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Cultura > Musica classica

Cantare l’amore

di Mario Dal Bello

- Fonte: Città Nuova

Al Teatro dell’Opera di Roma torna dopo 16 anni il capolavoro belliniano de “I Capuleti e i Montecchi”, fino al 6/2

La melodia di Vincenzo Bellini è così struggente che ci trafigge. Ogni volta. E non stanca mai, per un motivo semplicissimo: è vera. La verità di un sentimento allo stato puro, adolescenziale, quando non è offuscato dalle doppiezze del mondo adulto. Nei Capuleti e Montecchi non si avverte che si tratta di un’opera del 1830. È giovane, dell’amore primo e unico, che porta alla morte. Certo il melodramma dai versi classici e romantici insieme di Felice Romani ha la sua fonte in Shakespeare. Ma la musica di Bellini punta diritta a una tragedia lirica esclusiva, che vale per ogni tempo, in cui i conflitti familiari e sociali ci sono, ma restano in secondo piano rispetto alla forza di un amore impossibile, quasi disperato e perciò tanto più commovente.

Il direttore Daniele Gatti ph Yasuko Kageyama

Il direttore Daniele Gatti ph Yasuko Kageyama

Tornato al Teatro dell’Opera di Roma dopo 16 anni, il capolavoro belliniano si presenta nella sua luminosità grazie alla concertazione raffinata di Daniele Gatti. Egli non tralascia un dettaglio di una orchestrazione non scarna, come spesso si dice, ma essenziale di luci e colori bellissimi: il violoncello dell’inizio atto II, il clarinetto che accompagna le due voci imploranti (“Soccorso, pietade” di Romeo e Giulietta) e il loro slancio disperato all’unisono (“Se ogni speme è a noi rapita”) nel Finale primo, il corno che sostiene il canto sino all’ultimo lamento di Romeo, senza dimenticare la morbidezza delle viole. A dire che l’orchestra non ha smesso un attimo di essere dentro alla musica belliniana (anche il coro, dopo alcuni momenti faticosi).

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Sulle voci così fondamentali nell’opera, la sorpresa è stata quella del mezzoprano Vasilisa Bedrzhanskaya di una purezza, sonorità, ampiezza ed elasticità perfetta: un grande Romeo insieme alla Giulietta intrisa di pathos e di delicatezze di Mariangela Sicilia e allo squillante Tebaldo di Ivàn Ayòn Rivas. Il rigore ritmico di Gatti ha fatto emergere i tempi rubati così cari a Bellini, anche se un maggior abbandono al sentimento non sarebbe stato di troppo in un lavoro fatto per commuovere (e ci riesce).

Prove de "I capuleti e i Montecchi" ph Yasuko Kageyama

L’allestimento sobrio di Denis Krief con i soldati dalle improbabili pistole ha il merito di lasciare riposare nella scorrevolezza e nei momenti audaci una musica che richiede nei cantanti notevole resistenza oltre che capacità tecniche e soprattutto, anima. Intelligente e rispettoso, Krief ha favorito tutto ciò in una edizione davvero molto pregevole.

Fino al 6/2

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