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Cultura > Cinema

In cerca della verità

di Mario Dal Bello

- Fonte: Città Nuova

Il thriller psicologico diretto da Brad Furman, City of lies, è la parabola dell’uomo onesto e risulta un atto di accusa contro i poteri forti. Magnetica l”interpretazione di Johnny Depp

Non è il solito  film americano sulla polizia corrotta di Los AngelesCity of Lies – L’ora della verità, diretto come un thriller psicologico da Brad Furman.  La storia “vera” del detective Russel Poole, che scopre la corruzione all’interno delle forze dell’ordine, e che considera il proprio  lavoro una missione  sociale, un giuramento da non trasgredire, è sempre attuale. Dovunque. Costretto alle dimissioni, Poole non rinuncia a cercare la verità – che i suoi superiori nascondono – sull’omicidio di due star del rap negli anni ’90, tampinato da un giornalista aggressivo che gli crede e non gli crede nello stesso tempo, e incompreso anche dal figlio, lontano da lui. Pronto anche a morirvi, se sarà il caso.

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Il film è la parabola dell’uomo onesto, che crede al valore della trasparenza e della sincerità, deciso a svelare ogni forma di falsità. Poole si scontra con l’inganno, e paga in solitudine e incomprensione: lo si considera pazzo, strano, lo si isola all’interno della polizia, dove tutti, o quasi mentono, o non vogliono sapere la verità e si rifiutano di aiutarlo nella sua ricerca.  Quest’uomo solo, semplice, malinconico, ha una forza morale però straordinaria. Standogli vicino, il giornalista riceve una sorta di educazione alla verità, tanto da rifiutare nel suo lavoro di divenire complice di doppiezze e di successo facile. Il lavoro è stringente, rapido, sintetico, azioni e dialoghi sono essenziali, e risulta un atto di accusa contro i poteri forti – polizia compresa, bianchi o neri che siano – che finora hanno impedito la verità sul caso a cui lavorava Poole, oggi scomparso. Di qui l’attualità della storia e il messaggio che viene lanciato senza troppi sottintesi e senza alcuna retorica. Magnetica l’interpretazione di Johnny Depp, anima corpo volto e occhi pieni di dolore, stupore, decisione nel dar vita al personaggio: una delle sue migliori performance, insieme a Forest Whitaker nei panni del giornalista. Da non perdere, esce il 10 gennaio.

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Su un altro piano, quello dell’elegante – ma nient’affatto ridanciana (il contrario di quanto avviene da noi) – commedia francese, è il film di Gilles Lellouche 7 Uomini a mollo. Un titolo leggero per raccontare la vicenda di Betrand, quantenne in crisi esistenziale: decide di darsi una botta di vita iscrivendosi ad una squadra di nuoto maschile sincronizzato. Ovvio, incontra altri come lui, sovrappeso,  depressi, in crisi familiare, scontenti.  Una squadra di perdenti. Ma, siamo nella favola, la squadra riesce addirittura a partecipare ai campionati mondiali e a rappresentare, vincendo ,la Francia. Che importa se i media li trascureranno? Le loro famiglie no di certo. Altro che perdenti. Delle serie:  si può sempre ricominciare e fare cose impossibili, stile “Full Monty” anche a quaranta e passa anni. La verità è semplice: nella vita si deve saper rischiare. Cast francese ottimale, divertente,  regia scintillante.

 

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