C’è un tempo per ogni cosa

Quelli che credono in Dio si alzino in piedi sentenzia l’insegnante. Si alzano tre ragazze e due ragazzi, dei quali uno cattolico e l’altro luterano. Il cattolico si chiama Marcel. I compagni li guardano con un misto di rispetto, invidia, compassione, ironia. L’insegnante tiene un breve discorso di circostanza. Il tono è ironico, gli argomenti razionali. Credete dunque che esista Gesù bambino? E che tutti gli anni, a Natale, porti i regali ai bambini poveri?. Siamo in una piccola città al nord della Slovacchia. È il 1984. Passano sei mesi. È la fine dell’anno scolastico, si può essere promossi o bocciati, e lo stesso imperativo dell’insegnante risuona più minaccioso. Si alzano i soliti recidivi. Irritato nel rivedere le stesse facce, l’insegnante invita la classe a ridere dei compagni in piedi. La scena si ripete ogni sei mesi, per quattro anni. È il maggio del 1988. Sono rimasti in due, i credenti, alle porte dell’esame di maturità: una ragazza e Marcel. La ragazza passi pure, le donne sono in genere più pie. Ma Marcel… L’insegnante lo prende da parte e cerca di farlo ragionare. Dopo il liceo, di certo vorrà iscriversi all’università (infatti, ha intenzione di studiare medicina). Ora, per i credenti le possibilità di essere accettati agli studi sono quasi nulle. Che importa dichiarare pubblicamente di non esserlo? Dopo essersi iscritto senza problemi all’università, nessuno gli vieterà di professare privatamente la sua fede, osservando, è chiaro, la dovuta prudenza. È una cosa semplice, che però Marcel non riesce proprio a capire. Torna a casa turbato. La madre è in cucina, prepara frittelle di patate. Anna una volta insegnava slovacco nella scuola media ed era molto stimata. Un giorno, però, aveva commesso l’imprudenza di battezzare suo figlio. Messa in guardia dalla polizia, non aveva fatto tesoro dei consigli e aveva battezzato anche gli altri tre figli. Da un giorno all’altro si era ritrovata senza lavoro. Per fortuna in quel periodo l’asilo del paese era rimasto senza direttrice e lei era la candidata più adeguata. Iniziò a lavorare lì. I bambini la amavano, le colleghe la stimavano. La polizia la teneva d’occhio. Anna andava in chiesa, non voleva in nessun modo collaborare. Peggio per lei. Licenziata anche dall’asilo. Anna adesso gestisce un magazzino pieno di grano, mais e patate che, impastate con farina e uovo, si trasformano in gustose frittelle da mangiare con burro sciolto e zucchero a velo. Marcel ci va matto. La madre ha notato la faccia seria di lui. Speriamo che le frittelle lo tirino su, pensa. Che cosa c’è, Marcel?. Devo dichiarare di essere ateo per potermi iscrivere all’università. L’insegnante dice che è solo una formalità, poi posso essere credente. Cosa devo fare?. Anna tace per qualche istante. Poi, con tono raddolcito dice: Fai come ti abbiamo mostrato con la vita. Non serve altro. Marcel è orgoglioso dei suoi genitori e non ha più paura di rinunciare ad un sogno. In cambio l’insegnante scriverà con una penna rossa sulla sua domanda di iscrizione all’università: Credente, non idoneo ad intraprendere gli studi. Ad essere sinceri, certe decisioni non si improvvisano. Eroi non si nasce. E neppure santi. A 12 anni Marcel aveva ricevuto in regalo un libricino azzurro intitolato: Storia di san Giovanni Bosco. La mamma glielo aveva dato come fosse una reliquia, gelosamente custodita. Era una lettura pericolosa, sconsigliata. Marcel aveva colto l’importanza del regalo e capito che poteva gioirne, sì, ma con prudenza. Per questo leggeva la sera, nella penombra della sua stanza, sicuro che nessuno, oltre ai suoi, lo avrebbe visto. Con trascinante emozione riviveva ogni episodio della vita del santo, che di pagina in pagina diventava per lui un mito. Fremette di santa invidia quando scoprì che Don Bosco aveva imparato a camminare su una fune legata tra due alberi, mentre i bambini lo guardavano ammaliati con le teste in su e le bocche spalancate. Immaginò di diventare anche lui funambolo, di conquistare tanti bambini a Dio. Lesse il libro in tre sere. La terza non riuscì a contenere le emozioni, cominciò a singhiozzare. Accorse la mamma preoccupata. Cosa è successo? . È morto. Chi?. Don Bosco . Per Marcel la morte del santo voleva dire la fine di un sogno. Sfumava la speranza bambina di poterlo un giorno incontrare, seguire, imitare. Ci sarebbe voluto un incontro un po’ speciale perché ricominciasse a sperare. Del giovane Milan che aveva cambiato radicalmente vita parlavano tutti, come è facile immaginare in un paese di mille anime, vale a dire mille storie e bocche. Amante delle feste, maestro di scacchi, tipo brillante, Milan di punto in bianco aveva smesso di condurre una vita spensierata, per dedicarsi agli altri, in particolare ai più piccoli. Per rendere la cosa ancora più plateale, aveva cominciato ad andare a messa tutti i giorni. Era impossibile non notarlo in mezzo a tante donne non più così giovani. Marcel ne era tanto incuriosito quanto attratto. Un giorno, dopo la messa, Milan era rimasto fuori ad aspettare qualcuno. Chissà chi? pensò il ragazzo uscendo