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Cultura > Musica classica

Caravaggio a Jesi

di Mario Dal Bello

- Fonte: Città Nuova

In un intreccio tra generi artistici, recitazione compresa, successo per Il colore del sole al Festival Pergolesi Spontini.

La XVIIa  edizione del Festival Pergolesi Spontini ha visto la prima mondiale de Il colore del sole, opera in un atto, liberamente tratta dal romanzo di Andrea Camilleri con musiche di Lucio Gregoretti ed un allestimento dello stesso Teatro jesino diretto da Cristian Taraborrelli. Caravaggio è una star dell’arte e non si contano i lavori di vario genere e valore incentrati su di lui. Questo di Gregoretti spazia solo sugli ultimi anni della sua vicenda umana ed artistica, ossia da Malta alla Sicilia a Napoli, fino alla morte sulla spiaggia tirrenica.

Il linguaggio è una riscrittura in italiano secentesco, ovviamente  ricreata ed in parte immaginaria dallo stesso Camilleri, ben abituato a questo esercizio di stile, come sappiamo dal siciliano “inventato” nelle storie del commissario Montalbano.

L’opera di Gregoretti è, come di norma attualmente, un mix tra videoproiezioni,  recitazione, canto, movimenti mimici. Bisogna dire che questo lavoro ha un suo fascino, talora commovente,  che emerge soprattutto ascoltando Caravaggio (Massimo Odierna, molto “in parte”) raccontare la proprie vicende amorose, drammatiche, artistiche, intervallato dai Quartetti canori di difficile esecuzione – oscillanti tra polifonia e modernità , vena popolare e cupezza -, ma assai efficaci nel delineare o commentare le vicende dell’artista, dei suoi rapporti umani e soprattutto del Sole nero – vero protagonista dell’opera – che gli brucia gli occhi, gli impedisce di vedere i colori se non tinte chiaroscurate: esse sono, secondo il testo romanzato, alla base della sua violenza pittorica.

Anche le proiezioni, non a caso in bianco e nero, di corpi che rimandano ai vari dipinti dell’artista, sono una miscela tra edonismo e dramma: la tensione  musicale – ben messa a fuoco dall’Ensemble Roma Sinfonietta diretto con perizia da Gabriele Bonolis – passa da asprezze a sussurri, da malinconie ad oscurità, che nel teatro dall’ottima acustica risuonano con notevole forza, senza peraltro offuscare  la recitazione e i cantanti.

Questi ultimi tutti dalle voci pulite, sia Cristina Neri (Lena) che Daniele Adriani (giovane di piacere), Renzo Ran (padre superiore) e Anastasia Pirogova (Celestina), solo per citarne alcuni. Nel fosco dramma tra incubi timori e rivelazioni, Caravaggio spicca come un unicum nella storia dell’arte. Merito di quest’opera è, da una parte, l’essersi concentrata solo sugli ultimi anni della vicenda caravaggesca, e dall’altra l’aver unito recitazione a musica in un respiro ora affannoso ora più pacato, senza far perdere l’acuta tensione del racconto che ha coinvolto il pubblico. Preceduta da una videointervista a Camilleri, l’opera è riuscita ed è certamente da riproporre.

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