Una preghiera sulla spiaggia, un vescovo, alcuni parroci e sindaci, un centinaio di persone, un fiore gettato tra le onde. Così la diocesi calabrese di Oppido-Palmi ha voluto ricordare i mille migranti morti in mare nelle ultime settimane. E lo ha fatto proprio su una delle spiagge dove il mare ha restituito alcuni corpi.
Il momento di preghiera e riflessione è stato organizzato da don Salvatore Larocca, parroco della chiesa Matrice di Rosarno, con la collaborazione degli altri sacerdoti di Rosarno, San Ferdinando e Nicotera, come forte richiamo contro l’indifferenza. Il luogo scelto è simbolico, legato a storie secolari di migrazioni. È la Marina di Rosarno, foce del fiume Mesima, nella riserva naturale chiamata Carosello, un luogo di accoglienza: in passato ospitava il porto-emporio di Medma, citta della Magna Grecia, e dove, il 13 agosto 1400, fu ritrovata la sacra effige della Madonna di Patmos, la “Madonna nera”, come tanti dei migranti di oggi. A loro, ai troppi morti in mare, è dedicato il fiore bianco che il vescovo don Giuseppe Alberti ha affidato alle onde.
«Perché siamo venuti qui oggi?» ha chiesto il vescovo, e la sua risposta è una precisa accusa. «Vi invito a non considerare queste morti come una fatalità, non come vittime del destino, ma come una responsabilità collettiva che richiede scelte politiche e umane diverse. Siamo qui per chiedere perdono, non per peccati generici, ma per l’indifferenza verso chi muore in mare. Mettiamoci in ascolto: il mare ci sta parlando, anzi il mare sta gridando. Di fronte al suo grido, se subito restiamo in silenzio, subito dopo non possiamo tacere. I vescovi della Calabria, voce fuori coro, con la dichiarazione del 22 febbraio, hanno cercato di scuotere la nostra sonnolenza e disattenzione». Il riferimento è al documento dei vescovi calabresi nel quale veniva detto che «il mare ci chiede conto. Quei morti ci chiedono conto e noi non possiamo rispondere con il silenzio».
E Alberti riprende quelle parole. «Il mare ci chiede conto. Grande alleato, ponte, fonte di vita e di civiltà, può diventare anche una tomba. Il dramma di 70 mila morti in questo mare negli ultimi 30 anni ci interpella. Usare il cuore come criterio è importante. Passare all’altra riva, a volte, per qualcuno è una necessità di sopravvivenza, una speranza che accende i sogni anche quando molti si spengono in fondo al mare. Vogliamo imparare a guardare negli occhi le persone, condividere con loro storie di futuro e speranza».
Anche perché, ha aggiunto, «noi avremmo potuto essere al loro posto, attraversando il mare. Sapendo dei gravi pericoli, anche molti bambini subiscono questa tragica sorte. Non possiamo restare indifferenti», ha ripetuto. Parole forti come quelle, sempre del 22 febbraio, dell’arcivescovo di Palermo, don Corrado Lorefice, «un richiamo chiaro a sconvolgere il silenzio e a svegliare il sonno degli occhi di noi tutti, narcotizzati da scelte politiche che pianificano l’oblio di quanti continuano ad attraversare il mare in cerca di vita, di libertà, di pace, forti del diritto di ogni uomo e di ogni donna alla mobilità».
Parole e gesti, come quel fiore bianco affidato al mare. «La nostra presenza oggi è un piccolo segno – ha concluso Alberti –: non possiamo risolvere i problemi del mondo, ma possiamo assumere atteggiamenti concreti per arrivare all’altra riva. Dobbiamo combattere quella tremenda malattia che è l’indifferenza, avere uno sguardo profondo e il cuore di Dio, al di là di ogni appartenenza etnica, politica, religiosa o ideologica. Questo è il punto di partenza per un modo rinnovato di riconoscere la realtà».
Che ci dice come gli arrivi dei migranti sono diminuiti, ma sono aumentati i morti, 545 quelli accertati quest’anno dall’Oim, rispetto ai 144 dello stesso periodo del 2025. «La matematica umana ci fa andare indietro, ma ognuno di noi, nel nostro piccolo, può creare le condizioni affinché queste tragedie non accadano più – è stato l’appello del vescovo –. Chi è sepolto nel mare ci ascolta, ci guarda. Con questa disponibilità, non formale ma vera, stiamo compiendo un impegno di cristianità autentica e di umanità rinnovata. Il salvataggio in mare e l’attivazione dei corridoi umanitari rappresentano un modello di protezione, accoglienza e integrazione. Il fiore che gettiamo nel mare, pur nella sua infinitesima piccolezza, è un segno di memoria e di impegno. Le morti ci chiedono conto».
