Burundi: a fatica verso la pace,

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L’arrivo a Bujumbura, capitale del Burundi, avviene proprio qualche giorno dopo la morte del nunzio apostolico, assassinato il 29 dicembre scorso. Il paese è ancora costernato, mentre di notte, nella periferia nord della città, violenti combattimenti sono ancora in corso fra ribelli e militari. Purtroppo è dal 1965, dopo l’indipendenza da Belgio, che il Burundi è segnato da tensioni e scontri etnici. Oltre 300 mila i morti, tra cui tantissimi civili colpevoli solo di appartenere a una o all’altra delle due etnie – hutu o tutsi – , dopo aver vissuto pacificamente gli uni accanto agli altri. Dieci anni di combattimenti – dal ’93 – hanno anche prodotto quasi un milione di sfollati: la vicina Tanzania ne ospita 350 mila, rifugiati nei campi profughi delle Nazioni Unite, ma si stima che altri 300 mila siano dispersi in quel paese, mentre in Burundi migliaia di persone vagano in cerca di un riparo e di un futuro, lontano dalle zone a rischio. A tutto questo si è aggiunta una spaventosa povertà, che ha prostrato il paese, basato sull’agricoltura, che pure beneficia di una natura rigogliosa – siamo poco sotto l’equatore -, e delle ricchezze delle acque dell’immenso lago Tanganica, che si stende lungo il confine occidentale burundese. Bujumbura, con i suoi 300 mila abitanti, torna ogni mattina alla vita anche dopo le notti di scontri. La zona del mercato è quella più animata della capitale. Colpisce la presenza dei militari etiopi, mozambicani e sudafricani, incrociati in successione nel tragitto verso il centro città, voluti come forza d’interposizione dall’Unione africana quale deterrente tra le fazioni ancora in lotta. Nei giorni successivi al 18 gennaio le armi hanno taciuto. Un segno importante e un auspicio, perché è corrisposto con l’inizio dei negoziati tra il presidente del Burundi, Domitien Ndayizeye, e una delegazione dei combattenti hutu delle Forze nazionali di liberazione (Fnl). Delicatissimo il momento, ancora avvolto – mentre scriviamo – nel più assoluto riserbo, perché, per la prima volta, le Fnl hanno accettato di aprire una trattativa con il capo dello stato. L’incontro si è svolto in Olanda ed ha acceso la speranza di quanti confidano in un processo di pacificazione nel paese. A ben poco, infatti, erano serviti, nel 2000, gli Accordi di Arusha (città della Tanzania), sotto la prestigiosa mediazione dell’ex presidente del Sud Africa, Nelson Mandela, che decretavano, la fine delle ostilità e ponevano le basi di un governo di unità nazionale tra le due etnie. Nel dicembre 2002, nuovi accordi, sempre ad Arusha, ma nulla di fatto. Bisogna aspettare lo scorso 8 ottobre per vedere invertita la tendenza, quando viene firmata a Pretoria una risoluzione tra il governo e la più cospicua formazione ribelle hutu, le Forze per la difesa della democrazia (Fdd), decise ad abbandonare la strada della lotta armata. A queste ultime, secondo gli accordi, spettano quattro ministeri, tra cui la terza carica dello stato, e 15 seggi in parlamento, mentre dal punto di vista militare beneficeranno del 40 per cento dei postichiave nell’esercito e del 35 per cento di quelli della polizia. Il nuovo governo è stato varato il 24 novembre scorso, ancora sotto la presidenza di Domitien Ndayizeye, hutu, che aveva ricevuta le consegne dal predecessore Pierre Buyoya, dell’etnia tutsi, il 30 aprile scorso, secondo gli accordi del 2000. L’attuale compagine governativa resterà in carica sino al prossimo novembre, quando si terranno le elezioni per designare il nuovo presidente e la composizione del parlamento. La pace, seppure a fatica, compie preziosi passi in avanti. Restano, ovviamente, ancora aperti problemi di immensa portata: quello dei profughi da rimpatriare e reinserire, o la questione dell’impunità per i crimini commessi nei dieci anni di guerra civile che priva di ogni giustizia i civili che hanno sofferto, come ha stigmatizzato l’Osservatorio