Caporalato e regolarizzazione

Intervista con Leonardo Palmisano, giornalista per alcune testate pugliesi, scrittore e sociologo

La tragica morte di Mohamed Ben Ali, il bracciante senegalese bruciato dalle fiamme divampate all’interno della baracca a Borgo Mezzanone, in Capitanata, riporta a galla i quesiti sui temi della legalità, della migrazione, del lavoro. Nel periodo in cui si apre la stagione della raccolta dei campi, la perdita di una vita umana in modo, si può definire, poco dignitoso, pone ulteriori dubbi e preoccupazioni per un sistema davvero contro i diritti umani.

A rispondere è Leonardo Palmisano, giornalista per alcune testate locali, scrittore e sociologo barese, che da tempo, affronta con spirito critico e analitico, denuncia alcune delle piaghe della Puglia che si ripercuotono nell’intera nazione, dalla mafia al caporalato. L’ultimo suo libro è Ascia nera, ma altri testi da segnalare sono Ghetto Italia, Mafia Caporale, pubblicati con Fandango.

L’incendio della baracca può definirsi soltanto fatalità?
Riguardo all’episodio del povero 37 enne senegalese è chiaro che dietro non c’è la mano di qualcuno che ha appiccato il fuoco per uccidere, ma occorre evidenziare che è avvenuto in una situazione di forte concentrazione di umanità in condizioni abitativa del tutto precarie. La forza di una scintilla in una baraccopoli è ben diversa da quella di una casa “normale”.

Evidentemente in una baraccopoli tutto assume una connotazione più ampia. La loro costruzione è basata sull’esclusione sociale e talvolta sul razzismo. In Capitanata ormai le baraccopoli esistono da venti anni e si può dire si sia formata una sorta di apartheid.

Il rogo di Borgo Mezzanone stride un po’ arrivando proprio a seguito della legge sulla regolarizzazione proposta dalla ministra Bellanova?
Per me è legge flop: l’idea di regolarizzare è giusta. Il permesso di soggiorno in Italia è vincolato al lavoro. Quel modo di regolarizzare lo reputo sbagliato: si tratta di un annuncio a cui non fa seguito una linearità burocratica. Le imprese devono produrre carte, metterci dei soldi e contemporaneamente il bracciante deve denunciare la sua condizione di irregolarità, diventando, così, entrambi soggetti deboli di fronte all’autorità dello Stato che concede il permesso di soggiorno che, però, potrebbe non scattare. Infatti in caso di negazione l’impresa perde quella “cauzione”. Personalmente, poi, penso che il principio di mettere una cauzione sull’essere umano, stoni un po’ con l’idea del mercato del lavoro libero tra libere persone.

Sarebbe stato più utile regolarizzare a tappeto le 400-500 mila persone, in modo anche da evitare compravendita di permessi di soggiorno, ossia quello che si sta creando dove ci sono condizioni di bisogno.

La questione dei braccianti e del capolarato è ormai pluridecennale. Secondo lei a chi possono essere attribuite delle colpe?
I reali colpevoli sono quelli di sempre: un pezzo del mondo imprenditoriale e i sistemi criminali che lucrano sulla tratta degli esseri umani. Non sono cambiate le figure, ma si sono specializzate, internazionalizzate, hanno nomi e cognomi diversi. La condizione dei braccianti è addirittura peggiorata perché è aumentato il tasso del lucro sull’essere umano. La colpo è di coloro che hanno deciso che i prodotti agricoli su determinati mercati debbano avere un prezzo senza tener conto del costo del lavoro. Tutto ciò stona con l’idea di salvaguardare i contratti, i salari e diritti riguardanti la salute, il trasporto, l’alloggio. Stiamo assistendo, poi, nuovamente ad una situazione di ghettizzazione.

A Turi in provincia di Bari, per esempio, comune noto per la raccolta delle ciliegie c’è un afflusso di manodopera straniera non sempre ben voluta dalla popolazione locale. Nascono insediamenti spontanei, in cui delle volte interviene la Protezione civile con la sistemazione di tende a cui si verifica un senso di avversione dell’amministrazione.

Anche in questo Comune si sta ripetendo quello che succede in tutte le baraccopoli: l’esclusione sociale è prevalentemente determinata dal disinteresse delle amministrazioni locali permettendo la creazione di insediamenti sempre più grandi e stabili, ma impoverendo sempre più gli stessi residenti; inoltre va ad aggiungersi l’avversione razziale fomentata dai politici sovranisti, presenti anche nel governo di questo piccolo Comune pugliese. In questo modo si creano paure infondate.

Per quanto riguarda i lavoratori c’è da dire che nessuno si sposterebbe a Borgo Mezzanone o a Turi in quanto piccoli centri che non offrono molte alternative, eppure si spostano per lavoro, appunto. Nonostante ciò vengono trattati da appestati ed è allucinante.

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