Caporalato, storie di impegno e di liberazione

Con il caldo torrido di questa estate peggiorano le condizioni di chi è costretto a subire gli abusi del caporalato. Intervista al sociologo Marco Omizzolo per capire che punto stiamo nella lotta contro lo sfruttamento presente all’interno delle filiere agro alimentari e non solo
Lotta al caporalto Marco Omizzolo. Foto LaPresse - di Andrea Panegrossi

L’ondata di caldo di questa torrida estate ha portato l’Inps a riconoscere la possibilità di ricorrere alla cassa integrazione in caso di temperature in grado di mettere a repentaglio la vita dei lavoratori.

Eppure accade, come è ormai noto a tutti, che una parte importante dei braccianti della filiera “sporca” sono esposti a condizioni disumane per assicurare l’arrivo dei prodotti sul mercato. Ne abbiamo parlato con Marco Omizzolo, sociologo “di strada”, tra le voci più autorevoli sulla questione e autore di diverse pubblicazioni di carattere scientifico e divulgativo. L’ultimo suo libro “Per motivi di giustizia”, People editore, è «un viaggio tra le storie dei braccianti che si ribellano alla schiavitù delle agromafie e del caporalato».

Come si può spiegare il permanere dello sfruttamento del lavoro nella filiera agro alimentare? A che punto è il piano triennale contro il caporalato varato dal ministero del Lavoro?
I percorsi e impegni istituzionali contro lo sfruttamento del lavoro e il caporalato, per quanto complessi e lenti, sono in corso da alcuni anni. Negarlo sarebbe un atto di scorrettezza culturale. Esistono piani, tavoli istituzionali e ministeriali come quello voluto dal ministro del Lavoro Orlando contro il lavoro nero, proposte politiche come il DDL Nannicini-Ruotolo e discussioni politiche e accademiche avanzate che hanno come obiettivo quello di riformare il sistema di reclutamento e di impiego del lavoro e nel contempo della cittadinanza con lo scopo di sconfiggere ogni forma di sfruttamento e riscattabilità. Si tratta di un percorso complesso e necessariamente lento, e per questo non in sintonia con l’urgenza del tema e la gravità del fenomeno criminale.

Come incide in tal senso lo stop imposto dalla crisi di governo e l’incertezza della prossime elezioni?
Di fatto questa crisi politica arresta, nei fatti, il percorso, lasciando migliaia di persone nelle mani di padroni italiani innanzitutto e poi caporali, trafficanti e liberi professionisti corrotti. Si tratta di un danno gravissimo che rischiamo di pagare come Paese in termini di emorragia di legalità, giustizia sociale e democrazia. Il piano Triennale contro il caporalato è di ottima elaborazione e articolazione, frutto di un lavoro collegiale adeguato alla complessità del tema. Si tratta di un risultato che va riconosciuto alla Direzione generale del ministero del Lavoro e a una lungimiranza operativa che è motivo di fiducia. Eppure questo lavoro rischia di non produrre effetti se si indebolisce l’attenzione mediatica e politica sul tema.

Parliamo di storie di persone ormai note a molti…
Mi riferisco a Paola Clemente, ad esempio, ma anche a Joban Singh, a Soumaila Sacko e a molti altri morti avvenuti per colpa delle agromafie e dello sfruttamento. Un recentissimo articolo dell’avvocato Arturo Salerni, dell’associazione Progetto Diritti, pubblicato nella collettanea “Articolo 1” per conto dell’associazione Tempi Moderni e pubblicato da Infinito edizioni, riassume benissimo questa vicenda. Salerni è peraltro avvocato della famiglia di Soumaila e parte civile del processo contro l’ex ministro Salvini. Ricordare con precisione quei fatti ci consente di capire meglio ciò che stiamo rischiando come Paese con queste elezioni.

Narri da tempo di casi di vera e propria schiavitù e di storie di liberazione, ma possibile che tali contraddizioni non siano evidenti a tutti? Siamo abituati all’iniquità?
Si tratta di fatti, persone, processi noti in realtà a tutti. Nessuno più può dirsi all’oscuro del fenomeno criminale e del relativo sistema, o incapace di comprendere l’organizzazione sistemica dello sfruttamento diffuso in più settori produttivi. Chi afferma questo mente o manifesta una colpevole indifferenza rispetto al tema. È sufficiente ricordare che ci sono in tutta Italia processi aperti contro lo sfruttamento e quasi settimanalmente operazioni importanti contro il caporalato e non solo condotte da varie Procure e forze dell’ordine. Sotto questo profilo ci tengo a sottolineare che, secondo la mia esperienza, esistono investigatori che hanno una capacità avanzatissima di indagare il fenomeno. È anche a loro che dobbiamo dire un sincero grazie per un impegno non certo facile ma fondamentale per garantire la certezza del diritto e in particolare della nostra fondamentale Carta Costituzionale. Era un risultato inimmaginabile cinque anni fa. Penso alle operazioni condotte da Carabinieri, Guardia di Finanza e Polizia di Stato in provincia di Latina, ma anche a Milano, Mantova, Basilicata, Toscana, Emilia Romagna, Veneto e in molte altre realtà regionali e locali.

