Il caso della Iuventa

Non è facile stabilire quali comportamenti sono corretti e quali no, durante i salvataggi in mare. Il governo e la procura provano a fare chiarezza, mentre la Ong tedesca respinge le accuse
Iuventa

Favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Fa discutere la vicenda della Iuventa, la nave della Ong tedesca “Jugen Rettet” finita sotto i riflettori della giustizia italiana perché sospettati di aver intrattenuto rapporti di collaborazione con gli organizzatori del traffico dei migranti nelle acque del Mediterraneo. La nave è stata bloccata, controllata e condotta al porto di Lampedusa, poi trasferita a Trapani. Attualmente si trova sotto sequestro, i membri dell’equipaggio sono a piede libero, il fascicolo è stato aperto dapprima contro ignoti, ma pare vi siano già quindici persone iscritte nel registro degli indagati.

La procura di Trapani (pare che l’inchiesta sia partita da mesi) contesterebbe ai membri della Ong tedesca di avere raccolto in mare dei migranti proprio nelle acque in cui sarebbero stati lasciati dagli scafisti. Un comportamento che farebbe sospettare un tacito accordo, anche perché alcune imbarcazioni sarebbero state abbandonate in mare permettendo quindi il recupero da parte dei mercanti di uomini.

La Ong tedesca si difende, respinge le accuse. Di certo, la stretta degli inquirenti appare necessaria per impedire eventuali abusi.

La vicenda appare emblematica anche perché, nel frattempo, il governo italiano ha imposto alle navi delle associazioni umanitarie che operano nel Mediterraneo il rispetto di un “codice di condotta” che non tutti hanno sottoscritto. E per motivi diversi. Non lo ha fatto, ad esempio, Medici senza Frontiere, che non accetta la presenza di armi a bordo. Di conseguenza, anche gli agenti di Polizia dovrebbero salire a bordo delle navi non armati: una condizionale difficilmente accettabile dal governo.

Quali saranno le conseguenze è ancora difficile da stabilire. Se il governo manterrà le intenzioni annunciate non dovrebbe essere permesso il loro approdo nei porti. Non ha firmato anche la tedesca Jugen Rettet, proprietaria della nave sequestrata dalla Procura di Trapani. Ma gli inquirenti assicurano che le due vicende non hanno punti di contatto. L’inchiesta sarebbe partita prima.

Forse ci sarà ancora qualcosa da rivedere. Intanto, alcuni punti appaiono significativi. Il sistema del salvataggio in mare dei migranti si regge sulle cosiddette “regole di ingaggio” (cioè le indicazioni del governo e dell’Unione Europea a chi opera nel Mediterraneo per il salvataggio dei migranti), ma anche su un sistema di prassi e comportamenti maturate sul campo. Non è facile perché molti comportamenti possono essere borderline: chi non ricorda, qualche anno fa, la vicenda dell’equipaggio del peschereccio mazarese accusato (dopo il varo della legge Bossi – Fini) di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina? Ed è pur vero che la stretta verso le Ong è arrivata nel momento in cui l’Italia si è vista chiudere le porte dagli alleati dei paesi europei, poco inclini a collaborare con l’Italia: ad oggi, il nostro paese, continua a sopportare il peso maggiore dell’immigrazione clandestina.

La notizia dell’inchiesta della Procura ha riacceso i riflettori. Al di là della vicenda giudiziaria e dei suoi esiti, c’è oggi il problema di costruire “ex post” delle regole che devono confrontarsi con una serie di comportamenti che possono apparire ambigui. Perché il confine è labile laddove mentre si raccolgono migranti si può (o si potrebbe) interagire anche con gli scafisti, o con chi ha condotto le barche fino ad un certo punto, e magari non in maniera casuale. Il governo, negli ultimi mesi, sembra propendere per la “linea dura” compreso la possibilità di operare in acque libiche. In tal caso, saremmo molto vicini al “respingimento” che molti condannano (per prime le Ong). Qui le posizioni dei gruppi politici, ma anche dei normali cittadini, si dividono. Ma un principio non può essere dimenticato: la necessità di salvare vite umane.

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