CANOVA L’anima nel marmo

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C’era, e resiste tuttora, la leggenda di Antonio Canova da Possagno, scultore nato morto, secondo l’infelice definizione di Roberto Longhi. Che ha fatto scuola. Di lui si ammiravano i bozzetti, diteggiati con impeto e custoditi nella Gipsoteca della natia Possagno: ma poi, passando ai modelli in gesso e finalmente all’opera finita in marmo, la fantasia di Antonio si andava raffreddando, fino a dar vita a lavori di una bellezza levigata, perfetta, ma vuota. I nudi eroici degli antichi greci o dei contemporanei, i ritratti di personalità più o meno coronate, i monumenti funebri che ne avevano lanciato la carriera da Roma per l’intera Europa, tutto appariva fissato in un nostalgico revival del Classico. Una castità frigida, senza emozioni. L’uomo, infine, spariva dietro la fama immensa goduta al suo tempo e poi scemata. Non si capiva però come mai Foscolo o Stendhal, Napoleone o Pio VII, Giuseppina Beauharnais e Paolina Borghese o le teste nobiliari inglesi e russe apprezzassero sino alla follia i marmi di Antonio, sovraccaricandolo di lavoro, obbligandolo ad organizzarsi uno studio con dei lavoranti ed una segreteria per far fronte alle richieste. Per di più, lui Tonin da Possagno – come lo si chiamava da ragazzo – era così importante da organizzare il ritorno in Italia delle opere d’arte sottratte dalla rapacità napoleonica” Quanti pregiudizi. Anche nella critica d’arte. Nati forse dalla scarsa capacità di ascolto. Passeggiando al Civico di Bassano del Grappa, fra le sculture, i bozzetti, i disegni e le stampe, Antonio ci sorprende. È strano. Più che a Giambattista Tiepolo, suo contemporaneo, ci rimanda d’istinto a Paolo Veronese, alle sue creature di un altro mondo luminoso e sereno, eppure così ricche di sangue. E di respiro. Come Paolo, Antonio ha infatti bisogno di spazi, grandi, quasi immensi. Anche il bozzetto più minuscolo, il disegno più rifinito, sottintendono questa necessità. Non penso solo alle tombe – prime fra tutte quelle romane di Clemente XIV ai Santi Apostoli o di Clemente XIII a San Pietro – dove la spazialità è richiesta di per sé stessa. Rivedo l’Amore e Psiche di San Pietroburgo, immagine del primo amore adolescenziale, in cui il gesto delicato del dono di una farfalla fluisce e si richiama nell’ambiente circostante: in altre parole, la dimensione della scultura (e della poesia) canoviana esige e di fatto crea un’architettura particolare così come vuole un colore speciale. Nessun bianco dei suoi marmi, se lo si osserva, è infatti simile ad un altro. Canova gioca con il bianco e le sue infinite riverberazioni come pochi artisti hanno saputo fare, il che spiega anche la sua predilezione, dipingendo, per i monocromi. Come Paolo, Canova è artista della luce. La Danzatrice del 1811, prima di una serie, solleva con la veste fasci luminosi in un contesto di grazia e di gioia: Canova ne fotografa l’istante più bello e lo condensa nel sorriso del volto e nella movenza leggiadra del corpo. Emana questo marmo candido un senso di purezza che fa della danza una trasfigurazione corporea dell’anima. E appunto come fotografo dell’anima Canova, richiamandosi alla classicità, la esprime nella libertà di corpi perfetti. In essi, il sentimento non è raffreddato, ma purificato e assolutizzato in una dimensione infinita che contiene la verità di ogni fremito del cuore umano. La Maddalena penitente (1808), reclina con le palme in preghiera, piange una sola lacrima. Ma nella sobrietà di espressione si consuma il ricordo di tutta una vita. Canova, questa sobrietà mista a tenerezza – le carni sembrano ancor vive e palpitanti sotto le vesti – l’ha nel