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Cultura > Arte e Spettacolo

Carlo Portelli, un artista surreale a Firenze

di Mario Dal Bello

- Fonte: Città Nuova


Nella rassegna che la città gli dedica, un bel mazzo di tavole e di disegni, quest’ultimi bellissimi, ghiribizzi estrosi, cenni nervosi di scene sacre o profane, vivaci prodotti di una mente in fervida attività

Carlo Portelli

Certo, nella Firenze del Cinquecento, tra personaggi come Pontormo, Rosso e Bronzino, per non parlare del Vasari, c’era poco da salvarsi. O si precipitava nell’eclettismo di maniera o bisognava affermare in ogni modo la propria originalità, tanta era la profusione di fantasia, intelligenza e ovviamente commissioni religiose e dai Medici, Cosimo I in particolare.

 

Carlo Portelli, nato tra fine Quattro e inizio Cinquecento forse a Loro Ciuffenna e morto a Firenze nel 1574, questo l’ha capito benissimo. La rassegna che la città gli dedica sino al 30 aprile lo dimostra pienamente. C’è un bel mazzo di tavole e di disegni, quest’ultimi bellissimi, ghiribizzi estrosi, cenni nervosi di scene sacre o profane, vivaci prodotti di una mente in fervida attività. Come lo schizzo per l’Allegoria dell’Immacolata Concezione. La quale tavola, ora alla Galleria dell’Accademia, datata 1566, è il suo capolavoro.

 

Il tema era ormai noto, fin da quando i francescani, con l’aiuto del loro papa Sisto IV, spingevano per il riconoscimento di questa prerogativa alla Vergine Maria, come testimonia una fitta serie di dipinti. Carlo inscena una raffigurazione estrosa, affollatissima, un vero poema allegorico, certo con l’assistenza di qualche frate colto. La tavola è spiazzante: il centro infatti non pare essere la Vergine, dipinta in un rosso focoso, e in atteggiamento orante sotto l’ombra del Padre Eterno michelangiolesco – ormai un topos figurativo –, quanto il nudo di tergo di Eva che si rivolge ad Adamo e ha ai lati rispettivamente le figure del Vecchio Testamento, ossia David e Salomone, mentre due angioloni fanno da colonne a separare la parte inferiore dal paradiso superiore.

 

Quel che stupisce è il candore manieristico di Eva, immagine di peccato, quanto mai però seducente nella linea aggraziata alla maniera di Rosso e Primaticcio, e inoltre il timbro metallico del colore, quasi acido, teso a far risaltare un lume porcellaneo sulle figure entro un'atmosfera davvero surreale. È nel sentimento di un'astrazione surreale che guarda la poetica di Carlo, il suo specifico talento.

 

Lo si riscontra ad esempio nella Pietà del 1561, ove il Cristo morto dalla bocca aperta e dai capelli rossi guarda certo, anche se meno sulfureo, alla tavola del Rosso a Sansepolcro; oppure a certe Madonne con il bambino dai volti alla Pontormo, dagli occhi grossi, che sorridono lievemente anzichè esser melanconiche, però hanno un’aria di serenità più mentale che cordiale, con tinte elettriche, come vivessero in una diversa dimensione, dove tutto pare gelido.

 

Pare, ma non è sempre così. La tavola della Carità è una donna che abbraccia con furia un piccolo, slargandosi sull’intero supporto come in un vortice ventoso. È passione sublimata, fuoco dell’anima. Siamo lontanissimi dal ghiaccio levigato di un Bronzino, dal suo sentimento così controllato da farci quasi paura. Il fatto è che Carlo interpreta i grandi coetanei, ma rimane sé stesso.

 

Il ritratto di Cosimo I (1555 circa) parte da quello del Bronzino, ma lo schiarisce, lo metallizza, lo rende icona in armatura traslucida davanti a un tendaggio pallido. Ma ha tolo dallo sguardo la ferocia fredda del Bronzino, per umanizzarlo, portarlo in un’aura surreale certo – si tratta di un ritratto “politico” –, ma con un tocco di umana sensibilità. Cosimo è il potere, ma dal volto meno duro.

 

Carlo Portelli, ovvero il poeta di un'astrazione coltivata da una fantasia focosa ma controllatissima, vibra in opere che talvolta fanno impressione. Alludo alla Fortuna o Nemesi del 1566, un nudo femminile che cavalca in posa forzata una ruota, cingendosi da sé stessa con un ampio manto bianco, lo sguardo assente in lontanissimi pensieri, la carne d’avorio. Ma che calore celato a forza dentro un'allegoria. Il fatto è che Carlo, per quanto veleggi verso il metafisico, non riesce sempre a staccarsi dalla bellezza terrena. Gli spunta da tutti i pori, ed è una delle sue cose più accattivanti. Anche per questo, la mostra è davvero da non perdere.

 

Firenze, Galleria dell’Accademia. Fino al 30 aprile (catalogo Giunti)

Riproduzione riservata ©

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