Care leavers, prendiamoci cura dei ragazzi che vivono fuori dalle famiglie

Essere indipendenti e autonomi a 18 anni dopo aver vissuto in comunità o in affido familiare è molto difficile. Ecco perché le istituzioni devono garantire la giusta assistenza ai minori senza famiglia quando diventano maggiorenni.
Incontro in Campidoglio promosso dall'assessora Barbara Funari sui Care leavers (foto di Sara Fornaro).

Il nome ufficiale è “care leavers” e serve ad indicare quei minori che vivono al di fuori delle famiglie di origine, in apposite comunità o in affidamento familiare, per un provvedimento del magistrato. Provengono spesso da famiglie complicate o sono minori non accompagnati, arrivati in Italia da altri Paesi, senza parenti su cui fare affidamento.

Secondo il report del Ministero del lavoro e delle politiche sociali pubblicato agli inizi del 2022, i minorenni accolti in affido nel 2019 erano 13.555, pari all’1,4 per mille della popolazione minorile residente in Italia. I bambini e ragazzi da 0 a 17 anni accolti nelle comunità e case famiglia, al netto degli stranieri non accompagnati, erano in aumento e pari a circa 14mila.

Una traduzione considera i care leavers “coloro che lasciano le cure“, ma è una definizione inesatta e fuorviante, visto che è lo Stato a stabilire che, appena compiuti i 18 anni, o al massimo a 21, devono essere considerati indipendenti, anche se non lo sono realmente. Meglio allora indicarli come “coloro che hanno perso gli affetti familiari”, per i quali bisogna trovare nuove e più adeguate strade e forme di assistenza.

Dei minori fuori famiglia si è parlato in Campidoglio, mercoledì scorso, nell’ambito di una giornata di lavoro promossa dall’assessora alle Politiche sociali e alla Salute del Comune capitolino, Barbara Funari, dal titolo “Care leavers a Roma: una comunità in dialogo“. Nel corso della mattinata sono intervenuti i rappresentanti delle istituzioni, dei ragazzi coinvolti e di quanti prestano assistenza, con l’obiettivo, secondo Funari, di dar vita ad un tavolo permanente, per offrire un futuro certo a questi ragazzi.

Come sottolineato dalle rappresentanti del tavolo di lavoro Agevolando, in media, in Italia i giovani lasciano le famiglie a 30 anni. In Europa si scende a 26 anni. Eppure, lo Stato chiede a questi ragazzi vissuti in case famiglia, comunità, in affido familiare o extrafamiliare, di essere autonomi appena compiuti i 18 anni, salvo progetti di proroga della durata triennale, e di provvedere da subito al proprio mantenimento, che vuol dire avere un lavoro, quindi interrompere gli studi, pagare l’affitto di una casa, riuscire a gestire le pratiche burocratiche e ogni altra problematica.

Sono maggiorenni, ma sono ancora troppo piccoli per essere davvero cittadini adulti e autonomi e vanno rispettati nei loro bisogni e nelle loro differenti fragilità. Vera, italiana, ha raccontato del diverso destino toccato a lei, che uscita dalla comunità ha potuto continuare un percorso in qualche modo assistito, e i suoi fratelli, che invece senza competenze né difese sono dovuti tornare nel contesto disagiato e criminale dal quale erano stati allontanati. Serve un’assistenza sociale, economica ed emotiva per chi esce dalle comunità e che si trova a dover vivere anche con lo stigma sociale affibbiata a chi vive fuori famiglia.

Incontro in Campidoglio promosso dall’assessora Barbara Funari sui Care leavers (foto di Sara Fornaro).

Alì ha 23 anni ed è arrivato in Italia quando ne aveva 15. Non parlava l’italiano, lingua che adesso padroneggia senza accenti. Ha avuto la fortuna di essere seguito da animatori che lo hanno aiutato a trovare lavoro, ha aperto una partita Iva e adesso, con altri stranieri, ha deciso di creare un gruppo di volontari per aiutare chi arriva in Italia e deve affrontare le loro stesse difficoltà. Basheer, 21 anni, è arrivato in Italia a 16 anni. Ha vissuto con paura l’avvicinarsi della maggiore età, temeva di ritrovarsi abbandonato e solo di fronte ad una realtà che gli appariva spaventosa. A fine mese, invece, parlerà insieme ad altri ragazzi al Parlamento europeo per presentare progetti di assistenza.

Quelle di Vera, Alì e Basheer sono le testimonianze di ragazzi che sono riusciti a superare l’impatto con un’autonomia forzata, ma molti altri non riescono a rientrare in progetti di sostegno. Per tutti loro, perciò, bisogna trovare nuove forme di assistenza, capaci di garantire serenità, indipendenza e formazione.

«Abbiamo voluto questo incontro per promuovere azioni e interventi di sostegno, accompagnamento e facilitazione per giovani che hanno raggiunto la maggiore età e che, per diversi motivi, vivono fuori della famiglia, in comunità residenziali o in percorsi affidatari. Siamo partiti dalle storie e testimonianze di tanti ragazzi della nostra città, che – spiega l’assessora Barbara Funarirappresentano un vero e proprio capitale sociale, per arrivare ad istituire un tavolo permanente tra Istituzioni, società civile, Terzo settore, imprese ed università con l’intento di dare seguito all’impegno di accompagnare questi giovani nel loro percorso di crescita formativa e professionale. È nostro dovere offrire strumenti di garanzie a questi ragazzi, perché il loro diciottesimo compleanno rappresenti un momento di festeggiamento e non una preoccupazione per il loro futuro».

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