Cammino Neocatecumenale, intervista a Giampiero Donnini

Vivere la figliolanza divina, essere comunità che cammina edificandosi nell’amore vicendevole attraverso l’ascolto della Parola e i sacramenti. Questa la proposta del Cammino Neocatecumenale, presente in Italia fin dal 1968. Abbiamo intervistato Giampiero Donnini, responsabile della prima comunità Neocatecumenale d’Italia.
Kiko Arguello
Kiko Arguello, iniziatore del Cammino Neocatecumenale, in udienza dal papa (Foto: LaPresse)

Giampiero Donnini è il responsabile della prima comunità Neocatecumenale d’Italia, sorta a Roma il 2 novembre 1968, nella parrocchia dei Martiri Canadesi per la predicazione di Kiko Argüello e di Carmen Hernandez.

Donnini, com’è nato il Cammino Neocatecumenale in Italia?
Il cammino è nato perchè Kiko Argüello, venendo a Roma, andò a vivere al Borghetto Latino nelle baracche dove andavano dei giovani della parrocchia dei Martiri Canadesi che aiutavano le persone che vivevano lì. Hanno incontrato Kiko, hanno parlato con lui, hanno visto che si trovava a Roma per motivi religiosi, aspettando di cominciare a predicare nelle parrocchie, e lo hanno invitato ai Martiri canadesi. Lì padre Guglielmo Amadei, che era il viceparroco, rimase colpito dal kérigma che sentì e chiese a Kiko di fare una catechesi, tre giorni a settimana per tutto il mese di ottobre. Poi ci fu un ritiro, che noi chiamiamo «convivenza», dal 31 ottobre al 2 novembre. Il 2 novembre si formò la prima comunità Neocatecumenale d’Italia.

Lei come ha conosciuto il Cammino Neocatecumenale?
Mi viene da rispondere: perché Dio ha voluto. I Martiri Canadesi non è la mia parrocchia. Un giorno dovevo accompagnare una persona a piazza Bologna e, dovendo aspettarla per due ore, sono andato in quella parrocchia sperando di incontrarvi alcuni ragazzi che avevo conosciuto due anni prima. Appena sono arrivato, mi è venuto incontro il ragazzo con cui all’epoca avevo più confidenza, che mi ha detto: «Vieni, che comincia una cosa importantissima». Erano le catechesi del Cammino Neocatecumenale. Io ho risposto: «No, io con la chiesa ho chiuso», perché ero in un periodo difficile e per me Gesù era un bellissimo ideale, ma io non ce la facevo a vivere come lui diceva, quindi mi ero allontanato. Lui mi ha risposto: «No, devi venire perchè è molto importante». Questa sua parola mi ha colpito perché l’ha detta con autorità. Giovanni XXIII, diceva che la cosa importante per i cristiani è saper leggere i segni dei tempi, per questo mi sono chiesto perché il mio amico mi avesse parlato in quel modo e sono andato. Era il 3 ottobre 1968 alle ore 18.00.

Cosa l’ha spinta a rimanere?
K
iko, nella sua catechesi, aveva detto che siamo cristiani se amiamo i nemici. Questa parola mi ha fatto capire che, se aveva ragione lui, io non ero mai stato cristiano, eppure avevo fatto tante cose nella chiesa. Gli ho chiesto cosa dovessi fare per amare i nemici e lui mi ha risposto: «Vieni e ascolta». Dissi fra me che, se si trattava solo di ascoltare, si poteva fare: scoprii dopo la Parola: «la Fede nasce dall’ascolto». Sono andato e così ho iniziato il cammino.

Lei ha conosciuto bene anche Carmen Hernandez. Che ricordo ne ha?
Di Carmen mi colpiva la sua illuminazione sulla realtà, il fatto che lei non fosse mai esigente, però era molto chiara nelle cose che diceva e metteva al centro l’opera di Dio. Le stava a cuore che il cammino potesse aiutare la Chiesa a compiere la sua missione oggi. I miei suoceri avevano una casa al mare e per più di 10 anni hanno ospitato d’estate Kiko e Carmen. Mi ha colpito l’umiltà di Carmen: aveva scelto di dormire nella stanza più piccola e dopo pranzo voleva essere sempre lei da sola a pulire tutta la cucina; leggeva la Scrittura fino alle 3 di notte, parlava con libertà e verità. Quando sono nati i miei figli mi ha detto: «Giampiero, ai tuoi figli non dare leggi, dai valori». È stato un consiglio preziosissimo perché mi ha fatto capire che anche come catechista noi che predichiamo siamo troppo preoccupati della legge e poco preoccupati dell’amore quando invece saremo giudicati proprio sull’amore.

Ci parli del carisma del Cammino Neocatecumenale. Cosa annuncia all’uomo e alla donna di oggi?
Kiko ha voluto il Cammino nelle parrocchie, non ha mai voluto fare incontri fuori dalle parrocchie perché diceva che non basta la catechesi, c’è bisogno di rafforzare nella vita quello che si è ascoltato, c’è bisogno di una comunità, di vivere il cristianesimo nella parrocchie come comunità di comunità. La comunità è stata una delle grandi scoperte del Concilio Vaticano II. Kiko e Carmen non hanno innovato, ma hanno portato i frutti del Concilio nella predicazione. Il Cammino ha tre gambe perché la vita del cristiano ha tre gambe: la Parola, la liturgia – in particolare l’Eucaristia – e la comunità, vivere la propria fede in una comunità. Queste tre gambe sono i tre documenti fondamentali del Concilio Vaticano II: Sacrosantum Concilium, Lumen Gentium, Dei Verbum. Ancora oggi la Chiesa ha bisogno di queste tre realtà, come ripete papa Francesco quando esorta a portare con se’ il Vangelo e leggere spesso la Parola di Dio. Vivere la figliolanza divina, che è il dono che Dio ha fatto a noi, ancora è molto difficile. C’è un’assenza della presenza di Dio nella storia, il cammino vuole aiutare a riscoprire che Dio è amore, che fa cose tutti i giorni e tutti i minuti per me. Il Natale è questo: Cristo ci ama gratis e ci ha fatti suoi figli regalandoci la sua natura.

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