internazionale sui diritti umani. Ma l’impunità sottoscritta a Pretoria, hanno replicato i negoziatori, è stata l’unico modo per stipulare gli accordi e giungere ad una prospettiva di pace. Timori per le fragili speranze, rischi di un ritorno al passato, ma si va consolidando un realistico ottimismo. A Bruxelles, dove si è svolto a metà gennaio un Forum a sostegno del Burundi, promosso dal Programma dell’Onu per lo sviluppo e dal Belgio, sono stati promessi (speriamo bene) aiuti per 800 milioni di euro. I fondi, dovranno essere destina- ti, secondo le autorità burundesi, al rilancio del settore socio-economico, alla riforma dell’esercito e delle forze di sicurezza, alla riabilitazione delle vittime della guerra e al sostegno delle esportazioni. Le differenze tra le etnie magari non spariranno – ci spiega nella sua casa di Bujumbura un giovane intellettuale -, ma si sono fatti tanti progressi nel reciproco rapporto. Tutti sono stanchi della guerra. I nemici non sono quelli dell’altra etnia, ma chi ammazza e chi attenta alla pace. Prosegue: Tra esperti e politici ho riscontrato ottimismo. La disponibilità alla trattativa dell’ultima fazione ribelle può costituire un punto fermo verso la pace. Riguardo al futuro, ritiene che le prossime elezioni non risolveranno i problemi. I candidati non sono conosciuti, la popolazione ha ancora timori, le pressioni della propaganda saranno forti. Resta comunque fiducioso. Sappiamo che il processo richiederà tanti anni. C’è infatti da svolgere un lavoro di formazione dei burundesi alla pace e alla convivenza dopo questi anni di guerra. Dobbiamo trarre lezioni per il futuro dalle tante sofferenze patite. Il nunzio ci ha dato l’esempio con una prova estrema. IL NUNZIO COURTNEY MARTIRE DELLA PACE Era molto amato dalla gente per la sua semplicità e per la vicinanza ai problemi dei burundesi, hanno ripetuto nella capitale Bujumbura le persone più diverse a riprova dell’unanime considerazione di cui godeva mons. Michael Courtney, nunzio apostolico in Burundi, assassinato mentre viaggiava in auto il 29 dicembre scorso. Nei tre anni di permanenza nel piccolo paese della regione dei Grandi Laghi, il presule irlandese, 58 anni, si era fatto apprezzare per le sue doti di fine diplomatico. Era ben presto diventato, in un paese in preda alla violenza e alle ritorsioni, l’interlocutore dei capi delle fazioni in lotta e dei responsabili delle istituzioni, guadagnandosi la stima generale e tessendo instancabilmente una tela di rapporti che non chiudevano il dialogo anche nei momenti più bui. Non suonano perciò come parole di circostanza il commosso saluto del presidente del Burundi, quando ha ricordato di aver perso un amico e un collaboratore. In effetti, come veniamo a sapere, il presidente consultava spesso telefonicamente il rappresentante del papa e non di rado gli chie- deva di recarsi nella sede della presidenza della repubblica per affrontare temi delicati. Se tu oggi sei scomparso, forse è perché qualcuno ancora non aveva capito chi eri: tu volevi al contempo il bene di ciascuno e il bene di tutti. Volevi far progredire le cose, rimuovere gli ostacoli, rendere il cammino accessibile a tutti, aveva ricordato durante l’omelia delle esequie a Bujumbura il nunzio in Uganda, mons. Christophe Pierre, da 25 anni amico del defunto. Rivolgendosi direttamente a lui, aveva proseguito: Michael, con parole molto semplici ci hai detto: Quando vi è un problema, occorre parlarsi.Voi, padri e madri di famiglia, sapete essere pazienti se uno dei vostri figli è difficile, sapete superare le vostre frustrazioni personali per poterlo accogliere. Un paese non è forse una famiglia? L’uma- nità non è forse una famiglia? Non dobbiamo forse fare di tutto per cercare di risolvere insieme i problemi? Michael, tu ci hai insegnato il dialogo. Nell’omelia che avrebbe voluto pronunciare il primo dell’anno, Giornata mondiale della pace, mons. Courtney sottolineava, tra il resto, il brano del Messaggio del papa che citava