Carmela e Mastrocola

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La storia dei miei genitori potrebbe cominciare così: c’era una volta a Lanciano, un antico paese adagiato sulle colline abruzzesi, tra la Maiella e il mare, un piccolo calzolaio di ottant’anni, mastro Nicola, per tutti Mastrocola. Pochi capelli bianchissimi, lo trovavi seduto al suo deschetto, intento a creare un paio di scarpe nuove. Vicino a lui stava, da più di cinquant’anni, la moglie Carmela, preziosissima collaboratrice, piccola come lui, capelli imbiancati insieme a quelli del marito e raccolti nel caratteristico tupè. Ogni mattino il portone di legno della loro bottega si apriva, e due vetrine venivano appese a formare una nuova porta: un rito per me denso di significato. Da sempre quella bottega riecheggiava di risate, di discussioni animate, riguardanti le tematiche più impensate. Era usanza andare dal calzolaio, così come si va a trovare un amico, sedersi e partecipare alla discussione, che non riguardava sempre e solo notizie prese dalla cronaca o dalla politica del giorno. Ci si addentrava perfino in argomenti di filosofia, spiritualità, storia, teatro, cinema. A volte si andava da Mastrocola e Carmela per chiedere semplicemente un consiglio. Se quel tavolino da lavoro stracolmo di attrezzi potesse parlare, ne avrebbe di storie da raccontare! La prima è la mia che, sin da piccolo, passavo ore a piantare chiodini uno dietro l’altro come tante perline fino a fare il giro del tavolo, sotto lo sguardo paziente di papà che mi lasciava fare. Quel deschetto ha sempre significato qualcosa di sacro per me, tanto che il giorno del mio matrimonio chiesi ed ottenni dal carissimo don Luciano di potermi confessare seduto proprio lì accanto. Poi Argentino, un cugino di Mastrocola. Innamorato della sua bella, per l’estrema timidezza non si decideva ad andare a chiederla in sposa ai suoi genitori (allora si usava così) e gli confidava spesso questo problema. Un giorno arrivò in bottega Rosanna, la fidanzata in questione, tutta in lacrime perché Argentino non si decideva a chiedere la sua mano. Fu allora che Mastrocola combinò un incontro ufficiale a casa di lei. Nel giorno stabilito, prese il cugino sottobraccio e lo trascinò all’appuntamento; senonché lui si bloccò sulla porta, incapace di andare sia avanti che indietro. A quel punto Mastrocola gli diede un tale spintone che Argentino venne catapultato in casa e quasi cadde per terra, sotto gli occhi di tutta la famiglia che non aspettava altro. Manco a dirlo, gli fecero una gran festa e una gustosa cena a base di pesce perché Rosanna era la prima di cinque figlie: sposata lei, si sarebbero potute sposare anche le altre, e così fu. Simile alla storia di Argentino, quella di Paolino il barbiere, detto il fesso perché un giorno entrò nella bottega di suo padre (anche lui barbiere) Pirandello in persona. Lui per riverenza non lo fece pagare e Pirandello per tutta risposta gli disse che era un fesso. E poi le storie di Tonino Tic- Toc (ogni famiglia aveva un soprannome) con la futura moglie Angela dei Tiripitì, e di Tonino detto Cioppetto con Franca mezza tacca. Si sono anche ricomposti dei matrimoni in crisi come quello di Toldo Tripolino e Susanna Naso Storto, che ormai litigavano per i motivi più futili. Con un paziente lavoro di ricucitura, incollaggio e infine di lucidatura, come facevano quotidianamente con le loro scarpe da riparare, Carmela e Mastrocola fecero in modo da ricucire, rincollare e lucidare il loro rapporto. Si sono aiutate persone che ne avevano bisogno, sempre con molto tatto e discrezione: Sono i poveri che devono aiutare i poveri , spesso li sentivo ripetere. Si sono prese decisioni che avrebbero cambiato il corso di una vita. Giovani con nel cuore la speranza di un mondo migliore stavano lì seduti ad ascoltare i più anziani che raccontavano storie incredibili da loro vissute. A volte erano racconti di una comicità irresistibile: in tal caso le risate fragorose invadevano persino la piazzetta davanti al negozio. Spesso succedeva che Carmela cucinasse nel retrobottega e poi si mangiava; a volte sembrava di entrare in una costumeria teatrale, tra armature romane, elmi con tanto di pennacchio, tutto in cuoio e poi spade, lance e scudi. Ci erano abituati, e sempre pronti a trasformarsi per cominciare a creare. Come quella volta che si dovettero confezionare un paio di scarpe da sposa con lo stesso raso bianco del vestito. L’intera bottega era ricoperta di lenzuola bianche (sembrava di entrare in un luogo surreale!), e Carmela e Mastrocola, in bianco pure loro, lavoravano con i guanti chirurgici. Sarebbe bastata una sola macchia per vanificare