Calci al vetro

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Si sgonfia lo sdegno, si asciugano le lacrime, si ingrossano i faldoni delle indagini. E si riprende a giocare al calcio. Un tifoso laziale ha trovato la morte sull’Autosole, un luogo finora inedito per le guerre del calcio. Un’illogica catena di errori, malintesi, silenzi e furbe manipolazioni l’ha trasformata in una morte di calcio. Scatenando una chiamata alle armi per l’orgoglio tribale degli ultras che, incapaci di esaurire la loro identità nell’appartenenza ad una passione, a vivere il calcio come una buona, adrenalinica emozione, hanno alimentato il bisogno di odiare, di posare da guerrieri, di mimare la partita come protesta e come battaglia. In essi vive il bisogno di dividere il mondo in amici e nemici: e di avere, tutti insieme, amici e nemici, come nemico assoluto e comune i poliziotti. Sono forse poco più di 70 mila in Italia e in una folle domenica di novembre si sono presi, in un modo o nell’altro, gli stadi. Li hanno governati, o danneggiati come è accaduto a Bergamo, per bloccare le partite in segno di lutto. Come accadde dopo la morte di Raciti a Catania. Come se Raciti e Sandri fossero i caduti su fronti opposti di una allucinata guerra, dichiarata tanto tempo fa ed ancora in corso, domenica dopo domenica, scontro dopo scontro, carica dopo carica. Una parte del calcio è scesa sul sentiero di guerra per un morto. I suoi colori del cuore non contavano: da morto apparteneva a tutti, ultras dell’Atalanta, del Taranto, dell’Inter, della Roma. È reale il rischio che questa sventurata domenica di novembre azzeri i discreti risultati in termini di cultura sportiva raggiunti dentro gli stadi negli ultimi tempi: me- no risse sugli spalti, più fair play in campo, maggior rispetto per avversari ed arbitri sugli striscioni. E vanifichi quelli ottenuti in termini di sicurezza: biglietti nominali, tornelli ai cancelli, recisione dei legami fra club ed ultras, disposizioni dell’osservatorio sulla sicurezza. La violenza, che secondo le statistiche sembrava calata, era solo accantonata, aspettava di riprendersi le prime pagine esattamente come gli ultras aspettavano un’occasione per ricompattarsi, tutti uniti contro gli sbirri ed i pennivendoli (giornalisti, fotografi, cineoperatori…). L’emergenza impone di affrontare l’imbarbarimento che oggi, sacralizzato e protetto lo stadio, ne impegna dintorni e luoghi estranei, come la stazione di servizio di una autostrada, dove è impensabile intervenire e garantire la civile convivenza. Le bande di guerrieri che attraversano il Paese per sostenere in trasferta la propria squadra, con la voglia matta di aggredire il nemico, non sono gestibili da nessuna polizia del mondo, a meno di militarizzare ogni weekend autostrade, stazioni ferroviarie e piazze. È pazzesco pensare che 16 mila uomini delle forze dell’ordine vengano mobilitati ogni turno di campionato: oggi nemmeno una partita al campetto del paese viene giocata senza due carabinieri ai cancelli. Vietare del tutto le trasferte delle tifoserie, come già è stato episodicamente deciso, è un divieto che mortifica. Ma è una sconfitta utile a evitarne di peggiori. Scuotono le immagini di un tifoso interista, ripreso davanti alla sede Rai di Milano inveire contro un poliziotto, impassibile dietro lo scudo, con le parole: Ma che uomo sei, che spari in testa ad un ragazzo? . Viene alla mente la favola del lupo e dell’agnello: se si dà la colpa d’aver sporcato l’acqua del ruscello a chi sta a valle, se non è colpa sua è di suo padre, o comunque di qualcuno dei suoi. In carenza di educazione emotiva, uno si prende addosso le colpe di tutti, sia egli poliziotto, rumeno, giornalista, zingaro o ultras. Se esiste un’emergenza calcio, esiste un’emergenza Italia che non è piacevole ammettere. In una triste domenica di novembre hanno perso in molti. Un ragazzo ha perso la vita, la gente ha perso fiducia nelle forze di sicurezza, il mondo del calcio, per colpa di una decina di migliaia di fanatici, ancora la sua credibilità. Una sconfitta del pallone rappresentata emblematicamente dal gesto di Cristiano Doni, capitano della Atalanta. I tifosi, con un tombino (!), avevano appena infranto un vetro antisfondamento rifinendo il lavoro a scarpate. Doni s’è avvicinato, si è chinato leggermente per accostare l’orecchio al buco, come fa il prete con i fori del confessionale o il cameriere alla finestrella della cucina per comunicare le ordinazioni. Dopo aver invano cercato di placare i tifosi, ha preso le ordinazioni: Non si gioca o succederà qualcosa di brutto, e le ha riferite ai responsabili dell’ordine che le hanno esaudite. Con quell’inchino, per avvicinare l’orecchio, il calcio ha firmato la sua resa. Attraverso quella novella breccia di Porta Pia, fissata dai telefonini degli ultras come monumento del trionfo, come conferma del possiamo tutto, è filtrata in campo la logica