sangue, appresa fra colli e monti dolci e friabili, con la misura imparata dalle opere dei vicini Giorgione e Veronese. Una lezione di vita prima ancora che di stile, una volontà di esplorare lo spirito dentro la materia, nobilitandoli entrambi come un’unità inscindibile. Lavoro questo quotidiano e faticoso, sotto l’impulso del creare, seguendo l’estro della fantasia. Disegnatore assiduo, Canova inventa anche qui capolavori. Ebbrezza del moto nelle Quattro danzatrici, dramma nella Caduta di Fetonte, eleganza e forza nei nudi femminili e virili, angoscia nel Compianto di Cristo” La gamma delle situazioni è vasta e varia, ma non infinita: Antonio si affida alla Storia – il mito greco, la cristianità, la contemporaneità – scegliendone i temi più consoni al suo animo. Vicende di guerra e di amicizia, di amore e di morte, momenti di festa. Attinge alla Storia per interpretare il presente – come farà Foscolo nei Sepolcri e nelle Grazie – con un animo esteriormente imperturbabile, intimamente (lo rivelano le lettere) sconnesso dai rivolgimenti cui gli tocca assistere. Sospeso infatti tra la fine di una civiltà e la nascita di un’altra, Canova, che pur conosce uomini e popoli d’Europa, rimane in un suo intimo, solitario distacco che gli permette di salvare la propria purezza purezza di ispirazione e di trasmettere il sentimento di una giovinezza perenne, di una immortalità senza ombre. Cosa ci dicono infatti gli Apolli e i Perseo, le Ebe e le Danzatrici, ma anche i ritratti e le lastre tombali – allo stesso tempo fedeli e idealizzati – se non una fede serena nell’uomo, nel suo principio spirituale che sfida il tempo? Ritorna ancora il richiamo a Paolo Veronese, pittore di un’umanità felice a Maser (presso Possagno) come a Venezia, cantore cosciente – in un’età non meno critica del secolo XIX – della vittoria della vita sulla morte. Canova sceglie il marmo, esso soltanto, secondo lui, adatto a esprimere la continuità dell’esistere: il marmo come fonte di luce. La sua ultima dimora, nel Tempio architettato alle falde delle Prealpi, è così un Pantheon cristiano dove nessuna ombra è possibile, ma solo spazi dell’anima. Perciò immortali, come è la poesia. Mario Dal Bello Canova. Bassano, Museo Civico e Possagno, Gipsoteca. Fino al 12/4 (catalogo Skira). LA MOSTRA Circa 400 fra marmi, disegni, incisioni, dipinti, monocromi, calchi e gessi formano la più grande antologica sull’artista. Opere prestate da San Pietroburgo, Vienna, Kiev, Londra, Montpellier e Copenaghen per un itinerario mozzafiato – si consiglia prima la visita a Possagno (Tempio, Gipsoteca, casa natale) e dintorni e poi a Bassano – sull’uomo e l’artista. Fra le opere, spiccano la terracotta delle Tre Grazie, recente acquisto del Civico bassanese, la galleria degli Autoritratti canoviani e dei ritratti di contemporanei (Napoleone, Giuseppina, David”). UN GENIO EUROPEO 1757: nasce il 1° novembre a Possagno (Treviso). 1768: è accolto nello studio dei Torretto a Pagnano d’Asolo e poi a Venezia. 1773: gruppo di Orfeo e Euridice e nel ’79 di Dedalo e Icaro. 1781: abita stabilmente a Roma, protetto dallo stato veneziano. 1792: grande successo del Monumento funebre a Clemente XIII, riceve commissioni dall’estero. 1797: Napoleone lo prende sotto la sua protezione, nel 1802 diventa Ispettore delle Belle Arti dello Stato pontificio, primo soggiorno a Parigi alla corte imperiale. 1810: secondo soggiorno a Parigi. Rifiuta l’incarico di sovrintendente alle Arti da parte di Napoleone. 1815: a Parigi per il recupero delle opere trafugate dall’Italia. Nel ’19 a Possagno la prima pietra del Tempio. 1822: muore a Venezia il 12.10. È sepolto a Possagno.

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