Cercando l’essenziale per uscire dalla crisi

Incontro pubblico ad Assago, una proposta di riflessione dei Focolari. Niente fuga consolatoria.
Duomo di Milano

A cosa serve essere più liberi se non siamo capaci di costruire un mondo migliore? La domanda ci pone di fronte a uno dei più grandi paradossi del nostro tempo. Siamo liberi ma impotenti. Negli ultimi decenni, come mai prima, abbiamo goduto di pace, democrazia, benessere, pluralismo. Eppure questa crisi economica ci ha messo a nudo nelle nostre fragilità e insicurezze. Il convegno “Essenzialità e condivisione”, che si è svolto ad Assago (Milano) il 4 marzo scorso, ha provato a interrogarsi su questo paradosso.
La crisi attuale, ha osservato l’economista Pier Luigi Porta, si sta rivelando qualcosa di più profondo di una crisi congiunturale: è crisi etica e di senso. È la crisi di un modello antropologico fondato sullo sfruttamento delle risorse naturali, sul dominio della tecnica, sul predominio dell’economico. Uscirne richiede nuovi paradigmi di pensiero e d’azione.
Forse – ha aggiunto il sociologo Mauro Magatti –, dobbiamo ripensare quell’idea di libertà a cui ci siamo affidati sino ad ora. Un’idea di libertà adolescenziale, intesa come possibilità di fare quello che vogliamo, senza fare i conti con l’altro, con la natura, con il limite. Oggi abbiamo la possibilità di essere liberi in altri modi, di darci delle mete ed essere disposti a sacrificarci per raggiungerle. Dobbiamo essere disposti a nuove alleanze alla pari tra famiglie, tra vicinati, tra territori.
Ma non è facile. Come ha osservato l’economista Luigino Bruni, fino ad ora abbiamo saputo vivere insieme solo entro rapporti in cui qualcuno comandava e qualcuno ubbidiva, senza elaborare modi per relazionarci tra pari. I carismi, che fioriscono dentro e fuori dalle chiese, ricchi di persone che sanno vedere lontano e vedere già quello che non è ancora, devono uscire allo scoperto e far sentire la loro voce.
«Esercitare la speranza in tempi di crisi – ha proseguito Luigino Bruni – è una forma di amore». Speranza che sia possibile ricominciare da un gesto di gratuità. Vivere con meno risorse e con più relazioni sociali. Lavorare senza prevaricare sull’altro. Risanare una periferia di una grande città con pochi soldi e molte idee. Ma non ci può bastare fare bene, consolarci in un ruolo di testimonianza. La nostra azione deve diventare strumento di trasfor­mazione collettiva in grado di incidere sul mondo. Questa la sfida da raccogliere.

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