Caino e il green pass

 
Caino (di Henri Vidal)

A Parigi nel Jardins des Tuileries c’è una statua dello scultore Henri Vidal che rappresenta Caino, quello della Bibbia, dopo l’omicidio del fratello Abele. Caino è un uomo affranto, distrutto. Si copre il volto con una mano per non vedere il corpo esanime del fratello che giace insanguinato tra gli arbusti della campagna. E anche per nascondersi dal volto invisibile di Dio, che dal cielo o dall’interno del suo cuore lo interroga con una domanda spietata: «Che hai fatto?».

Coprendosi il volto con la mano, anche per nascondere qualche lacrima, Caino dimostra di riconoscere la sua colpa. E il riconoscimento della colpa è il primo passo verso il pentimento. Ma non è sufficiente. Deve seguire la richiesta di perdono ai superstiti e a Dio (per chi ci crede), l’espiazione e la riparazione del male fatto (in quanto possibile). Caino non fa nulla di tutto ciò. Le sue allora sono lacrime di coccodrillo? Difficile dirlo.

Il racconto della Bibbia, però, incalza con un altro intervento divino. Dio caccia Caino dal suo ambiente, ma impone su di lui un segno, affinché chiunque lo incontri non lo colpisca a morte. Una specie di green-pass ante litteram, che gli permetteva di muoversi liberamente tra gli altri clan. La cosa non era affatto scontata. In quei tempi duri e violenti (ma tanto dissimili dai nostri?) l’allontanamento dal clan, dalla propria zona di comfort diremmo oggi, toglieva all’individuo ogni garanzia di incolumità. Il green-pass che Dio dà a Caino ovviava a questo. Inutile porsi delle domande.

Come facevano gli altri a riconoscere quel segno distintivo? Non c’era un ente sovra-clan che lo certificasse. Come faceva Caino a spiegare a chi lo incontrava con intenzioni assassine, che lui aveva un green-pass e che dovevano lasciarlo entrare liberamente? Inutile tentare una risposta. Alcuni storici ritengono che il racconto del segno volesse spiegare le razzie di un popolo ostile a Israele, i Keniti, che avevano un segno di riconoscimento, e che Caino avendo ricevuto da Dio un green-pass analogo non fosse toccato da loro. Ma sono supposizioni.

Quello che rimane a noi di questa storia ancestrale è che quel segno pone un argine alla violenza. Su quell’argine si edifica la civiltà, impedendo il proliferare della violenza e l’autodistruzione. Ma questo non è ancora sufficiente. Caino, lasciato il suo clan, portava con sé oltre il segno anche il ricordo di un fratello, ucciso. Con il riconoscimento che si è fratelli si può fare un altro passo avanti, passare dalla civiltà alla fratellanza. Ma anche questo non è sufficiente. L’ebreo Haim Baharier scrive: «Non basta nascere fratello, essere fratello, bisogna cercare chi ci è fratello». In questo cercare c’è il segreto per vivere la fratellanza.

I più letti della settimana

Eichmann

Eichmann e la banalità del male

Simple Share Buttons