Cattolici e presenza politica oggi

È uno dei temi ricorrenti del dibattito politico, da non confinare al momento delle elezioni. Alcune questioni nodali nell'intervista a Ernesto Preziosi
©girella/lapresse archivio storico Partito Popolare

Nonostante il blocco per la pandemia, sarà inevitabile, in Italia, l’adozione di una nuova legge elettorale. L’ipotesi, che sembra prevalente, di un ritorno al sistema proporzionale supera la logica bipolare e permette di dare spazio a più soggetti nuovi.

Tra questi si discute, da tempo, di un partito che potrebbe esprimere un esplicito riferimento al personalismo cristiano. Di un nuovo partito parla espressamente l’economista Stefano Zamagni. Un vero partito, Demos, lo hanno fondato alcuni esponenti di Sant’Egidio anche se, finora, si è limitato a presentare liste alleate con il Pd. Simboli e riferimenti religiosi compaiono nelle manifestazioni della destra.

Nella pratica, poi, quando si parla di cristiani impegnati in politica si oscilla dalla retorica astratta sulla “politica come forma più alta di carità” al timore di affrontare il tema concreto per paura di divisioni.

Ne abbiamo parlato con Ernesto Preziosi che ha scritto un libro, “Cattolici e presenza politica“, che parte dalle radici poco conosciute del cattolicesimo politico, per arrivare, senza timori, ad affrontare il dibattito dei nostri giorni.

Preziosi è infatti un autorevole studioso del pensiero sociale cristiano, proviene dall’Azione cattolica, dove è stato vicepresidente nazionale, ma ha avuto anche una recente esperienza parlamentare da deputato del Pd. Nel suo testo emerge un’analisi interessante quando afferma che, prima ancora della diversa scelta politica, esistono, tra i cattolici, differenti visioni di teologia della storia e del rapporto Chiesa mondo.

Non è evidente che da visioni così divergenti si arrivi ad optare per partiti diversi?
Le differenze a cui mi riferisco riguardano la recezione degli insegnamenti conciliari nel vissuto della Chiesa italiana. È come se alcuni non accogliessero il diverso modo della Chiesa di rapportarsi con la storia, la visione di una Chiesa che non sta di fronte al mondo, che non vi si contrappone, ma che lo anima dall’interno, riconoscendo le autonomie delle realtà terrene, la laicità degli stati e della politica. I ritardi, le difficoltà a maturare una visione di Chiesa conciliare comportano una diversa lettura della realtà sociopolitica e a ben vedere sono tra le vere cause di un indebolimento della presenza dei credenti. Non mi riferisco quindi, in prima battuta, alle legittime diversità che comportano un pluralismo di scelte politiche, ma alla necessità, a monte, di un cammino tendenzialmente unitivo che porti ad accogliere la fede in tutta la sua forza, nella sua capacità di cambiare idee e comportamenti ed a tradurla in una lettura culturale della realtà. La comunità cristiana ha questo compito e su questo deve massimamente impegnarsi.

Ma, mantenendo su un piano distinto la tensione unitaria nella Chiesa, non è inevitabile dividersi a livello dei partiti?
Il piano partitico misura il confronto con istanze storiche e contingenze culturali plurali di cui proprio la fede deve riconoscere la specificità e rifuggire dalla tentazione di sintesi indistinte. Se pensiamo all’esempio del Partito Popolare di Sturzo possiamo ricavare qualche utile termine di confronto soprattutto riguardo al rapporto fra fede e storia.

Appunto, il partito popolare non è nato come alternativo ai clerico moderati?
Nei primi decenni del Novecento Sturzo, da uomo di fede, coglie come il vero terreno su cui i cattolici devono maturare una sensibilità politica è il grande tema della libertà. Da sincero democratico, Sturzo sa che il partito a cui dà vita ha un suo programma specifico che non può che essere quello di una parte.