dalla chiesa. Grande fu il suo stupore quando si accorse che l’altro aspettava lui. Ciao, Marcel. Volevo chiederti una mano. Di che si tratta?. Con alcuni bambini stiamo costruendo una casetta di legno nel bosco, diventerà la nostra sede e rifugio. Ma non se la cavano ancora bene con questo tipo di lavori. Avrei bisogno di uno un po’ più grande che mi voglia aiutare e stare con loro. Ti va?. Certo . Allora ci vediamo oggi alle tre. Marcel tornò a casa con quattro balzi, leggero. Era successo quello che da tempo aspettava e sperava. Quindici bambini sui nove anni, Marcel di tredici e Milan venticinquenne. Una squadra alquanto originale. Tutti nel bosco a raccogliere legni. Tra i bambini c’è un’intesa particolare; giocano, si divertono, lavorano, sempre con il sorriso sulle labbra e gli occhi a cercare Milan. Quando i lavori sono già a buon punto, lui li invita a sedersi in cerchio. Tira fuori un foglio di carta, sul quale deve esserci scritto qualcosa di importante, visto che tutti attendono in silenzio con gli occhi puntati su di lui. È la Parola di Vita. Milan legge scandendo le parole. Marcel ha le vertigini. Intuisce che qualcosa di decisivo per la sua vita sta accadendo. Noi vogliamo vivere il Vangelo – spiega Milan -, ma il Vangelo è fatto di tante parole, difficile ricordarsele e viverle tutte insieme. Allora ci concentriamo ogni mese su una frase e cerchiamo di vivere quella. Questo mese Gesù ci dice di amare ogni prossimo come sé stessi. Non è facile, vi avverto, ma quando si riesce, si prova una grande soddisfazione. Ve lo dico per esperienza personale. Da quando ho cominciato ad amare il prossimo la mia vita è cambiata. Adesso sono felice. Milan non deve sforzarsi di convincerli, ce l’ha scritta sul volto la felicità. Quando Marcel torna a casa la mamma nota un fulgore nuovo nei suoi occhi. Cosa ti è successo?. Niente, sono felice. Da quel giorno il ragazzo non mollò più Milan. Il fratello di Marcel aveva finito da poco il servizio militare, che non doveva essere stato un periodo molto edificante. Spesso serio e silenzioso, parlava solo con gli amici, quando l’alcol gli scioglieva la lingua. Tornava a casa tardi, per andare dritto nella sua stanza, nella quale Marcel non lo aspettava, dormiva. Due pianeti mutuamente indifferenti l’uno accanto all’altro. I prossimi più prossimi sono i più difficili da amare. Gli farò trovare il letto pronto ad aspettarlo. decise Marcel. Altri avrebbero fatto in fretta, aperto l’armadio- letto, disteso il lenzuolo, coperto il materasso con un piumino e buonanotte. Lui, invece, disponeva ogni cosa con cura. E per finire, il pigiama ripiegato al centro del letto, che sembrava sussurrare amichevolmente: vestimi e vieni a dormire. Perché Marcel era fatto così. Il suo ordine non era precisione fine a sé stessa o perfezionismo. Era piuttosto naturale inclinazione all’armonia. Quel gesto non avrebbe dovuto lasciare indifferenti. Eppure, dopo una settimana, neanche una parola o per lo meno un cenno di gratitudine. Marcel era deluso. Fino a quando si deve amare?. Sempre e senza aspettarsi niente, si era sentito dire. Allora gli preparerò il letto ogni giorno, per tutta la vita, se sarà necessario. Una sera fu lui a tornare tardi a casa, quando il fratello dormiva già. Trovò il letto pronto. Andò nella stanza dei genitori per ringraziarli. Loro sorrisero: Sarà stato tuo fratello . Marcel non poteva crederci. Il giorno dopo, vedendolo, esclamò: abbracciarono commossi. Don Bosco, Marcel non l’aveva potuto incontrare, per ovvi motivi storici. Ma quel sogno di una vita si stava realizzando. Alcuni anni dopo avrebbe scoperto che Milan e i suoi amici erano legati al focolare, che in quel tempo, per via del regime comunista, operava nella clandestinità. E avrebbe riconosciuto proprio in quella vita per Dio, a servizio degli uomini, in mezzo al mondo, la sua strada. E gli studi? Passarono dodici anni dall’esame di maturità. Marcel si era trasferito da poco a Cracovia, quando si presentò la possibilità ormai inattesa di studiare riabilitazione e fisioterapia. Non ebbe neppure il tempo per prepararsi agli esami di ammissione. La chimica e la fisica erano ricordi nebulosi, l’esame in polacco, le probabilità di farcela basse. Eppure, si chiuse nella sua stanza e per tre giorni non fece altro che studiare. Se Dio vuole, sarò ammesso, si convinse. Del giorno in cui furono esposti i risultati dell’esame, Marcel ricorda un particolare: una linea rossa che divideva i 75 ammessi dai 125 respinti. Appena sopra la linea rossa c’era il suo cognome. La stessa penna che 12 anni fa m’impedì d’iscrivermi all’università pensò. Poveretto, ha dovuto aspettare tutto questo tempo, si direbbe. Ma se sapeste quanti giovani e adulti Marcel ha conquistato a Dio in questi anni, spostandosi come un funambolo su una linea immaginaria che collega Bratislava, Lublino, Varsavia, Cracovia, Katowice, Trzcianka, converreste con me che gli studi potevano aspettare. C’è un tempo per ogni cosa. E c’è un tempo per cogliere il disegno di Dio nella propria vita e realizzarlo.

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