Chi educa chi?

Sta diventando una parola d’ordine: “emergenza educativa”. Ed è assolutamente un bene che se ne prenda coscienza – anche se ce n’è voluto di tempo.
Famiglia

Sta diventando una parola d’ordine: “emergenza educativa”. Ed è assolutamente un bene che se ne prenda coscienza – anche se ce n’è voluto di tempo.

Eppure non era difficile rendersene conto. La catena della trasmissione dei valori condivisi da una generazione all’altra è da un pezzo che s’era interrotta. Benché non se ne fossero ancora palesate del tutto le rilevanti conseguenze.

Ora che – per dirlo con le parole forti, anzi perentorie, del cardinal Bagnasco – ci rendiamo conto d’essere ormai alle prese con un vero e proprio “disastro antropologico”, non resta che gridare all’allarme e correre ai ripari.

La Conferenza episcopale italiana ha lanciato questa sfida per l’intero decennio in corso, emanando gli “orientamenti pastorali” che portano il titolo: “Educare alla vita buona del Vangelo”. Il mondo politico, purtroppo, resta invece in cronico ritardo, quando non dà segni ripetuti di sordità.

 

In ogni caso, due cose le bisogna dire, chiare e tonde. Non basta, in primo luogo, lanciare proclami né appellarsi moralisticamente al recupero dei valori perduti. Né, d’altra parte, è sufficiente predisporre dei progetti di rilancio educativo, sui vari fronti, rivolti alle nuove generazioni.

Perché la questione – dobbiamo una volta per tutte avere il coraggio di guardarla dritto negli occhi – è che noi adulti per primi dobbiamo sentirci coinvolti in un vasto e profondo processo di ridefinizione dei percorsi e dei ruoli educativi.

Sì, perché, se è vero che la catena della trasmissione non funziona più, non è che tutto dipenda soltanto dalle nuove generazioni. La cosa, come sempre, è reciproca. Anche noi siamo implicati nella crisi, e di grosso.

Dunque, non si può fare come se gli educatori (famiglia, parrocchia, associazioni e movimenti, scuola, mondo del lavoro, ecc.), da fuori della crisi, debbano semplicemente avere il coraggio e la determinazione di riproporre ciò che è andato perduto. Anche essi, piuttosto, si debbono considerare non solo soggetto, ma anche oggetto di quella profonda ridefinizione spirituale, etica e culturale che ha da investire i percorsi e i processi educativi.

 

Ogni stagione di autentico rinnovamento, ecclesiale e sociale, ha avuto il suo motorino d’avviamento e non di rado il suo volano trainante in una riforma dell’educazione. Ci troviamo in un frangente di tale fatta.

Educarsi in modo nuovo per disporsi a educare in modo nuovo: ecco l’imperativo del presente. E già nel mettersi in relazione, in modo diverso e costruttivo, tra adulti, giovani e ragazzi, si darebbe il segnale che il cambiamento è davvero cominciato.  

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