Cèsaire e i libri bruciati

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A pochi giorni di distanza due notizie ci danno modo di riflettere su questo nostro tempo. La prima: l’Unesco, l’organizzazione per la cultura e la scienza dell’Onu, a causa di un trasloco da Parigi a Bruxelles, brucia – dico brucia – centomila libri della sua biblioteca. Tra essi la Storia generale dell’Africa, frutto della fatica e dell’impegno di Joseph Ki-Zerbo, che ne fu il coordinatore ed è considerato il più grande storico africano. Seconda notizia: muore all’età di 94 anni il poeta franco-caraibico Aimé Césaire, padre fondatore e inventore del movimento detto della negritudine, nozione che, come lui ci teneva a spiegare, comprende i valori spirituali, artistici e filosofici dei neri d’Africa. Un concetto – ripeteva spesso – che supera il dato biologico per riferirsi ad una delle forme storiche della condizione umana. Césaire, nato in Martinica, era discendente di antenati africani, portati schiavi nelle navi negriere. E di loro aveva la stessa tempra di acciaio. Grazie a lui la Martinica nel 1946 divenne un dipartimento d’oltremare della Francia. E, di Fort-de France, la capitale, fu sindaco dal 1945 al 2001. Uomo politico dunque, ma la sua anima e il suo intelletto affondavano le loro radici nella Madre Africa. Poeta fra i più grandi del Novecento, con il senegalese Senghor e il guaianese Damas, fu punto di riferimento per i giovani africani esuli a Parigi. Anticolonialista convinto, espresse bene la civiltà africana nei suoi poemi fra cui il più conosciuto è Cahier d’un rétour au pays natal, edito in Italia da Jaca Book. Amadou Hampâté Bâ, grande uomo di cultura del Mali, ha coniato l’adagio: Un vecchio che muore è una biblioteca che brucia. Césaire è morto, ma la sua opera rimane nella storia del suo popolo e del mondo con la ricchezza del suo genio. In Africa i valori della civiltà non sono relegati solo alla parola scritta, ma sono comunicati di generazione in generazione, passano di bocca in bocca, perché è vita e la vita se non è comunicata si spegne. L’Africa, lasciata dalla comunità internazionale alle sue contraddizioni, luogo di scontro fra i grandi del mondo per saccheggiare le sue risorse, conserva un tesoro prezioso nel suo seno. Io mi auguro che quando la sua ora arriverà, essa non abbia verso i suoi dilapidatori l’atteggiamento della vendetta; e che, come madre di tanti popoli, non solo perdoni ma ci dia da bere e mangiare alla fonte della sua saggezza. Perché è solo nella comunione e nel gioco del dare e del ricevere che potremo insieme evitare gli sbagli, superare le debolezze e acquisire nuovi pregi e virtù.

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