Catania risponde Bandiere rosso azzurre

È una sensazione strana. È appena l’alba, ma si ha l’impressione di essere al tramonto. Come quando all’orizzonte il sole appena scomparso ha lasciato dietro a sé segni rossi e gialli del suo passaggio. Questo è Catania il lunedì mattina presto. Molto presto, quando solo i muratori che puntano i cantieri di lavoro sono già sulle strade. La città si affaccia al nuovo scorrere dei giorni con un’aria decisamente malconcia. Sembra uscita da un pestaggio; da una di quelle situazioni che – non si sa perché – ci finisci in mezzo e prendi un sacco di botte. Poi ti alzi da terra ancora frastornato e trovi qualcuno pronto a darti la colpa. A suscitare questo flusso di pensieri è stata una vecchia bandiera rosso-azzurra sbiadita ed un po’ strappata dalle raffiche di vento che, durante la notte, erano piombate giù dal vulcano che guarda la città dall’alto. Una bandiera con i colori della Catania calcistica, appesa su uno dei portoni d’ingresso dell’ospedale Garibaldi. Quello che solo poche ore prima non era rosso e azzurro. Solo rosso. Colorato del sangue dei feriti dagli scontri di un derby consegnato alla storia per la sua efferata violenza. E del sangue di un morto: Filippo. Anche lui travolto dagli stessi incidenti di cui i giornali hanno riempito pagine e pagine del week end appena archiviato. Catania è in ginocchio e quella bandiera floscia e strappata è segno inequivocabile di una resa. Il rosso e l’azzurro sono solo uno sfondo. Da dimenticare. Risalta di più il bianco. Il colore delle bandiere che sollevano coloro che non hanno più niente da dire. O non ne hanno più la forza. Altri hanno detto tutto per loro. Quest’immagine malinconica stride nell’animo di un catanese, pur se acquisito come me. Catania non è quella. Non è la città violenta che ammazza i poliziotti con la scusa del calcio. Catania, che da lì a poche ore vestirà il vestito a festa per accogliere ministri e uomini di Stato accorsi per omaggiare Filippo Raciti, è sana. Lo so, l’ho vista. Mi viene in mente Fabrizio di 12 anni che incontro sui campetti della mia periferia ovest, quella che dà verso l’autostrada per Palermo, che non vuole mollare il sogno di essere l’erede del gabbiano. L’idolo della curva, Jonatha Spinesi. La maglia che Fabrizio indossa ogni volta che lo incontro, quella di Spinesi, appunto, quella sì che ha i colori brillanti E non sbiaditi come la bandiera del Garibaldi. Oppure come posso scordare la volta in cui mi sono smarrito tra le strade disordinate di San Berillo, un quartiere degradato alle spalle del lussuoso corso Sicilia? Mi sono fermato un po’ ad osservare una partita tra ragazzini del quartiere ed ho conosciuto Alberto. Poco più di un metro e venti, ma un sogno grande così: diventare un calciatore del Catania e correre ad esultare sotto la Nord. Quella degli ultras. E ancora Salvo, che incontro ogni volta che scendo in campo anch’io. Lui ha talento da vendere, classe cristallina. Un sinistro alla Adriano. Eppure mantiene la famiglia con un negozio nel rione di San Cristoforo dove è cresciuto, vive e, guarda caso, ha imparato a giocare a calcio. Più penso alla bandiera scolorita e più mi tornano in mente i negozi e le bancarelle di via Plebiscito il giorno prima della partita. È un ribollire debordante di passione e affetto per i colori di una squadra appresso alla quale un popolo, quello di Catania, respira, soffre, gioisce, cade e si rialza. Non me ne voglia il presidente Pulvirenti, ma a Catania le condizioni per fare calcio ci sono. Eccome. C’è la passione. Per di più sana, popolare. Quella che esplode nei rioni. Quella di Salvo, Fabrizio, Alberto e tanti altri i cui volti catanesi non compariranno mai in versione lucida sull’album delle figurine ma offrono la certezza che il popolo calcistico di Catania non è quello degli esagitati che inseguono poliziotti e tifosi ospiti con manganelli alla mano. I loro sono colori sbiaditi, non i nostri rosso-azzurri. Non i sogni colorati di rosso e azzurro vivo che continuano a fiorire nelle periferie di Alberto, Fabrizio Salvo. Sogni che sostengono i campioni della serie A e fanno esplodere nel cuore dell’inviato di turno di ogni epoca attenzione… clamoroso al Cibali.

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