Caparezza & co: le canzoni arrabbiate

Un tempo le si definivano canzoni politiche o impegnate, e nascevano soprattutto nell’ambito del folk-rock di matrice americana o dalla tradizione degli chansonniers francesi. Oggi qualcuno le definisce antagoniste, e i riferimenti stilistici affondano soprattutto nelle sub-culture hip-hop e post-rock. Cambiano le grammatiche e le metriche, i suoni, i riferimenti, e i referenti socio-politici, ma il succo è più o meno lo stesso. Probabilmente perché la rabbia di cui si nutrono trova nella realtà sociale circostante pretesti non troppo diversi per continuare a materializzarsi in rime al vetriolo. La triade discografica di cui m’accingo a scrivere, ben rappresenta quest’approccio alla materia. Cominciamo dal redivivo Caparezza. Il rapper di Molfetta s’è appena riaffacciato sui mercati con l’irriverente Habemus Capa (Virgin) pubblicato a due anni dal clamoroso e per molti verso inatteso exploit del precedente Verità supposte, sparato in orbita dal tormentone Fuori dal tunnel. Un ritorno che se da un lato non potrà sfruttare l’effetto sorpresa dell’album precedente, dall’altro conferma appieno lo stile, la verve dissacrante e l’indubbio talento di quest’artista dalla lingua biforcuta e dalla creatività vulcanica. È insomma l’album che tutti i suoi aficionados s’aspettavano: duro, tagliente, a tratti scurrile, talvolta esilarante, epperò non privo di una sua, sia pur personalissima, visione etica della realtà attuale. Ce n’è per tutti: dalle ipocrisie buoniste al degrado mediatico, dalla faciloneria dei travet alle nevrosi dello star-system. Un complesso album- concept coi toni di una commedia macabra, dove i vari personaggi rappresentano altrettante devianze della postmodernità. Il Capa in fondo è la versione più ruspante e meno intellettuale dell’altro campione del rap italico, Frankie Hi-Nrgy, o se preferite un Jovanotti un po’ meno fighetto. Più scure, ma non meno piccanti e provocatorie le canzoni dei Baustelle di Montepulciano, quartetto stilisticamente ondivago (ma le atmosfere sono più o meno riconducibili al cosiddetto post-rock) che dopo qualche anno di gavetta, sono riusciti ad agguantare un contratto con una major, e a pubblicare un album, La malavita (Cgd-Warner), che ha conquistato gran parte della critica e un seguito sufficientemente devoto da renderli una delle band di culto più apprezzate della scena underground italiana. Anche in questo caso non tutto del loro approccio è condivisibile, ma non c’è dubbio che dietro il loro minimalismo poetico, tenebroso e visionario, crudo ed inquietante, si celi una critica della realtà spesso ben più efficace e precisa di mille requisitorie socio- politiche. Chiudo con il signor Mondo Marcio – alias Gianmarco Marcello -, rapper milanese appena ventenne da tener d’occhio. Anche questo giovanotto è uno che non le manda a dire, anche lui veste con disinvoltura i panni del grande inquisitore senza curarsi troppo della coerenza tra il proprio status di popstar e ciò che va cantando, ma anche lui tra i razzolatori odierni è uno che se non altro sa predicare bene, arrivando spesso al bersaglio con metafore fulminanti. Usa suoni e linguaggi di- retti e modernissimi, sorretti da una vocalità sbiascicata che è ormai tratto saliente e peculiare del suo stile. Il suo Solo un uomo è uno degli album più trendy del momento e per certi versi ricalca la disillusione generazionale e il vuoto idealista dei personaggi di Tre metri sopra il cielo di Federico Moccia, guarda caso altro autore di culto fra i giovanissimi. Al di là delle ovvie differenze di target e di stile, ciò che accomuna questi ed altri alfieri dell’antagonismo in musica è la mancanza di retorica, ma anche la sostanziale sterilità di chi denuncia e fotografa un male senz’aver alcun antidoto da proporre. Certo non è questo il compito primario di un fabbricante di canzoni, né s’è mai sentito di canzoni capaci di cambiare il mondo, ma finché non ci sarà un bel po’ d’aderenza tra il dire e il fare, il primo resterà una chiacchiera, e il secondo una chimera. E, quel ch’è peggio, ci sarà sempre un mare a mettersi in mezzo…

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