Il Ppi non si propose, quindi, come unica possibilità per i cattolici: anzi, si aprì a tutti coloro che si riconoscevano in un programma politico che, in materia sociale, era dichiaratamente progressista. Per questo era alternativo a un orientamento borghese-conservatore, caro invece alla classe dirigente del tempo, a numerosi cattolici e a non poca gerarchia ecclesiastica. Quest’ultima era la linea che aveva prodotto, ad esempio, il Patto Gentiloni e che: «attraverso alleanze programmatiche-governative, aveva lo scopo di conservare l’ordine sociale», contro il pericolo socialista. Una linea non condivisa dal Ppi. Preciserà Sturzo con parole dure: «I conservatori sono dei fossili, per noi, siano pure dei cattolici: non possiamo assumerne alcuna responsabilità».

E, oggi, cosa vuol dire questa consapevolezza? Ha senso il percorso avviato da Zamagni, per un nuovo partito di ispirazione cristiana che andrebbe ad intercettare i tanti astenuti o che votano il meno peggio? Tolti anche i casi estremi, non esistono, di fatto, posizioni incompatibili in campo sociale e non solo bioetico?
Esistono più percorsi che si propongono di andare nella direzione di formare un nuovo soggetto politico. Allo stato attuale mi pare si tratti di proposte di piccola portata e non facilmente disposte ad una convergenza. È un dato di debolezza che però rispecchia una situazione in cui potrebbe anche esserci spazio per nuove proposte, specie sul centro sinistra.

Nel caso del “manifesto” presentato da Zamagni, Becchetti ed altri, si fa riferimento ad un partito che abbia un’ispirazione cristiana ma con caratteristiche di laicità e non di confessionalità e con una precisa scelta di centrosinistra. È indubbio che nel quadro politico in cui ci troviamo, il centrosinistra per vincere una competizione elettorale deve poter contare su soggetti altri rispetto quelli oggi in scena. Un soggetto che si ponga sul centro del centrosinistra dovrebbe poter puntare sugli scontenti di un centrodestra sempre più estremizzato così come sui molti astenuti che potrebbero valutare una nuova offerta politica. È una strada che troverà il consenso degli elettori? La domanda resta aperta perché tutto sta nel capire la motivazione politica di fondo di una opzione del genere: qual è? Ha davvero la forza di rappresentare un centro di gravità politico utile al Paese?

Ma, allo stesso tempo, ci si può chiedere: a cosa serve stare in un partito come il Pd come minoranza di garanzia, che non incide sulla linea politica?  

Il Pd è un partito che, alla luce del percorso recente, ha il problema ineludibile di chiarire la propria identità nel mutato quadro politico.

Ci si può chiedere: il Pd è in grado di ripensarsi, di confrontarsi con la matrice iniziale, quella di un partito plurale che fa spazio alle diverse culture politiche? Se la risposta fosse positiva, allora la costruzione di una nuova sintesi che risponda ai cambiamenti sociali ha bisogno di una componente di ispirazione cristiana. Questo non per una pretesa nominalistica, ma per il bisogno del Pd stesso di essere aperto al contributo di idee e di progetto che può venire da quella parte di Paese.

E se la risposta fosse negativa?
Se invece, dopo il percorso recente, ivi compresa la fuoriuscita di una parte, il Pd si arroccasse in una collocazione di sinistra autosufficiente, il senso stesso di una presenza cattolico-democratica nel partito verrebbe meno. È un’incertezza, che non può durare a lungo e che dovrà trovare, in un momento congressuale, una chiarificazione e una leadership che si faccia davvero garante di questa pluralità.

Dentro un partito plurale o come soggetto promotore di una nuova forma partitica d’ispirazione cristiana, la presenza dei cattolici sulla scena italiana è sfidata non solo e non tanto sui temi eticamente sensibili (su cui è inaccettabile qualunque pregiudiziale laicista) ma forse ancor più sullo scenario complessivo nazionale, europeo e internazionale. È su questo che, forti anche di un ricco magistero sociale che oggi è tra le poche risorse rivolte a cogliere le complessità dei problemi e la loro possibile soluzione, si gioca la sfida della presenza dei cattolici in politica o meglio di una presenza politica di ispirazione cristiana.

 

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