Caso Battisti: in attesa di giustizia

Intervista ad Alberto Torregiani, figlio del gioielliere Pierluigi, assassinato il 16 febbraio del 1979 da militanti del PAC (Proletari armati per il comunismo) nel corso di una rapina; Alberto, allora bambino, fu colpito insieme al padre e rimase paralizzato alle gambe
Alberto Torregiani

La sua storia, accanto a quella di suo padre Pierluigi, è stata segnata profondamente dalla violenza politica che ha contraddistinto un’epoca. Quali riflessioni sente di fare a distanza di tempo?

 

Quello che sento di dire è che se non si risolvono e affrontano i problemi quando vi sono, allora, anche a distanza di tempo, questi ti si rivoltano contro e te li trovi alla porta. A distanza di 30 anni oggi (e da ormai 4/5 anni) i sentori di nuove insoddisfazioni sono visibili. Come un cerchio, stiamo ricadendo nel baratro di quegli anni bui. Questo perché non si è mai risolto il problema del terrorismo, della società in declino. Non basta una buona tecnologia, servizi alla mano di tutti, false agevolazioni, quando i veri problemi di una società che sta declinando non si risolvono. Stiamo ricadendo negli stessi errori ma, a differenza di allora, non per negligenza od incapacità di governare, ma perché si spreca il tempo ad osteggiarsi l’uno con l’altro. Parliamo di globalizzazione, di riforme, di tecnologie che aiutano, quando poi litighiamo per il giardino più o meno verde del nostro vicino. Chi si prende il dovere di amministrare, e non solo, la società, dovrebbe lavorare esclusivamente al miglioramento della stessa.

 

Quanta attenzione ha trovato nelle istituzioni e presso l’opinione pubblica la vicenda della vostra famiglia e di altre famiglie vittime del terrorismo?

 

L’attenzione viene alla luce quando si riaccendono i riflettori attraverso i media. Oltre l’aiuto istituzionale dettato da leggi a favore delle vittime, ancora scadenti, se non è la vittima a bussare alla porta, non vi è altro tipo di aiuto, almeno questo ai tempi in cui ho subito l’attentato. Ora la situazione è un po’ migliorata, ma solo dopo tante battaglie per annullare quel silenzio che, “per non risvegliare il mostro”, il governo ha mantenuto per molti anni. Viceversa, l’opinione pubblica risente del riflettore acceso, ma con stupore. Ho notato che l’indegno non ha età; ancora oggi, dopo oltre 30 anni, la gente sa bene cosa è giusto e sbagliato e richiede giustizia oggi come allora e come la chiederà domani…

 

Il nostro Paese, a volte, sembra avere un debito di memoria. Si cancella, si rimuove forse troppo facilmente. Paura di affrontare le conseguenze della verità?

 

Questo silenzio è dettato semplicemente dal “non star di fronte” alle responsabilità, paura di affrontare le conseguenze di una verità, senza accorgersi che è solo facendo quei passi che si può intravedere un futuro migliore. Purtroppo, piccole faccende di palazzo oscurano i veri problemi del Paese. Anche per questo sono convinto che qualcuno deve mantenere accesa la luce e operare in tal senso.

 

Lei, anche recentemente, si è mostrato aperto a perseguire la verità senza cercare condanne esemplari per esecutori e mandanti politici dell’assassinio di suo padre. A proposito del caso Battisti, dopo la decisione del presidente brasiliano Lula di negare l’estradizione in Italia, lei ha parlato di “azioni forti” nel caso in cui la giustizia non sia in grado di fare il suo corso. Può spiegarci cosa intende?

 

Il mio perseguire la verità va oltre il caso Battisti. Vero, lo spunto è diretto a lui, ma il mio disegno di giustizia è globale e va oltre al fermarsi in merito ad una decisione. Se dovessimo accettare una soluzione che sappiamo sbagliata, fermarci alla sconfitta senza lottare, allora tanto vale vivere sottomessi rispetto a chi abusa del potere conferito. Credo fermamente che oggi serva un segnale, un simbolo, qualcuno che guardi oltre il proprio naso e vada là, oltre l’orizzonte. C’è un gran lavoro da fare per rimettere giustizia ed onestà in questa società, e per farlo serve gente che non si fermi ad osservare ma punti a risolvere le problematiche che si pongono oggi. So che il cammino verso la “mia” giustizia è molto arduo, l’ottenimento quasi impossibile, ma non demordo; se sarà necessario, alzerò la voce, e non solo, usando anche “azioni forti”. Non voglio dire come… Se succederà, la gente tutta se ne accorgerà e, sono certo, mi seguirà…

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