Il caporalato uccide, l’indifferenza pure

Intervista al magistrato Bruno Giordano che ha collaborato alla stesura della legge contro lo sfruttamento dei lavoratori e volta a contrastare il fenomeno nel suo complesso. Insieme al sociologo Omizzolo hanno lanciato un appello alla coscienza collettiva

La legge sul caporalato è entrata in vigore poco meno di due anni fa, nell’ottobre 2016. In ventidue mesi ha permesso di mettere a segno azioni importanti, ha prodotto centinaia di arresti, in varie parti d’Italia.

Questa legge, in Italia, associa il suo nome a quello di Bruno Giordano, magistrato presso la Corte di Cassazione, professore alla Statale di Milano ed ex consulente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla sicurezza del lavoro. Giordano fu tra coloro che vi collaborarono.

bruno giordano

Quando entrò in vigore mise in allarme moltissime aziende che temevano una legislazione più rigida che avrebbe messo a dura prova il sistema produttivo, soprattutto quello dell’agricoltura meridionale, che da tempo immemore si regge sulla “stagionalità”, ma anche sul lavoro nero. Gli ordini professionali, le organizzazioni di categoria, mossero dei rilievi, dei dubbi.

Anche il vicepremier Matteo Salvini, di recente, in visita a Foggia dopo l’incidente che è costato la vita a 12 persone, ha ribadito la volontà di combattere il caporalato e, al contempo, di rivedere e tutelare quella legge, per tutelare le aziende agricole che vogliono operare nella legalità.

«La legge può essere migliorata, certo – commenta il giudice Giordano –. Ma le vicende di questi giorni e soprattutto la sua applicazione, da quando è entrata in vigore, confermano che è una legge necessaria. Il suo impianto centrale deve essere tutelato». E aggiunge: «La legge non mira a colpire le piccole irregolarità, ma i fenomeni complessivi e le situazioni veramente gravi. Che ci sono e che sono molto gravi. Quando la gente vive coi maiali, quando decine e decine di persone vengono assunte in nero, senza alcuna tutela, non c’è nulla che possa essere giustificato».

Da ottobre del 2016 ad oggi molti controlli sono stati eseguiti nelle aziende. Non solo al sud e non solo nelle imprese agricole. «Molti controlli, molti arresti, sono stati eseguiti al nord – aggiunge Giordano – a Bassano del Grappa, a Pavia, a Como. Certamente ci sono stati controlli e sono stati effettuati degli arresti anche in Sicilia, in Campania ed in Puglia. Ma la storia di questi mesi ha contribuito a sfatare dei luoghi comuni».

Bruno Giordano ed il sociologo Marco Omizzolo hanno redatto un documento e promosso una raccolta di firme attorno ad esso. Si chiede di affrontare il fenomeno del lavoro nero in agricoltura nella sua complessità. Perché il fenomeno dello sfruttamento dei lavoratori, specie in agricoltura, nasce e si alimenta in un sistema che non vede più al centro la piccola o media impresa agricola, che costituisce il “tessuto connettivo” dell’agricoltura italiana, ma è governato all’esterno dalle esigenze della grande distribuzione organizzata che schiaccia verso il basso. È un appello al Paese, ai cittadini tutti: «Vogliamo rivolgerci a uomini e donne di buona volontà che non vogliono chiudere gli occhi davanti a un prodotto sottocosto sul banco di un supermercato, dietro il quale c’è una filiera che inizia con il sangue di disperati, migranti e italiani. Chi produce, vende, compra, usa un tale prodotto è l’altro capo dello sfruttamento. E non può più rimanere indifferente».

Giordano e Omizzolo chiedono una presa di coscienza collettiva, una “rivolta morale”: dei cittadini, prima che delle istituzioni. «La realtà, ciò che avviene veramente nella filiera dello sfruttamento dei lavoratori – aggiunge Giordano – ha superato qualunque obiezione. Ripeto: la legge può essere migliorata, ma è necessaria. Decine e decine di persone assunte in nero nelle aziende non hanno nessuna giustificazione. Questa legge ha un compito chiaro: e lo sta assolvendo».

