Camurria

Nell’affollata galassia dei raccontastorie che comprende i soliti noti (Celestini, Enia, Perrotta, Paolini…), si affacciano voci nuove, sulla scia di un fortunato genere teatrale bisognoso però di nuove modalità espressive. Ed ecco Gaspare Balsamo, dal fresco talento affabulatorio, che unisce ad una calda voce il canto, al gesto il movimento danzante. E il bisogno di raccontare: per recuperare un patrimonio popolare affinché non vada perduto nel flusso vertiginoso delle stratificazioni della memoria. Autore e interprete di Camurria (realizzato da Produzione Povera, di Donatella Franciosi) l’attore trapanese siede sulla classica sedia, centro gravitazionale della narrazione. Qui, dopo essere entrato facendo volare con una danza di braccia un uccello di legno, sosta per subito alzarsi, sfoderare spade, ingaggiare sfide vocali, evocare personaggi e antiche storie, e tramandarci un sapere arcaico che innesca immagini e odori e suoni recuperati da radici lontane. Ci riporta ad un’epoca – la Sicilia tra le due guerre – di povertà, di contadini e pescatori, di gente umile, ma con la passione del teatrino dei pupi. È la scoperta di un mondo di favola, visto attraverso il racconto delle vicende di una famiglia, di un ragazzino, di un nonno e di una bisnonna. Gaspare ci fa rivivere così l’emozione dello scoprimento improvviso del teatro dell’opera dei pupi: una moltitudine di marionette appese lungo le pareti di un corridoio. E lui stesso, che acquista le movenze di un pupo, attraverso il cunto evoca un duello tra Orlando e Rinaldo. Intona quindi quel canto di strada che al mattino dava la sveglia ai lavoratori e la buonanotte a chi invece andava a letto; snocciola divertenti dettagli legati alla passione con cui un paese intero tifava in fazioni contrapposte per le storie dei paladini di Carlo Magno contro i Saraceni; che dava i nomi degli eroi ai propri figli, ai cavalli, e persino ai diversi tipi di rasoi del barbiere. Gente che se non aveva soldi per pagarsi lo spettacolo, provvedeva in natura con generi alimentari; e che si immedesimava con quelle storie a tal punto che quando entrava in scena la statua di Cristo, si toglieva il cappello facendosi il segno della croce. Tutto questo col tempo è andato perduto. Colpa dell’avvento della televisione che si è insediata nel bar e nelle case (già profezia di Pasolini) e ha rovinato tutto. Lo udiamo dalla voce registrata di un anziano testimone ascoltato da Balsamo. Scomparso quel mondo di incanto e di magia per lui è finita la vita – lamenta ancora con voce rotta il vegliardo – e non ricorda più niente. Con questo spettacolo il giovane e bravissimo Gaspare Balsamo ha compiuto un prezioso lavoro antropologico andando a raccogliere storie vive e a risvegliare la memoria con la camurria (in dialetto siciliano insistente seccatura) di chi per forza vuole sapere. Si muove sulla scena alla ricerca di gesti e movimenti che nascono, quasi spontanei, dal suono e dalle parole di una scrittura dialettale semplice e arcaica che trae da essa ritmo e sentimento. E ci regala un viaggio intenso, divertente ed emozionante, nel quale sono determinanti, come un vero e proprio tessuto drammaturgico, le musiche dal vivo di Alessandro Severa e di Gianluca Bacconi. Cresciuto alla scuola di Mimmo Cuticchio, maestro cuntista e puparo, Balsamo rinviene un mondo epico e ribadisce l’importanza di mantenere vivo il senso di appartenenza: ad una terra, ad un popolo, alle sue tradizione. E far vivere una cultura scomparsa. Giuseppe Distefano Al Rialto S.Ambrogio di Roma.

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