Cantico d’ottobre

L’Inno alla gioia della Nona Sinfonia. È difficile ascoltarlo senza provare dei brividi, impossibile non farsi contaminare dalle sue note. Eppure, nel periodo in cui lo compose, Beethoven non se la passava allegramente. Anzi. Era totalmente schiacciato da quella che per un musicista è la malattia più umiliante: la sordità, infermità che accentuava la sua naturale irascibilità. Con le dovute proporzioni, qualcosa d’analogo era toccato molto tempo prima a Francesco. Laudato sie, mi’ Signore cum tucte le tue creature, spetialmente messor lo frate Sole…. Ammaliati dalle strofe del suo Cantico, è facile crearsi nella mente un’immagine poetica e bucolica del santo: un giovane entusiasta, scalzo e sorridente, di fronte alla ridente e soleggiata campagna umbra. Francesco però non compose questo canto in un campo di fiori a primavera, quando sentiva scorrer nel sangue l’audacia della vita e l’incandescente desiderio dell’Eterno. No: quando ne ebbe la prima intuizione, egli era a San Damiano, in fin di vita, in una capanna di frasche invasa dai topi, dopo una notte di grandi tormenti, tentato dal diavolo e provato dalle gravi malattie al fegato e alla vista. Da più di cinquanta giorni non riusciva a sopportare né la luce del sole, di giorno, né quella del fuoco, la notte. Era ormai quasi cieco e assillato di continuo da un acuto dolore agli occhi. Gli avevano applicato alle tempie due pezzi di ferro incandescenti nel tentativo di guarirlo. Fu in queste condizioni che esclamò: Laudato si’, mi Signore, per frate Focu, per lo quale ennallumini la nocte: ed ello è bello et iocundo et robustoso et forte. Dalle biografie pare, più precisamente, che san Francesco scrisse il cantico in tre fasi. La prima parte sarebbe stata composta nelle notti tormentate di San Damiano. Alcuni versi sa- rebbero stati aggiunti in seguito ad una disputa tra il vescovo e il podestà di Assisi. Laudato si’, mi Signore, per quelli che perdonano per lo tuo amore et sostengono infirmitate et tribulatione. Beati quelli ke ‘l sosterranno in pace ka da te, Altissimo, sirano incoronati. Mentre la parte finale risalirebbe a pochi giorni prima della sua morte. Attraverso il filtro del dolore, l’anima sofferente di Francesco si era schiusa al canto. Erano passati i tempi inebrianti e gioiosi della predica agli uccelli. Come pure i tempi misticamente luminosi, nei quali – nella solitudine alpestre del monte della Verna – aveva avuto ricevute le dolorose stimmate. Erano ancora a venire i tempi dei Fioretti che, con il loro sapore di fiaba, avrebbero mosso i passi del santo in un mondo di perfetta letizia. Era il tempo della solitudine, quella solitudine particolare che dà la malattia e il senso intimo di sapersi vicino alla morte. Laudato si’ mi Signore, per sora nostra Morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò skappar. Era spossato dai malanni. Sentiva i frati, l’Ordine da lui creato, una cosa lontana. Ma la sua anima, con un guizzo di genialità, si lasciava alle spalle il proprio dolore e intravedeva in ogni cosa creata la mano del suo artefice, e il suo amore. Laudato si’, mi Signore, per sora nostra matre Terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti fior et herba. Oltre ad essere una preghiera sublime, che sempre toccherà il cuore dei fedeli di ogni religione, il Cantico di Francesco ha anche un grande valore letterario. Infatti, un’attendibile filologia ci dice che la letteratura italiana non nasce nei campi profani che ammiccano alla futura poesia dell’Angiolieri, ma proprio nell’umile orticello del frate d’Assisi, con la sua Laudes creaturarum. È vero: la prosa rimata non è del tutto originale. In essa riecheggiano le antiche melodie bibliche dei Salmi, i racconti dei Vangeli, in particolar modo quello delle Beatitudini. Ma proprio in questo linguaggio a lui congenito, nel volgare umbro in cui probabilmente s’esprimeva – misto d’infuocati accenti toscani, di francesismi e di latinismi – egli sussurra un inno nel quale tutto il creato s’anima, e le creature stesse alzano la loro lode a Dio. Il Cantico ci conduce con la mente ad altri versi, assai più recenti. A quelli di Ungaretti: Resto docile/ all’inclinazione/ dell’universo sereno . Ma anche a quelli del poeta della chitarra John Lennon: Mio amore, per la prima volta nella vita i miei occhi vedono… vedo il vento… vedo gli alberi… tutto è chiaro nel mio cuore. Ovviamente è improponibile un paragone fra il santo d’Assisi e il ragazzo di Liverpool. Ma in quei suoi occhi che s’aprono per la prima volta si possono cogliere gli elementi d’una grande intuizione spirituale. Perché vedere quello che ci sta attorno è un rarissimo moto dello spirito. Che porta a chiamare la natura (un termine così riduttivo!) creazione: parola che rimanda inevitabilmente a qualcun altro, al suo Creatore. Oggi si discute di ecologia, si sente il dovere di rispettare la natura, di proteggerla. Più di 800 anni fa Francesco aveva trovato un rapporto così profondo con il creato da fargli considerare il sole, la luna, gli alberi, sue sorelle e fratelli. Fino all’inizio degli anni Ottanta il 1° ottobre, festa di san Remigio, s’aprivano i cancelli delle scuole. S’aprivano i quaderni e il sussidiario e, per la festa del patrono d’Italia, s’imparava immancabilmente la storia di Francesco e alcune strofe del suo poema. Altissimu, onnipotente bon Signore, tue so’ le laude, la gloria e l’honore et onne benedictione…. Con i dolci ricordi della scuola, questo Cantico d’ottobre rimane sempre così caro al cuore.

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