Tantissimi hanno già firmato l’appello: «Lo hanno fatto Dacia Maraini, Gherardo Colombo, alcune Ong italiane, Emergency». Perché non basta la repressione, serve una presa di coscienza collettiva. Per questo, il magistrato ed il sociologo lavorano fianco a fianco. E soprattutto bisogna individuare un aspetto importante del problema, quella della “formazione del prezzo” in agricoltura. Finora è venuto meno in evidenza, ma soprattutto è rimasto scollegato dalle vicende del caporalato e dello sfruttamento dei lavoratori. Invece sono dei fenomeni connessi. Da affrontare congiuntamente.

L’appello si chiude così: «È necessario che ciascuno di noi apra gli occhi e combatta collettivamente perché i diritti non vengano dopo i prezzi, le persone dopo i prodotti, gli interessi economici criminali e illegali prima del lavoro legale».

Di seguito il testo integrale dell’appello lanciato da Giordano e Omizzolo

 

Il caporalato uccide, l’indifferenza pure.

 

Ancora una strage di lavoratori, schiacciati non solo da lamiere accartocciate sulle strade italiane dopo aver raccolto pomodori per due euro l’ora ma dallo sfruttamento da parte di padroni, padrini e sfruttatori vari. Sono lavoratori uccisi dal bisogno, dalla disperazione, da un lavoro lasciato troppo spesso nelle mani del mercato criminale e dall’indifferenza. Ma anche dalle lacrime di coccodrillo di chi dopo ogni strage invoca controlli e (contro)riforme salvo riprecipitare nell’oblio dopo pochi giorni, per poi riparlarne alla strage successiva, dimenticando che nel nostro Paese vi è un morto sul lavoro ogni otto ore e due mila infortunati al giorno: quindi ogni giorno è strage. E ogni giorno aumenta la responsabilità di chi non vede, non sente, ma parla quando si contano i morti. Solo nell’agricoltura sono 430 mila i lavoratori e le lavoratrici sfruttati, di cui 130 mila in condizioni paraschiavistiche. E poi c’è l’edilizia, i trasporti, i servizi etc.

Per questo non facciamo appello alle Istituzioni le quali conoscono i loro doveri e se non li adempiono ne risponderanno davanti a chi democraticamente li giudica e controlla. Vogliamo invece rivolgerci a uomini e donne di buona volontà che non vogliono chiudere gli occhi davanti a un prodotto sottocosto sul banco di un supermercato, dietro il quale c’è una filiera che inizia con il sangue di disperati, migranti e italiani. Chi produce, vende, compra, usa un tale prodotto è l’altro capo dello sfruttamento. E non può più rimanere indifferente.

Facciamo appello ad associazioni, sindacati, persone e organizzazioni che ogni giorno vivono e combattono la violazione di diritti umani, le mafie, il caporalato, la tratta e ne sopportano il peso, vedendo calare ogni anno l’indice di dignità e legalità, dunque di democrazia del Paese.

Non ci stancheremo di ripetere che lo sfruttamento del lavoro, il controllo del territorio e l’umiliazione della persona sono il terreno in cui nascono e crescono le mafie. Così come contro le mafie, non basta chiedere che tutte le istituzioni facciano la loro parte, ma è necessario che ciascuno di noi apra gli occhi e combatta collettivamente perché i diritti non vengano dopo i prezzi, le persone dopo i prodotti, gli interessi economici criminali e illegali prima del lavoro legale.

A questo appello, con idee e fatti, si può aderire scrivendo a ilcaporalatouccide@gmail.com

 

Bruno Giordano, magistrato presso la corte di cassazione,

Marco Omizzolo, sociologo

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