dei violenti, che disciplina tutto, a partire dalla distribuzione dei biglietti, e che ha celebrato così la sua onnipotenza. Intorno a loro i bambini piangevano rivendicando il diritto di andare allo stadio sorridendo e, sorridendo, di vedere una partita. Riprendersi la convivenza civile, ricreare condizioni di legalità e sicurezza, è un obbligo prima ancora che una necessità. Per ora applicando le leggi e tappando i buchi nelle curve: poi, un domani, ragioneremo se abbattere le barriere, come nei Paesi educati. Ma non a scarpate. PANCALLI: SMILITARIZZARE GLI STADI PER UNA CULTURA SPORTIVA NUOVA Luca Pancalli, presidente del Comitato paralimpico italiano, vicepresidente del Coni, da commissario straordinario della Federcalcio ha vissuto l’omicidio di Raciti a Catania. La violenza nel calcio si riaffaccia. Ci può aiutare a comprenderne più da vicino le cause? Le cause sono complesse da individuare. Il calcio è un’espressione amplificata di tutto ciò che si vive nel Paese. Ma terrei i recenti fatti molto distinti dal mondo del calcio, in linea con quanto afferma il capo della Polizia Manganelli quando parla della presenza tra i tifosi di infiltrazioni di chiara matrice estremistica politica. Qualcuno ha scelto il grande palcoscenico del calcio come teatro di manifestazione di fatti più delinquenziali che di violenza, e che vanno perseguiti come tali. Cosa può fare il mondo del calcio? Il cammino intrapreso durante la gestione commissariale sta proseguendo, ma gli stadi sono stati per anni terra di nessuno. Bisogna rompere certe situazioni di contiguità: l’esempio dell’Atalanta che ha preso le distanze da certi suoi tifosi è assolutamente apprezzabile. Si deve aprire un dialogo con la tifoseria organizzata per isolare i violenti che tengono in ostaggio il mondo del calcio affinché i tifosi veri abbiano la prevalenza. E poi occorre smilitarizzare gli stadi, con la gestione affidata agli steward. Farli diventare luoghi dove si svolge uno spettacolo sportivo, attraenti per le famiglie, con un clima diverso, come nel rugby; non un recinto militarizzato, non gabbie che fanno crescere la conflittualità fra le frange dei tifosi e le forze dell’ordine. Si invocano leggi più severe e rigorosamente applicate: arginare il fenomeno è solo un problema di sicurezza o anche culturale? È fondamentale, più che la repressione, la certezza della pena. Uno stato di incertezza è quello che ha generato uno stato di impunità nell’immaginario collettivo. Il tifoso che a Glasgow ha dato un buffetto al portiere del Milan è stato interdetto per tutta la vita dall’entrata in qualsiasi stadio di Inghilterra! Ma le forme repressive non sono di per sé sufficienti. Il problema è anche culturale: bisogna ripartire dalla famiglia, dalle scuole, per comprendere e risolvere la situazione di incertezza e di disagio sociale che i giovani vivono oggi e che nel calcio trovano espressione di grande visibilità. Gianni Rivera, campione nel Milan e nella Nazionale, è oggi parlamentare europeo e consulente per lo sport al comune di Roma. Quali risposte si possono dare per fermare la dilagante violenza che sporca il mondo del calcio? Il problema è doppio. È in primo luogo culturale e bisogna lavorare su questo a tutti i livelli, famiglia, scuola, tutta la società: per i risultati ci vorrà tempo, ma se non si comincia mai… Si tratta di spiegare che la propria libertà finisce dove comincia quella del vicino e di sviluppare una cultura sportiva dove crescere più da sportivi che da tifosi: solo dopo che hai fatto in prima persona un po’ di sport, vai a fare il tifo per la tua squadra. E non chiamiamoli più tifosi, il tifo è una… brutta malattia. Chiamiamoli simpatizzanti, supporter… In secondo luogo, se non si riesce a far capire questo, la repressione è inevitabile: pure la democrazia deve combattere per difendersi, anche con la forza. I giocatori possono incidere sui tifosi? Potrebbero farlo, ma quando si arriva a questi livelli i tifosi non li stanno ad ascoltare: quando nel derby Roma-Lazio tre tifosi, tre, non di più, i cosiddetti capi della tifoseria sono entrati in campo impedendo di giocare nonostante la notizia di un grave incidente fosse falsa, pensavo che quello fosse l’ultimo livello. Invece siamo riusciti a vedere di peggio. I club sportivi hanno delle responsabilità? E possono fare qualcosa? Questi tifosi sono sopportati, in alcuni casi supportati dalle società sportive, per evitare disordini e quindi la squalifica del campo. È giusto che ci sia un legame tra i tifosi ed i giocatori, ma nel tempo le società hanno accolto tutte le loro esigenze, hanno affidato loro il marketing, la biglietteria: si sono inventati… un mestiere nuovo! È un fenomeno da eliminare, ma non è facile. Le società sportive dovrebbero denunciare queste situazioni, scrivere un libro nuovo ed eliminare tutti i rapporti di questo tipo.

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