Chiacchiere cristiane

Meglio far passare ogni parola al vaglio del rapporto con Dio.
Immagine simbolica

San Filippo Neri era buono (“Pippo buono”) e scherzoso, ma non una macchietta clericale: a un suo seguace amante del bel dire e incaricato di tenere un sermoncino nell’oratorio, ascoltatene la perfezione, fece ripetere per sei volte l’ornato discorso.
Oggi, al contrario, è più facile ascoltare o fare discorsi piatti, scontati, ripetitivamente inutili: prediche, omelie, commenti che dicono peggio ciò che il testo di riferimento (Vangelo o altro) dice molto meglio; parole surgelate o abitudinarie espressioni devozionali che rafforzano in chi crede più l’autocompiacimento che l’interiorità, in chi non crede l’estraneità se non il disgusto.
Un cardinale gravemente ammalato mandò a dire a dei sacerdoti di non parlare con leggerezza del dolore, ma ogni giorno possiamo misurare la distanza, in noi e in tanti altri, tra retorica cristiana («Non chi dice: “Signore, Signore…”») e una, anche una sola parola utile. E non c’è nessuna parola umana assicurata dall’essere inutile e anzi dal fare danno, quando c’è di mezzo Dio – cioè sempre, direttamente o indirettamente.
Ricordo una terribile ma lucidissima espressione di Pier Paolo Pasolini: «Vedo, e ormai voglio, l’inutilità di ogni parola». Esagerazioni, si dirà. Eppure c’è dentro un nucleo di verità innegabile. Nel naufragio consumistico delle parole, nel loro sciupìo massmediatico, nessuna parola conta, tanto più se cristiana, a meno che…
Mi vengono in mente versi tra i più belli di Mario Luzi (ingiustamente non-Nobel per la letteratura), che così ritraggono Gesù: «… lui profugo incessante della morte,/ solo senza profeti né apostoli,/ solo nella sua immagine,/ rientrata la parola, rientrato il silenzio della parola/ nella chiara e terribile/ semplicità del suo esserci./ E mi guarda/ palpitando dalla sua indicibile somiglianza» (da Per il battesimo dei nostri frammenti).
O c’è un silenzio della parola dentro la parola stessa, o ci sono chiacchiere, anche cristiane.
Ma allora bisogna stare muti? Non necessariamente. Ma cercare di far passare ogni parola al vaglio di un rapporto autentico (anche il più disastrato) con Dio, e solo allora scegliere silenzio o parola; e tra i miliardi di parole l’unica che dica qualcosa di dolore o di amore anche, o forse proprio allora, quando si è devastati dentro, nudi, crocifissi.

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