Il Caesar Act non protegge i siriani

La Legge Caesar sulla protezione civile della Siria aggrava le condizioni di siriani e degli abitanti dei Paesi vicini, come i libanesi. Ben presto i suoi effetti si vedranno anche sugli europei, che avranno difficoltà a fermare i nuovi migranti da Damasco e Aleppo. L’ennesima prova che le sanzioni colpiscono in primo luogo i più deboli.

Presi dal vortice del Covid-19, che ha monopolizzato l’informazione, non ci siamo resi abbastanza conto di cosa stia succedendo da circa un mese in Siria, e di riflesso anche in Libano. Il contesto era già molto difficile, ma il 17 giugno scorso è entrata in vigore una legge approvata a dicembre 2019 dal Congresso Usa, su iniziativa dell’Amministrazione Trump e di alcune lobby statunitensi. Si chiama “Legge Caesar sulla protezione civile della Siria”, o più brevemente Caesar Act.

Intanto è bene precisare fin da subito che gli antichi romani non c’entrano affatto, il Cesare di cui si parla è lo pseudonimo di un fotografo siriano di cui sono sconosciute le vere generalità. Ma è d’obbligo ripercorrere brevemente la vicenda “Caesar” per arrivare a comprendere le terribili e disumane conseguenze dell’attivazione del blocco finanziario internazionale denominato Caesar Act. Dunque, fra il 2011 e il 2013 un presunto ufficiale siriano avrebbe scattato in vari carceri e ospedali qualcosa come 55 mila foto di morti e torturati. Caesar è il nome attribuito dall’intelligence statunitense a questo fotografo, a suo dire incaricato dalla stessa polizia militare siriana di documentare le atrocità dal regime di Bashar al-Assad.

Dopo la fuga di Caesar dalla Siria, con l’aiuto decisivo di agenti stranieri, a gennaio 2014 è apparso sulla stampa mondiale un report di denuncia commissionato dal governo qatariota e accompagnato da qualche centinaio di foto che un noto studio legale britannico ha dichiarato autentiche. La mostra di queste foto ha fatto letteralmente il giro del mondo e l’iniziativa ha trovato in Occidente ampio consenso. Negli ultimi anni, la mostra degli orrori siriani è stata ospitata, per non citare che alcuni tra i luoghi più prestigiosi, dal Museo dell’Olocausto di Washington, dall’Onu e dal Parlamento europeo. In Italia la mostra è stata patrocinata da varie e notissime associazioni per i diritti umani.

Eppure ci sono anche credibili e documentate affermazioni sul fatto che si tratti di una colossale operazione di fake-news. Non per scagionare il regime siriano, che difficilmente si può ritenere un agnellino innocente, ma quello che certamente addolora e indigna è l’uso strumentale delle vittime, chiunque esse siano, per fini politico-ideologici.

La decisione, da parte del governo Usa, di attuare il Caesar Act a partire da giugno 2020 arriva nel momento in cui la guerra segnava finalmente il passo e si cominciava a pensare in qualche modo e nonostante tutto alla ricostruzione del Paese. Il Caesar Act comporta un inasprimento mirato dell’embargo e delle sanzioni contro il regime siriano, che di fatto colpisce in modo durissimo la popolazione civile, esattamente il contrario di quanto affermano paradossalmente promotori e promulgatori della cosiddetta “legge sulla protezione civile della Siria”.

Sulla situazione si è espressa in questi giorni con forza la Caritas Internazionale, il cui segretario generale, Aloysius John, ha spiegato nella conferenza stampa del 16 luglio scorso che «la situazione in Medio Oriente è peggiorata drasticamente negli ultimi sei mesi e le sanzioni e l’embargo sulla Siria hanno contribuito a un peggioramento di questa tendenza… Gli effetti delle sanzioni come strumento politico si sono rivelati inutili, ma hanno avuto un enorme potere di distruggere le vite dei civili poveri. I prezzi sono saliti alle stelle, la gente non ha mezzi per comprare il cibo, la malnutrizione avanza e c’è una crescente rabbia contro la comunità internazionale. La situazione è peggiore per i più vulnerabili, in particolare bambini, donne e anziani, già profondamente colpiti da guerre, tensioni, dal fondamentalismo e ora dal Covid-19. Anche i Paesi vicini sono colpiti da queste sanzioni contro la Siria».

A Damasco e Aleppo il crollo della moneta è ormai difficilmente arginabile, nonostante gli interventi del nuovo premier Hussein Arnous: prima della guerra un dollaro valeva 50 lire siriane, oggi ce ne vogliono più di 3 mila al mercato nero, ma lo stipendio medio, per chi ce l’ha, è rimasto quello del 2011.

In Libano, dove la protesta popolare contro la corruzione continua da ottobre, i dollari sono scomparsi (il cambio al mercato nero supera le 8 mila lire libanesi per un dollaro), e non solo il carovita e la disoccupazione sono alle stelle, ma non si trovano generi di prima necessità, compresa l’energia elettrica, che veniva in gran parte importata dalla Siria. In tempi di recrudescenza della pandemia, gli ospedali rischiano il collasso per mancanza di energia e di presidi sanitari.

Quando arriveranno i profughi in fuga dal Caesar Act, con quale guardia costiera si potranno fermare?

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