Si tratta di reati che esclusivamente legati al settore agricolo?
No. Siamo ben oltre il ristretto campo del settore agricolo. Alcune di queste indagini hanno riguardato i rider, l’edilizia, il commercio al minuto e all’ingrosso, i servizi di assistenza domiciliare e addirittura l’informazione. Su questo versante è importante riconoscere un crescente impegno anche di alcune categorie sindacali come la Fillea Cgil che nel settore edile costituisce un presidio fondamentale di legalità e lotta alle mafie e allo sfruttamento. Ma tutto questo senza una volontà politica e sociale matura e consapevole rischia di non produrre il superamento definitivo di questo crimine sistemico che, ci ricordano le Nazioni Unite e Amnesty, costituisce una chiara rappresentazione di una forma avanzata di schiavismo e comunque la violazione quotidiana e sistematica dei diritti umani. Purtroppo è anche vero che forse ci stiamo abituando alle ingiustizie, oppure è in corso di riemersione e diffusione la tesi razzista e xenofoba secondo la quale in fondo si tratterebbe di sfruttamento di manodopera immigrata e questo, con un madornale errore concettuale, giustificherebbe l’indifferenza di molti. Forse è anche in quest’ottica che si può leggere quando accaduto recentemente a Civitanova Marche con l’uccisione in diretta di Alika Ogorchukwu da parte di un nostro connazionale che è stato lasciato libero di uccidere nella curiosa indifferenza voyeristica di tutti. Si tratta di una sorta di linea del colore, per richiamare De Bois, che separerebbe i cittadini autoctoni, concetto elaborato a fini spesso discriminatori, dai non autoctoni e che per questo possono essere sfruttati e a volte morire di lavoro. L’indifferenza è una strategia che definisce stati di irresponsabilità conveniente.

Sei stato tra i primi a denunciare la mafia presente nel Lazio meridionale, entrando inevitabilmente in polemica con amministratori locali che ti hanno accusato di mettere in cattiva luce questo territorio. Al di là della cronaca cosa sta avvenendo in profondità in questa area che vede la crescita della precarietà assieme alla diffusione di enormi centri commerciali?
La provincia di Latina è ormai infiltrata da decenni. Siamo al punto in cui è ormai legittimo parlare di radicamento e gemmazione delle mafie in una cornice che tiene insieme una certa imprenditoria, politica e numerosi liberi professionisti. Nello specifico ho parlato di “Quinta Mafia” (RadiciFuture 2021) a dimostrazione della saldatura che proprio nel Pontino si è verificata tra pezzi deviati della politica e diverse organizzazioni mafiose. Anche in questo caso gli interventi della Procura e delle Forze dell’Ordine hanno arrestato personaggi noti come l’ex deputato di Fratelli d’Italia Maietta, la ex sindaca di Terracina Roberta Tintari e il suo vice Marcuzzi, entrambi di Fratelli d’Italia insieme a parte della loro giunta con alcuni dirigenti comunali, della sindaca di Sabaudia, Giada Gervasi (lista civica), e di molti dirigenti e amministratori pubblici. La provincia di Latina è un luogo fondamentale per le mafie, per la sua posizione strategica, a cavallo tra Roma, Frosinone e Napoli, per il valore immobiliare dei terreni e sistema urbanistico, per una diffusa cultura dell’indifferenza e dell’accomodamento che ha condizionato parte della cittadinanza. Io resto convinto che, insieme alle azioni repressive, è necessario, per riprendere Gesualdo Bufalino, che serva un esercito di maestri e maestre, ossia ripartire dalla scuola ma anche dalle famiglie insegnando il vocabolario della democrazia, dei diritti e della responsabilità. Per questa ragione accetto sempre con piacere l’invito di molte scuole pontine di parlare ai loro studenti e studentesse di mafia e antimafia, di legalità e giustizia sociale facendomi accompagnare a volte dai testimoni di molti anni di battaglie contro padroni e caporali che sono proprio i braccianti indiani che, spesso anche contro i loro corrotti leader, combattono per la libertà e la democrazia di questo Paese.

Un ultima domanda, a tal proposito, sulla comunità sikh fortemente presente sul territorio pontino. Non esiste il pericolo di una loro separazione come gated community ( comunità autoreclusa) funzionale alla logica criminale? Tempo fa mi hai detto che alcuni di loro,che pure avevano sofferto lo sfruttamento lavorativo, sono diventati dei caporali….
È un processo studiato da tempo dalla sociologia e dalla pedagogia. Penso a Freire e alla sua pedagogia degli oppressi e a Sayad e al suo concetto di doppia assenza. Ho provato anche io ad analizzare questo processo, peraltro assai doloroso per chi investe anni nel contrasto allo sfruttamento, nel mio ultimo libro “Per motivi di giustizia” (People ed. 2022). La cosa drammatica è che non ci sono solo ex sfruttati che diventano sfruttatori e caporali indiani poco dopo aver conquistato libertà, ma anche alcuni sedicenti leader della stessa comunità indiana pontina, dopo anni trascorsi a combattere caporali e padroni sono divenuti anche loro soggetti che praticano comportamenti illegali per interessi milionari. Bisogna fare attenzione a non farsi abbagliare dalle autorappresentazioni e dai bagliori di chi afferma di lottare per i diritti del lavoro salvo usare questa battaglia al solo scopo di ottenere visibilità e potere. Si tratta di un percorso ambiguo e pericoloso che può coinvolgere tutti, anche mediatori culturali, sindacalisti, ricercatori e giornalisti, donne e uomini, italiani e immigrati. Bisogna, come ricorda don Ciotti, saper “distinguere per non confondere” e per fare questo bisogna conoscere e approfondire in continuazione.

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