Chi si lamenta è perduto

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La sosta è stata come un improvviso respiro trattenuto. L’onda emotiva suscitata dallo scoppio della guerra in Iraq e protrattasi sino alla fuga di Saddam Hussein ha spostato verso i grandi temi e le domande cruciali la percezione istintiva e la soglia di sensibilità degli italiani. Poi, calata la tensione e ripreso fiato, abbiamo prontamente arretrato su più modesti orizzonti quotidiani, dando la stura contro le piccole incongruenze esistenziali. Le recriminazioni sono tornate ad alimentare i cortesi conversari negli ascensori, ad infiammare le chiacchiere collettive sui mezzi pubblici, a sostanziare i bla-bla lungo i corridori, a ritmare le corse di ogni giorno. Oh, che caldo insopportabile. Proprio vero, non ci sono più le mezze stagioni. Oh, che traffico, andiamo di male in peggio. Oh, questi giovani, sempre più inconcludenti. Che pizza, il capoufficio. Che lagna, mia moglie. Che tormento, il dirimpettaio. È sicuramente lo sport nazionale per eccellenza, la lamentazione. Spara su tutto e tutti. È analitica fino ad assurgere a disciplina, pervasiva sino a toccare ogni argomento, pervicace ben oltre ogni scientifico cinismo, contagiosa più della polmonite atipica. La televisione e la politica, per di più, non aiutano. Anzi. Il dibattito tra maggioranza e opposizione è sorretto, come vediamo, dall’impalcatura delle lamentele più che da argomentazioni costruttive e proposte concrete. “I lamenti costituiscono – illustrano gli esperti della materia – una reazione episodica, istintiva e difensiva, di fronte a un improvviso dolore, fisico o psichico, che produce in noi una sofferenza acuta, imprevista, superiore alle nostre forze o alle nostre capacità di sopportazione” Spiegato così, il nostro borbottio appare addirittura come una nobile risposta ai disastri dell’umana condizione. Più prosaicamente, invece, la nostra pentola di fagioli in ebollizione si alimenta soprattutto con le scintille delle piccole avversità, degli inoffensivi imprevisti, di tutte quelle circostanze sfavorevoli, rese tali dal fatto che non corrispondono alle nostre aspettative o ai desideri del momento. In famiglia e sul lavoro, la faccenda è più complessa, perché le attese personali, anche inconsce, sono maggiori e ha facile gioco la ripetitività degli inconvenienti abituali. Ma nella stragrande maggioranza dei casi non c’è da drammatizzare. “Tu non ti dedichi abbastanza a me, non hai mai tempo “, è un ritornello noto al padiglione auricolare dei mariti. I rimproveri dei genitori verso i figli creano maggiori problemi: lamentarsi davanti a loro li predispone a comportarsi di conseguenza in futuro. In altre parole, “si riceve ciò che si dà”. E questo vale con parenti e amici, condomini e colleghi, capi, clienti e fornitori. “Bella roba! Adesso mi togliete anche il diritto di lamentarmi “, ribatterà prontamente chi è esasperato ogni santo giorno. “Continui pure a borbottare – replicano gli studiosi -, ma sappia che è controproducente”. E, soprattutto, non ha nulla di virile. “Il Bambino piagnucoloso, che si nasconde in ciascuno di noi, è il vero artefice di ogni lamentazione. E non ha nulla d’innocuo, perché ha intenzioni fortemente critiche”. Certo, motivi fondati per cui dar sfogo all’amarezza non mancano. Sfortuna propria e fortuna altrui, insuccessi ed errori, sgarbi e cattiverie, incomprensioni e incomunicabilità. E poi le tasse, i rincari, i ritardi, le code… Così si finisce per prendersela con il mondo intero o con qualcuno in particolare, che diventa il bersaglio privilegiato delle invettive. Lamentarsi è liberare una reazione istintiva. E questo dà soddisfazione e benessere. Ma solo nell’immediato. “Come nel caso dell’alcol, del tabacco e delle altre droghe che inizialmente generano in chi le usa un’eccitata soddisfazione, a poco a poco la lamentela può creare insoddisfazione e dipendenza crescenti “, chiarisce Luciano Ballabio, nel suo recente libro L’arte di non lamentarsi mai. E poi genera gravi conseguenze. Non solo perché si “inquinano” i rapporti interpersonali. Un primo effetto: si squalifica la persona di cui ci si lamenta. Secondo effetto – e qui facciano attenzione genitori, insegnanti, capiufficio, dirigenti, direttori e presidenti -: recriminando sugli altri, si denigra anche sé stessi. Se ne ricava, allora, che chi si lamenta è fritto, perdente e perduto. Insomma, il danno e la beffa. Franco Fornari, in Psicanalisi della situazione atomica, delinea quattro modi fondamentali di relazione tra le persone, facendo ricorso a sintetiche espressioni latine: Mors tua vita mea, Mors mea vita tua, Mors tua mors mea, Vita tua vita mea. I primi due caratterizzano rapporti di “reciprocità antitetica” (vita contro morte), i secondi due di reciprocità simmetrica, una negativa e una (Vita tua vita mea) positiva. La conclusione dello studioso è che i successi dell’uno sull’altro sono vittorie di Pirro, ovvero una sconfitta. Al di là dell’immediato, perciò, si raggiunge il risultato in modo duraturo