetto. Scrive a Chiara Lubich: “Ti aggiorno un po’ sul mio stato di salute: ho sospeso il ciclo chemioterapico a cui mi ero sottoposta, perché è risultato inutile continuarlo: nessun risultato, nessun miglioramento. La medicina ha così deposto le armi! Solo Dio può”.

 

Racconta ancora Garetto: “Sempre nella cartella clinica di Chiara si legge: ‘Nel giugno del 1990 telefona la paziente e chiede di interrompere la chemioterapia… Decide anche di rifiutare la morfina: ‘Toglie la lucidità – dice -, e io posso offrire a Gesù solo il dolore. M’è rimasto solo questo. Se non sono lucida, che senso ha la mia vita?’”. Chiara, continua ad essere molto presente sia con i suoi amici che con gli stessi gen, anche solo con dei bigliettini, per rimanere in viva comunione con gli altri.

 

Un nome nuovo

 

La Lubich le dona un nome nuovo: “‘Chiara Luce’ è il nome che ho pensato per te; ti piace? È la luce dell’ideale che vince il mondo. Te lo mando con tutto il mio affetto”.

Arrivano gli ultimi giorni, Chiara Luce si domanda: “Perché Gesù non viene ancora?”. Decide di preparare tutto per la sua “festa nuziale”, come la chiama, con Gesù: sceglie personalmente i canti, il suo abito, da sposa, e la pettinatura.

Muore la domenica del 7 ottobre 1990, alle quattro del mattino. Le sue ultime parole sono per la mamma: “Ciao. Sii felice, perché io lo sono”. Al papà stringe la mano, quando le chiede se quelle parole valgano anche per lui. Le sue cornee verranno espiantate. Centinaia di giovani e non accorrono per donarle un ultimo saluto, c’è aria di festa al suo funerale.

 

Verso la beatificazione

 

Negli anni seguenti, tante sono le persone che si recano alla sua tomba e che si radunano anche nel giorno dell’anniversario della sua morte.

L’inchiesta diocesana per la beatificazione di Chiara Luce Badano prende avvio per volere di mons. Maritano, vescovo della diocesi di Acqui, l’11 giugno 1999 dopo un periodo di riflessione e studio di “quello che sarebbe successo dopo la sua morte”, afferma.

 

Il 3 luglio 2008 il papa promulga con decreto la venerabilità della Serva di Dio Chiara Badano per aver esercitato le virtù in grado eroico. Chiara Lubich partecipa a questa fase del processo, inviando un proprio allegato, confluito poi nel “papello” (documento redatto dai consultori teologi), in cui ricorda come Chiara Luce abbia assimilato tutti i dieci cardini della spiritualità del movimento: Dio amore, fare la volontà di Dio, Parola di vita vissuta, amore verso il prossimo, amore reciproco, l’unità e Gesù presente, Maria, la Chiesa e lo Spirito Santo. In maniera del tutto speciale, però, la giovane ha sperimentato “Gesù abbandonato ‘chiave dell’unità’; lo preferiva; lo scopriva nei lontani, negli atei”.

 

Nel gennaio dello scorso anno, un gruppo di medici, convocato dalla Congregazione delle cause dei santi per valutare un caso di guarigione attribuito all’intercessione di Chiara Luce, si esprime per la “non spiegabilità” del caso con le sole forze della natura secondo le conoscenze mediche.

Si tratta di un sedicenne di Trieste, colpito da meningite nel 2001. Tutti i tentativi di salvarlo erano stati vani e la situazione era gravissima, poiché cinque degli organi vitali risultavano compromessi. La mamma del ragazzo decise allora di rivolgersi al fratello, aderente al Movimento dei Focolari che chiede l’intercessione della giovane di Sassello. Si prega per un’intera notte e già dal giorno successivo il ragazzo inizia a migliorare.

 

Ad oggi, a seguito della promulgazione del “decreto sul miracolo”, si attende la data del 25 settembre, quando alle ore 16, al Santuario della Madonna del Divino Amore a Roma avverrà la solenne beatificazione.

La cerimonia sarà presieduta da mons. Angelo Amato, Prefetto della Congregazione delle cause dei santi. La stessa sera alle 20,30, nell’Aula Paolo VI, i giovani si ritroveranno per un momento di festa. Infine, domenica 26 settembre, alle ore 10,30 nella basilica di San Paolo fuori le Mura, la messa di ringraziamento sarà presieduta dal card. Tarcisio Bertone.

Un meraviglioso capolavoro di Dio dispiegato nel tempo, un’esistenza vissuta appieno che continua ad avere ancora oggi il sorriso di Chiara Luce.

 

 




[1] Bibliografia: M. Zanzucchi, “Io ho tutto”. I 18 anni di Chiara Luce, Città Nuova, Roma 2010.

[2] Familyfest: evento internazionale organizzato dal Movimento Famiglie Nuove.

[3] Gen 3: sono le giovani del Movimento dei Focolari tra i 9 e i 17 anni.

[4] Con il termine “Mariapoli” (città di Maria) si intendono gli incontri annuali del Movimento dei Focolari, dove le persone si ritrovano per vivere la fraternità che nasce dalla pratica dell’amore reciproco.

 

 

 

 

 

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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