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Mondo > Scenari

Chi sono gli oppositori iraniani al regime degli Ayatollah?

di Bruno Cantamessa

- Fonte: Città Nuova

Bruno Cantamessa Autore Citta Nuova

Chi sono, dove si trovano e che seguito hanno i principali oppositori iraniani al regime teocratico degli Ayatollah, che si è imposto in Iran con la rivoluzione khomeinista del 1979 e che è ormai da alcuni anni controllato dai Pasdaran, le Guardie della rivoluzione islamica? Pel Berwari, attivista curdo: le élite in esilio non godono del sostegno delle minoranze nel Paese

Nella foto Maryam Rajavi, leader del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana, durante una manifestazione a Berlino a sostegno delle proteste in Iran. Credit: ANSA/EPA/CLEMENS BILAN.

All’inizio dell’aggressione di Israele e Usa all’Iran, nei primi giorni di marzo, si è diffusa la notizia di un ingresso in massa dei miliziani curdi in Iran dal Kurdistan iracheno dove sono in gran parte rifugiati. La notizia era stata data per quasi certa dalla Cnn e ripresa da Axios che, citando un funzionario statunitense e uno israeliano, parlava di milizie curde iraniane sostenute dal Mossad e dalla Cia che si preparavano a intervenire in Iran per dare una spallata anche sul terreno al regime degli Ayatollah. Notizia rivelatasi una fake news diffusa ad arte proprio dagli aggressori, che mostrano in questo modo di avere la memoria corta sulle numerose bufale rifilate dagli statunitensi alle milizie curde, per esempio in Siria, non più di qualche mese fa.

In una recente intervista a l’Espresso, Zagros Enderyarî, esponente del Partito per la Vita Libera in Kurdistan (Pjak), un’importante organizzazione armata curdo-iraninana: «Faremo la nostra parte per la democrazia in Iran, ma non siamo i mercenari degli Stati Uniti». E precisa: «Siamo in stato di massima allerta, ma le notizie che ci vedono coinvolti sul piano operativo sono false».

Il Pjak non è l’unica milizia curda che si oppone al regime teocratico iraniano. Appena oltre il confine, in Iraq, operano per esempio anche il Movimento Komala e il Partito democratico del Kurdistan iraniano. Questo per quanto riguarda il confine nord-occidentale, ma i curdi non sono l’unica popolazione non persiana dell’Iran ad essere oppressa dal regime. Anzi, nel paese le etnie rappresentano almeno il 40%, circa 35 milioni di persone.

A questo proposito, Pel Berwari, attivista curdo che collabora con il Centro di ricerca internazionale Memri (Middle East Media and Research Institute), così si rivolgeva agli occidentali alcuni mesi fa: «Se volete un vero cambio di regime in Iran, smettetela di fingere che l’élite in esilio salverà il Paese. La vera opposizione è già in Iran ed è rappresentata dalle minoranze». E continuava Berwari: «L’Occidente continua ad ascoltare le élite persiane in esilio… Ma queste persone non hanno alcun potere in Iran e non godono del sostegno delle minoranze». E spiega: «L’Iran non è solo persiano. È composto da molti altri popoli, tra cui i curdi ad ovest, i beluchi a sud-est, gli arabi ahwazi a sud, gli azeri a nord-ovest e i turkmeni a nord-est». Aggiungerei che nella mattanza messa in atto dal regime a giugno scorso, dopo le rivolte, i dissidenti etnici sono stati particolarmente presi di mira.

A proposito delle “élite persiane in esilio”, come le definiva Berwari, va sottolineato che le principali sembrano essere quella dei monarchici e quella avversaria dei Mujahedin-e Khalq (Mek), noti anche come Organizzazione dei Mujahedin del Popolo Iraniano (Pmoi). La maggioranza degli analisti ritengono che queste due fazioni siano più popolari tra gli esuli che tra la popolazione iraniana. Il problema di fondo di Netanyahu e Trump è che in realtà non sembrano veramente interessati ad aprire spazi di democrazia in Iran sostenendo le minoranze oppresse, ma solo a schiacciare il regime attuale per controllare il paese. E se in Iran Trump sembra cercare più che altro una soluzione coloniale simil-venezuelana, per Netanyahu lo scopo appare più l’annientamento del “nemico” da realizzare con una sorta di guerra perpetua che lasci spazio all’espansionismo sionista in Medio Oriente.

Nel corso delle ultime violente proteste di gennaio, represse nel sangue dal regime (che ammette 3 mila morti, ma secondo altre fonti potrebbero essere stati 20 o 30 mila) alcuni video hanno mostrato manifestanti intonare slogan a favore della monarchia e del figlio dello shah, che ha incoraggiato pubblicamente le manifestazioni. L’ultimo shah di Persia, Mohammad Reza Pahlavi (fuggito da Teheran nel 1979 e morto poco dopo in esilio) aveva instaurato un regime semi-dittatoriale appoggiato dagli Usa.

Non sono pochi gli iraniani che ancora oggi si dicono contrari ad un eventuale ritorno degli shah. Reza Ciro Pahlavi (oggi 65enne e residente negli Stati Uniti), il figlio dell’ultimo shah, afferma di volere che l’Iran diventi una democrazia, ma non ha mai detto quale ruolo rivendicherebbe in caso di crollo del regime. Inoltre, è evidente il sostegno esplicito di Trump nei suoi confronti e la simpatia mostrata dall’aspirante re di Persia verso l’ideologia MAGA, tanto da aver ipotizzato una sorta di progetto fotocopia denominato MIGA.

L’altra élite persiana in esilio, il Mek dei Mujahedin-e Khalq, è nata nel 1965 in Iran da studenti che si opponevano al regime dello shah Reza Pahlavi. In origine, il gruppo faceva riferimento ad un marxismo coniugato con l’islam sciita. Dopo la scomparsa nel 2003 leader storico Massoud Rajavi, la moglie Maryam Rajavi è diventata presidente eletta (nel 1993) del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana (CNRI), che l’ha designata come “presidente per il periodo di transizione della sovranità al popolo”. Maryam Rajavi avrebbe traghettato il movimento su posizioni sempre meno marxiste. Attualmente pare proporre un programma di tipo socialdemocratico laico. Ma il Mek è accusato, e non solo dal regime degli Ayatollah, di numerose ambiguità e di veri e propri intrighi. È comunque il gruppo di opposizione politica più grande e attivo della diaspora iraniana, e quello con una maggiore considerazione internazionale ad alto livello. In Iran, i mujahedin non sembrano godere di molta popolarità, e questo risalirebbe soprattutto alla scelta fatta dal Mek negli anni ’80 di allearsi con il regime di Saddam Hussein.

Ma il piano in 10 punti di Maryam Rajavi per “l’Iran di domani” esprime una visione moderna per un Iran non nucleare, caratterizzato da un governo basato sulla netta separazione tra religione e Stato. Tale progetto mira a garantire i diritti umani a donne, a non musulmani e ad altre minoranze.

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