Caccia al meteorite

Come sia possibile “spostare” un asteroide dalla sua orbita l’ha dimostrato ultimamente la sonda Dart. Verne l’aveva previsto
caccia al meteorite
Questa illustrazione raffigura la sonda Dart della Nasa, in primo piano a destra, e il satellite LICIACube, prodotto da Argotec, dell'Agenzia Spaziale Italiana (ASI), in basso a destra, presso il sistema Didymos prima dell'impatto con l'asteroide Dimorphos, a sinistra. La sonda Dart ha impattato l'asteroide spingendolo in un'orbita leggermente più stretta attorno alla sua roccia spaziale compagna. (Steve Gribben/Johns Hopkins APL/NASA via AP)
Caccia al meteorite
Illustrazione dal romanzo di Jules Verne “Caccia al meteorite” (Foto di George Roux, Pubblico dominio, Wikimedia Commons)

Ha entusiasmato il recente esperimento realizzato dalla Nasa di deviare dalla sua orbita attorno alla Terra l’asteroide Dimorphos, nell’ipotesi di dover proteggere il nostro pianeta da futuri impatti con qualche grosso meteorite errante nello spazio. Pienamente riuscita, la missione che ha visto la sonda Dart schiantarsi contro il piccolo bolide (appena 163 metri di diametro) e spostarlo dalla sua rotta mi ha fatto tornare in mente, per analogia, un romanzo postumo di Jules Verne, Caccia al meteorite, dove si tratta di un esperimento simile anch’esso coronato dal successo. Il solito “anticipatore”, si dirà!

Se però la missione Nasa aveva soltanto lo scopo di deviare Dimorphos dalla sua orbita, nel romanzo di Verne, ambientato in un anno imprecisato di fine Ottocento, il nuovo il corpo celeste orbitante attorno alla Terra avvistato da due astronomi dilettanti di Whaston (cittadina immaginaria degli Usa) offre esiti ancora più fantastici e spettacolari. Merito di Zefirin Xirdal, tipico esemplare verniano di scienziato geniale e stravagante, il quale con un apparecchio di sua invenzione, basato su teorie d’avanguardia riguardanti materia ed energia, riesce a modificare l’orbita del meteorite e a farlo cadere in una zona costiera della Groenlandia precedentemente da lui acquistata.

Il motivo a monte di tanta impresa? Le analisi spettrografiche dei suoi scopritori hanno rivelato che quel bolide dal diametro di 57 metri e un volume di 97 mila metri cubi è composto nientemeno che di oro: senonché la presenza sul globo terrestre di una simile massa aurea non rischierà di produrre uno sconvolgimento geopolitico dalle imprevedibili conseguenze? Quando se ne rende conto, lo scienziato candidato a diventare l’uomo più ricco del mondo, con un brusco voltafaccia, decide di distruggere l’asteroide; che una volta atterrato sotto gli occhi di una folla quasi in adorazione di un novello “vitello d’oro”, grazie ad un altro apparecchio di invenzione Xirdal, scivola ancora incandescente giù dal dirupo, dove a contatto col mare esplode, disintegrandosi.

Immancabile l’happy ending col ritorno della pace tra le famiglie dei due astronomi rivali e con due matrimoni, pur con qualche mugugno di qualcuno che a tutto quell’oro ci teneva. Del resto lo stesso Verne commenta: «A conti fatti, tutto era andato per il meglio. Sei trilioni d’oro gettati in circolazione avrebbero deprezzato oltre misura quel metallo, vile per gli uni – quelli che non ne hanno – così prezioso a dire di tutti gli altri! Non era dunque da rimpiangere la perdita di quel meteorite, che, non appagato dal suo sconvolgere il mercato finanziario, minacciava di scatenare una guerra su tutta la superficie del globo».

Davvero piacevolissimo quest’ultimo Verne pubblicato nel 1908 a cura del figlio Michel. Non solo per l’elemento scientifico (o passato per tale) sapientemente amalgamato con le vicende piuttosto movimentate dei due astronomi scopritori, nonché con quelle del bizzarro Xirdal e di una coppia contrastata di innamorati; ma anche per l’ironia e la leggerezza con cui lo scrittore di Nantes prende in giro costumi e manie yankee, come l’uso piuttosto disinvolto del divorzio.

Ecco come ne scrive Giansiro Ferrata nell’introduzione dell’edizione Oscar Mondadori del 1970: «Il movimento generale della vicenda può risultare simile a un balletto, i cui personaggi agiscano a coppie o a minuscoli gruppi distanti, spesso, nelle loro evoluzioni, gli uni dagli altri, e che a un tratto si sfiorino o si intreccino come esige il nodo principale dell’azione. Il meteorite tutto d’oro – valutato 5788 miliardi di franchi! – balugina, dapprima, aggirandosi in vetta al palcoscenico: eccolo poi situato su uno sfondo che raffigura la Groenlandia, e i gruppi, le coppie accorrono là intorno mescolando i loro passi di danza. Non aveva ottenuto qualche giovanile successo d’autore, Jules Verne, al Théâtre-Lyrique e alle Bouffes Parisiennes come librettista di vaudevilles o di operette? La sua costante vena umoristica poté ancora trasformarsi da ultimo in uno slancio d’invenzioni quasi farsesche, benché misurate con delicatezza».

Umorismo e delicatezza: con questi ingredienti, mentre anticipa le meraviglie di un futuro tecnologico, il buon vecchio Verne sembra accompagnarle con un monito: Attenzione! Non tutti i progressi scientifici servono al bene dell’umanità. In qualche caso occorre fare un passo indietro. Il meteorite tutto d’oro insegna.

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