tutto il lavoro, e una volta finito si brindò al successo. Ho sempre pensato che un bravo artista debba essere prima un bravo artigiano. Ero al negozio quando un giorno la moglie di Antonio detto il Nanetto (difatti era un nano) venne a chiedere al mastro di recarsi per l’ultima volta a casa di lui, che sapevamo già molto malato. Quella volta papà volle che lo accompagnassi. Arrivati, trovammo il Nanetto ormai in fin di vita. Ringraziò Mastrocola per tutte le scarpe personalizzate che gli aveva confezionato nella sua vita, ma soprattutto per il rispetto e la stima che sempre gli aveva dimostrato, e chiese al mastro un ultimo sacrificio, l’ultimo paio di scarpe in pelle lucida nera, per presentarsi degnamente davanti al Creatore. Pagò in anticipo una bella somma, molto più del solito. La sera stessa eravamo al suo capezzale con le scarpe nuove, finite. Quella notte il Nanetto partì per il suo ultimo viaggio. Quante cose ho capito sulla diversità da quell’esperienza fatta di gesti e di sguardi, più che di parole inutili. A quel tempo avevamo il negozio in corso Roma, proprio sotto lo studio del dottor De Benedictis, medico molto stimato. Un giorno arrivò da lui un paziente con un ossicino di pollo conficcato tra il palato e la mascella. Il poveretto, molto sofferente, non riusciva neppure a parlare. Dopo mezza giornata passata in sala d’attesa, stremato era sceso in bottega a raccontare, come poteva, la sua disgrazia. Carmela, impietositasi per quel dramma umano, prese dal banchetto una tronchesina che serviva per spezzare i chiodi e con un colpo da maestra spezzò l’osso; quindi completò l’intervento estraendo separatamente i due pezzi conficcati. Due giorni dopo il paziente tornò con cinque litri di ottimo olio d’oliva, che chiamammo scherzando olio di pollo. Un’altra mattina alle sette arrivò al negozio Giulio il fornaio, tutto dolorante a causa di un dente che dondolava: aveva lavorato l’intera notte con quel dolore e non ne poteva più. Carmela, risoluta come al solito, brandì la stessa tronchesina magica, coprì il dente con un fazzoletto e trac! in un attimo lo estrasse; poi subito nel retrobottega a fare sciacqui di acqua e aceto. Per diversi anni ci arrivò la pizza calda. Un giorno mise piede in bottega un giovane regista di cinema, Stefano Odoardi, un artista dal cuore puro, dalla spiccata sensibilità. Probabilmente vide qualcosa in quei due, perché ad un certo punto chiese ai miei genitori: Carmela e Nicola, ve la sentite di essere i protagonisti del mio primo film?. A loro bastò scambiarsi uno sguardo, prima di rispondere: E perché no?. Così sarebbe nata Una ballata bianca, un film fatto col cuore e col talento più che con i soldi: troppo pochi per la verità (ma il genio creativo, quando si mette all’opera, non conosce ostacoli). Carmela e Nicola si lasciarono guidare docili da Stefano, nacquero rapporti veri prima che un film, e questo si respirava sul set. Il tocco delicato del regista, un pastello più che una pennellata decisa, attraversa tutto il film che finisce per diventare un racconto poetico sulla vita (simboleggiata dall’ulivo), la morte, il destino, i rapporti costruiti, le delusioni, le incertezze, i dubbi. Ma anche sulla speranza, un vento di speranza, ad un ritmo lento di danza. Quel poco di notorietà che il film ha portato con sé non ha però scalfito in alcun modo la vita quotidiana fatta di umiltà, di piccoli sacrifici e di tanti gesti d’amore, dei miei genitori. In conclusione, che dire? Grazie, Stefano, per il dono che ci hai fatto. Ma soprattutto un grazie ai due attori esordienti che nella realtà di tutti i giorni sono stati i miei grandi maestri di vita. UNA BALLATA BIANCA È un film sulla flessibilità della tristezza – spiega il regista Stefano Odoardi -. In un appartamento, la vita di una coppia di anziani, marito e moglie, si svolge come un vecchio giradischi: lenta e meccanica. La donna non può vivere a lungo. Soffre di una malattia mortale. Evitano di parlarne. Sono silenziosi. Lo sono sempre stati, ma ora lo sono ancora di più. Le parole non possono più esprimere significati. La presenza della morte rende importante e definitiva ogni minima interazione tra la coppia d’anziani. Quasi interamente girato in Abruzzo, il film è stato presentato in anteprima mondiale all’International Film Festival di Rotterdam, dove ha riscosso molti apprezzamenti di pubblico e di critica. E da allora sta girando in tutto il mondo nei maggiori festival cinematografici: Seul, Shangai, Wraclaw (Polonia), India, New York, Rio; è stato premiato come miglior film al Festival di San Francisco, e ancora altre città e nazioni.

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