Caprioli di legno

Capelli bianchi e cuore giovane. Ritorno alla natura con Vittorio.
Caprioli di legno
Sul limite del prato, là dove inizia un bosco di larici, sullo sfondo dell’imponente Jôf Fuârt innevato, si profila la sagoma svelta di un capriolo. Da lontano, lo si potrebbe scambiare per vero, mentre è solo un fratello in legno dei caprioli in carne ed ossa che d’inverno, affamati, stampando le loro orme nella neve, si spingono fin presso una casa al limitare del paese, verso una mangiatoia dove sanno di trovare sempre il sale di cui sono ghiotti.

 

Vittorio Paludetti, autore di questa ed altre creazioni in legno di pino disseminate anche altrove (come in Croazia, nella cittadella dei Focolari presso Krizevci), è un ultrasettantenne dai capelli bianchi ma dal cuore giovane. Originario di Udine, padre di quattro figli e vedovo da pochi mesi, dopo una vita trascorsa da ragioniere e direttore generale di grosse aziende tessili, s’è ritirato a Valbruna, frazione di un comune friulano di neanche mille abitanti, nella regione montuosa della Val Canale.

 

Da tredici anni ormai, in questa casa che reca da cima a fondo l’impronta sua e della moglie Germana, una vera artista per quanto riguarda la tecnica “povera” del patchwork, Vittorio affronta impavido i disagi (o i vantaggi?) di una vita ora da solitario, specie quando nella stagione invernale questo piccolo centro posto a 813 metri di altitudine affonda nella neve e tutto intorno si trasforma in un paesaggio da fiaba.

«In città – confida – non saprei più ritrovarmici, sono troppo legato ormai ai ritmi naturali e questo tipo di esistenza libera, che mi permette di dedicarmi a tempo pieno alla mia passione di sempre». Che è, appunto, l’artigianato del legno, cui s’aggiunge un’altra passione: quella per la montagna. «Non per niente, ho fatto l’ufficiale degli alpini. Ma ancora nel 2008, a settant’anni suonati, ho potuto realizzare un vecchio sogno: fare la traversata dei Pirenei in 48 giorni. Pensa: oltre trecento ore di cammino superando oltre 44 mila metri di dislivello. Come aver fatto cinque volte l’Everest!», dichiara con orgoglio.

 

Mentre visito ogni angolo di questa dimora illeggiadrita dalle trapunte e dagli arazzi confezionati dalla moglie, Vittorio mi mostra un grande tavolo di legno di pino: «È stato il primo mobile della casa, che si può dire vi è cresciuta attorno. Lo volevo grande, per accogliere tanta gente». E accenna ai vivaci appuntamenti conviviali con figli, nipoti e amici, che vedono susseguirsi piatti tradizionali come gli gnocchi con le susine, le costine di maiale con le verze, formaggio di malga con l’immancabile prosciutto di San Daniele ed altri. Il tutto innaffiato da un buon Tocai o Verduzzo.

E a proposito di legno, Vittorio mi mostra i giochi e le casette aeree costruiti per la gioia dei nipoti; e poi casine d’ogni tipo per ospitare e sfamare fringuelli, cince, ghiandaie, codirossi e altri uccelli di passaggio. Graziosissime, occhieggiano un po’ dappertutto, richieste da molti. Ma quante ne ha avrà regalate, lui che non tiene in conto il denaro? Senza dimenticare le volpi o i piccoli roditori come la martora o il tasso, che l’appetito spinge fin sotto le finestre di Vittorio, che per loro mette da parte croste di formaggio o il grasso del prosciutto.

 

L’amore per i boschi e le creature che li abitano indirizza il discorso inevitabilmente su Mario Rigoni Stern. «Ah, per quello che ho letto io, ho imparato tante cose da questo scrittore della montagna». Ma i toni più entusiastici Vittorio li riserva a Julius Kugy, considerato il padre dell’alpinismo moderno nelle Alpi Giulie: nato da madre triestina e padre austriaco verso la metà dell’Ottocento, è stato uomo dai molti interessi: scrittura, musica, botanica e alpinismo. «In cerca di una pianta particolare, la Scabiosa Trenta (rivelatasi poi introvabile), in compenso si è entusiasmato per le nostre montagne, dedicando una vita a scalarne le vette: lo Jôf di Montasio, la Skrlatica ed altre, aprendo non meno di cinquanta nuove vie assieme a guide locali. Ha scritto sull’argomento diversi libri, che ho letto tutti. Alcune sue frasi fra le più significative le ho incise su tabelle di mia lavorazione». Difatti me ne fa leggere alcune collocate attorno alla casa; altre ne scorgo più tardi, facendo un giro nelle stradine traboccanti di fiori di Valbruna, nel pieno di una sagra paesana che moltiplica la popolazione locale.

 

E proprio qui, in uno slargo, mi trovo faccia a faccia col nume tutelare di queste zone: un busto bronzeo dell’austro-ungarico Kugy, su un pilastro ad altezza d’uomo. Quasi a dire che qui, dove tutti si conoscono o familiarizzano – i vivi e i defunti del cimiterino attorno alla parrocchiale dedicata alla SS. Trinità –, anche i personaggi illustri si lasciano avvicinare confidenzialmente, uniti dallo stesso amore per la montagna e per tutto ciò che è bello.

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