Capaci, trent’anni dopo

Il 23 maggio 1992 a Capaci il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, e gli agenti di scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Anotonio Montinaro vengono uccisi in un attentato mafioso.Una ferita aperta con alcuni capitoli ancora da chiudere.
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Il trentesimo anniversario della strage di Capaci non è un giorno solo di cerimonie e di ricordi. Le stragi del 1992, trent’anni dopo, raccontano verità diverse e restituiscono una storia che per certi versi appare del tutto nuova. Le indagini sulla Trattativa Stato-mafia hanno portato alla luce nuovi documenti che permettono di collegare le stragi del 1992, in cui persero la vita Falcone e Borsellino, a quelle del 1993, ma forse anche alla strage di Bologna del 1980.

Uomini dello Stato, pezzi delle istituzioni, tramarono a lungo, per decenni, in questo Paese. Un mix di mafia, massoneria, servizi segreti deviati, verità nascoste la cui sottile filigrana attraverso la quale Paolo Borsellino aveva cominciato a vedere molte verità, furono trasferite poi su quella “agenda rossa” che chi progettò e attuò la strage di via D’Amelio riuscì abilmente a far sparire.

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L’anniversario della strage si celebra appena sei giorni dopo l’importante udienza del processo per i depistaggi sulle stragi di Capaci e soprattutto di via D’Amelio. Dopo numerose udienze dedicate al dibattimento, il procuratore di Caltanissetta Salvatore De Luca e il sostituto Stefano Luciani hanno chiesto la condanna per i tre imputati, i tre poliziotti del pool creato per far luce sulle stragi, che indottrinarono e istruirono il falso pentito Vincenzo Scarantino che raccontò una “falsa verità” sulle stragi. Il primo processo condannò degli innocenti, oggi parti offese per ciò che hanno subito. La procura ha chiesto la condanna a 11 anni e 10 mesi di carcere per Mario Bo e a 9 anni e 6 mesi ciascuno per Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo. I tre poliziotti sono accusati di calunnia aggravata per aver favorito Cosa Nostra.

Dunque dietro la strage di via D’Amelio c’erano i servizi segreti deviati. A guidare quel pool creato per coordinare le indagini sulle due stragi c’era Arnaldo La Barbera, la cui carriera fulminea subito dopo può far riflettere. La Barbera è morto vent’anni fa. Egli ebbe «un ruolo fondamentale nella costruzione delle false collaborazioni con la giustizia ed è stato altresì intensamente coinvolto nella sparizione dell’agenda rossa». Così si legge nella sentenza del processo Borsellino quater.

In aula, l’avvocato Rosalba Di Gregorio, che rappresenta le parti civili nel processo, ha ricordato anche la vicenda, ormai a tutti nota, della sparizione dell’agenda rossa del giudice Borsellino subito dopo la strage. Quell’agenda che Borsellino aveva messo in borsa poco prima di uscire, non venne ritrovata nella borsa né sui sedili della vettura. «Non l’ha presa Cosa nostra – ha detto qualche giorno fa in aula la Di Gregorio –, non l’hanno presa gli uomini dei boss mafiosi. Anche perché Cosa nostra non sapeva cosa farsene di quell’agenda rossa, dunque l’hanno presa soggetti esterni alla mafia e che hanno avuto un ruolo nella strage di via D’Amelio».

La verità processuale che potrà emergere dal processo e dalla ormai imminente sentenza racconterà un pezzo di verità giudiziaria. Che potrà diventare anche un pezzo di verità storica se la Sicilia riuscirà a ricostruire, senza infingimenti e senza depistaggi, questi decenni difficili di un’isola che ha cercato di combattere la mafia ma che, in alcune sue parti, ne è stata anche dolorosamente e colpevolmente complice.

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Sullo sfondo delle vicende giudiziarie odierne le indagini parallele che hanno riguardato, alcuni anni fa, l’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri, quest’ultimo condannato per concorso esterno in associazione mafiosa. Ha scontato la sua condanna, così come l’ex presidente della Regione, Salvatore Cuffaro ed oggi sono tornati nuovamente in primo piano con una riorganizzazione politica e con appoggi elettorali influenti. Appoggi e prese di posizione che hanno fatto scattare più di una reazione in Sicilia. Maria Falcone, sorella del giudice, ha detto: «Hanno scontato la condanna, ma non sono adamantini e limpidi». E ha invitato il candidato sindaco del centrodestra a Palermo, Salvatore Lagalla (attuale membro del governo regionale guidato da Nello Musumeci) a prendere le distanze dal loro sostegno. Alfredo Morvillo, magistrato in pensione e fratello di Francesca, la moglie di Falcone, morta insieme a lui a Capaci, ha sottolineato come oggi, dopo trent’anni, in Sicilia ci sia ancora «chi strizza l’occhio a personaggi condannati».

Non è una Sicilia facile quella che oggi celebra il trentesimo anniversario. Un processo per i depistaggi è ancora in corso e ha fatto emergere verità inconfessabili. E la politica non riesce ancora a fare i passi necessari per garantire piena trasparenza e legalità. Chi ha scontato le condanne, torna cittadino libero e può continuare a vivere, ad agire, ad operare, anche politicamente. Questi sono diritti inalienabili. Ma la politica e le istituzioni devono dimostrare di poter avere gli anticorpi necessari per difendersi da nuove possibili connivenze. Tutto questo, trent’anno dopo, non è ancora così facile e così scontato.

Chiudiamo con una frase di Giovanni Falcone: «Ci si dimentica che il successo delle mafie è dovuto al loro essere dei modelli vincenti per la gente. E che lo Stato non ce la farà fin quando non sarà diventato esso stesso un modello vincente». Un monito. Ancora oggi.

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