solo se si vince insieme. Lamentarsi, allora, è puro autolesionismo. Come fare però per non soccombere alla tentazione di sbottare? Ballabio, esperto in formazione di dirigenti aziendali, ha maturato alcuni convincimenti. Così, nell’ambito del lavoro indica: trasformare avversità e imprevisti in nuove opportunità; mutare incomprensioni ed equivoci in occasioni di comunicazione e dialogo; non limitarsi a masticare l’amarezza per un mancato risultato, ma interrogarsi per acquisire nuove conoscenze in vista di un più alto obiettivo; smettere di nutrire rancore, ma essere grati a chi ha messo i bastoni tra le ruote, a chi ha tradito la fiducia, perché abbiamo imparato qualcosa di importante, anche se da un comportamento negativo. In amore, un aiuto può derivare dall’impegno a cambiare la formulazione di due domande di fondo. Da “Ma come fai a non capire?” – che è un implicito appello ad adeguare i comportamenti alle attese dell’interrogante – a “Ma come faccio a non capire?” -, in cui non si chiede nulla all’altro, ma si prova a comprenderne gesti e pensieri. Lo stesso vale per un secondo quesito, altrimenti sterile e vano: non “Perché ti comporti così?”, ma “Perché io mi comporto così?”. Più in generale, per Ballabio è fondamentale uno specifico approccio alla vita: “In ciascuna delle persone che ci circondano, in ciascuno degli eventi che ci accadono e in ciascuno dei nostri vissuti personali, professionali e sociali, possiamo cercare di vedere il meglio del meglio invece che sempre, solo ed esclusivamente il peggio del peggio”. E questo è consigliato anche in situazioni di sofferenza e di dolore fisico. L’arte di non lamentarsi mai implica, in definitiva, l’arte di interrogare: noi stessi, la nostra esperienza, e soprattutto gli altri. Potremo così provare a mutare i nostri comportamenti che suscitano lamentele e contribuire ad affrontare i problemi che creano insofferenza e disagio, presupposti d’ogni lagnanza. La disciplina (negativa) di non lamentarsi va perciò accompagnata allo sforzo (positivo) di migliorare progressivamente sé stessi, facendolo con gli altri e grazie a loro. Di grande ausilio, un ingrediente: saper sorridere dei propri errori, limiti e debolezze, per poter poi sorridere delle analoghe mancanze scorte negli altri. Il divertimento dovrebbe essere assicurato: la materia prima è abbondante. Edmund Burke, scrittore e politico inglese del Settecento, ci ricorda che la natura umana è sempre uguale a sé stessa. “Lamentarsi dell’epoca in cui si vive – osservava -, criticare coloro che hanno attualmente il potere, rimpiangere il passato, concepire eccessive speranze per il futuro sono tendenze comuni alla maggior parte dell’umanità”. Lo psicologo Pasquale Ionata aggiunge pure che nell’Italia di oggi serpeggia un’insoddisfazione continua. “Sono venute meno – ci dice – l’accettazione di sé stessi e della realtà così com’è. La società consumista ed edonista crea competizione e siamo perciò sollecitati a confrontarci con gli altri. C’è maggiore insoddisfazione in città che nei piccoli centri”. Consigli? “Tenere presente che le parole che usiamo sono sempre dei boomerang, tornano indietro. Non sottovalutare mai quello che diciamo, perché “Chi di spada ferisce, di spada perisce”. Bandire atteggiamenti vittimistici e commiserativi. Accettare invece sé stessi e passare all’azione per cambiare la situazione che origina la lamentela”. Molto semplice, no? Basterebbe tanto poco. Eppure siamo coriacei. Già qualche millennio fa, la saggezza cinese dispensava un avvertimento: “Se non puoi fare niente, perché ti lamenti? Se puoi fare qualcosa, perché ti lamenti?”. TERAPIA CONSIGLIATA Avvertenze. Per genitori, insegnanti, capiufficio, dirigenti, direttori e presidenti: recriminando sugli altri, si denigra anche sé stessi. Attenzione alle parole usate, ricadono addosso come un boomerang. Bandire vittimismi e commiserazioni. Applicazioni. Accettare sé stessi e passare all’azione. Trasformare avversità e imprevisti in nuove opportunità; mutare incomprensioni ed equivoci in occasioni di comunicazione e dialogo; non limitarsi a masticare l’amarezza per un mancato risultato, ma interrogarsi per acquisire nuove conoscenze in vista di un più alto obiettivo; smettere di nutrire rancore, ma essere grati a chi ha messo i bastoni tra le ruote, a chi ha tradito la fiducia, perché abbiamo imparato qualcosa di importante, anche se da un comportamento negativo. Indicazioni. Nelle persone che ci circondano, negli eventi che ci accadono e nei nostri vissuti personali, professionali e sociali, cercare di vedere il meglio del meglio invece che il peggio del peggio. Dosaggi. Tante domande quante sono le possibili occasioni di lamentela. Interrogare perciò noi stessi e gli altri per mutare i nostri comportamenti e le situazioni che creano problemi. Consultare un medico. O, meglio, l’amico giusto per imparare a sorridere dei propri errori, limiti e debolezze, per poter poi sorridere delle analoghe mancanze scorte negli altri.

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