un’antica massima: L’amore vince tutto. Era la sua profonda convinzione anche per la terra burundese. Sapeva di essere a rischio. Per questo, quando usciva indossava sempre l’abito di rappresentanza in modo da potere essere identificato da chiunque. Prima di Natale ha sistemato tutte le pratiche e le relazioni. Non voleva lasciare nulla in sospeso. Eppure, avrebbe avuto tempo anche in gennaio. Invece, ha anticipato tutto. Spinto, chissà, da un presagio. SEGNALI DI PACE, E NIENTE FRETTA Ricopre un ruolo importante nella dirigenza del Burundi ed ha svolto funzioni di consulenza ad alto livello nelle istituzioni pubbliche. Per questo motivo, nella fase ancora incerta della vita del paese, l’autorevole interlocutore ha chiesto l’anonimato. Si sono avviati i negoziati con gli ultimi ribelli, le Forze nazionali di liberazione. Nutre adesso maggiore fiducia in un futuro di pace? Diciamo semplicemente che, con la disponibilità alla trattativa del movimento Fnl di Agathon Rwasa, si progredisce sulla strada della pace. Ora ci sono fatti e segnali che ridanno fiducia nella pace a più di un burundese. Ne sono prova il dialogo coi gruppi armati, la firma di accordi, la promozione di colloqui per trovare soluzioni consensuali, lo sforzo di associare il più possibile i cittadini alla gestione del potere, senza dimenticare l’impegno di certe personalità della comunità internazionale per la pace. Quali fattori, secondo lei, possono ancora compromettere il ristabilimento della pace? La pace vera resterà, qui da noi, un ideale. I burundesi hanno sofferto enormemente per tutti gli odi e le efferatezze generate dal conflitto politico che li oppone da decenni. Certo, la deriva etnica sta calando, anche se certe forme di istituzionalizzazione delle differenze etniche si fanno ancora vedere. Sono più preoccupato per altri fattori, come il disimpegno di certi gruppi dal processo di pace, la detenzione illegale di armi da parte di tanti cittadini, l’impunità non ancora sradicata, la lentezza nella soluzione di certe domande vitali come quella del rimpatrio dei profughi dall’estero e del reinserimento dei profughi interni così come la ne- cessità di assegnare le terre a chi è stato costretto alla fuga. E poi il debole livello di partecipazione alla vita pubblica degli ex-gruppi ribelli.Tutti elementi, questi, suscettibili di compromettere il cammino di pacificazione. L’assassinio del nunzio apostolico sembra aver favorito negoziati insperati con l’ultimo gruppo ribelle. Sorpreso? Grazie a Dio, la tragica scomparsa del nunzio non ha scatenato scontri. Ora importa augurarsi che sia fatta luce sugli autori di questo atto ignobile e che vengano giudicati. Ciò renderebbe credibile, malgrado tutto, il Burundi, impegnato a seppellire l’ascia di guerra.Tutto quello che si può supporre riguardo alle ragioni del cambiamento delle Fnl va ricondotto, secondo me, al lavoro titanico di certe personalità straniere – in primo luogo il nunzio apostolico – nei confronti di questo movimento, soprattutto da quando l’altra grande formazione di ribelli aveva firmato un accordo per il cessate-il-fuoco. Quanto sarà lungo e difficile sanare le ferite nei cuori delle persone di entrambe le etnie? Pensare ad una società armoniosa e perfettamente integrata in Burundi sarebbe un’illusione.Anche molto tempo dopo la guerra, una simile visione resterà un ideale da conquistare senza tregua. Comunque, non mancano episodi di superamento dei risentimenti, slanci di perdono reciproco di tanti, soprattutto nella fascia popolare della gente, mentre a livello istituzionale si resta lontano dal risultato sperato. Certe ferite restano aperte o tardano a cicatrizzarsi soprattutto per la permanenza dell’impunità per i reati commessi, per il peso schiacciante della povertà, per la mancanza di dirigenti capaci di superare la logica dei partiti. Difficile infine integrare il dovere di rispettare la vita con tutto ciò che questo comporta.

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