“Bongbong” Marcos Jr presidente delle Filippine

Con piu’ di 30 milioni di voti di vantaggio, il candidato più discusso di queste elezioni, erede della famiglia Marcos, è arrivato al potere dando all’opposizione un distacco troppo grande per essere onesto.
Ferdinand "Bongbong" Marcos Jr. (AP Photo/Aaron Favila, File)

Peccato che molti filippini abbiano mancato di studiare la storia del loro paese, e di quanto accadde con la rivoluzione popolare dal 22 al 25 febbraio del 1986. Una pacifica sollevazione popolare, chiamata anche con la partecipazione dell’allora cardinal Jaime Sin (acerrimo oppositore di Marcos) e di molti vescovi filippini, con circa 2 milioni di persone che marciarono pacificamente chiedendo la fine del regime autoritario di Ferdinando Marcos.

Un fatto che ha segnato profondamente la storia delle Filippine e che fu un grande segno lanciato a tutti i governi della regione, sull’importanza e forza della Chiesa Cattolica nella vita di questo paese asiatico. Una rivoluzione che portò al cambio di potere ‘senza colpo ferire’ e che si concluse con la deposizione e fuga ad Honolulu (con l’aiuto delle forze Statunitensi) del presidente Marcos e con la nomina dell’undicesimo presidente delle Filippine, Corazon Aquino, moglie del senatore Ninoy Aquino, assassinato al suo ritorno in paese il 21 agosto 1983.

In 36 anni la famiglia Marcos è riuscita a ritornare nelle Filippine, compresa la moglie del Presidente, la famosa Imelda Marcos: infelicemente famosa per le sue stravaganze e interventi fuori tono, e poi per le duemila paia di scarpe ‘firmate’. Ebbe a commentare: “Non sono 2000, ma solo 1986 paia’’.

In questi anni, i Marcos hanno lavorato sodo per ricostruire un’immagine positiva e accettabile per tutta la famiglia e persino per il padre, il dittatore, macchiato di un passato pieno di brutalità, violazione dei diritti umani, corruzione e impoverimento del paese aiastico, che negli anni ’60 era all’avanguardia praticamente in tutti i campi, compreso quello economico.

Con l’aiuto politico del presidente Rodrigo Duterte, i Marcos sono riusciti a ‘lavare’ l’immagine del padre e della famiglia e costruire (meglio inventarsi) una ‘storia diversa’ da quanto accadde in quegli anni, dal 1965 al 1986[i]. Marcos, come ogni dittatore che si rispetti, ha disseminato la sua carriera politica con una innumerevole quantità di soprusi e corruzione ad opera dei suoi ‘soci’ politici, oltre a nefandezze a non finire.

È la storia di ogni dittatore, che fa della forza e del sopruso gli strumenti politici per la rovina, in definitiva, del paese e dei propri cittadini. In questi ultimi anni i Marcos, con un’azione mediatica costosa, capillare  e asfissiante, hanno ‘cambiato la storia’, facendo apparire Ferdinand Marcos come un ‘Cesare’ piuttosto che un ‘Nerone’: un grande della storia delle Filippine, tanto da essere sepolto, nel 2016, nel cimitero degli eroi nazionali, grazie al supporto dell’allora presidente Duterte.

È il potere del denaro e dei media, che possono stravolgere la storia… per chi non studia naturalmente. Un sentimento comune tra la gente, soprattutto tra i filippini che vivono fuori dal paese e gran parte dell’episcopato filippino, è quello che, ancora una volta, vincono i ‘forti’, coloro che hanno denaro e che possono cambiare il male in bene; c’è in molti un senso di disgusto per la vita politica del paese.

Dopo il presidente Duterte si sperava e si è lavorato per un cambiamento politico, per una svolta: ma oggi quei 30 milioni di voti in più a favore dei Marcos sono pesanti. Molti cittadini hanno creduto che l’eredità dei Marcos non sia tutta negativa e che addirittura i 10 miliardi di dollari letteralmente rubati al paese e nascosti in conti esteri[ii] saranno riportati indietro per aiutare lo sviluppo del paese: o almento così la gente è indotta a credere dai media e dalla propaganda!

Bong Bong Marcos continua a dire alla gente: ‘’Credete in me per quello che farò e non per quello che ha fatto mio padre’’. Certo è che le premesse non sono delle migliori, se si guarda alla storia politica della famiglia, come per esempio Imee Marcos, che prima delle elezioni ha minacciato l’opposizione di ritorsioni, cosa per lei, del resto, abbastanza facile, data la sua personale storia politica: come il padre, si è macchiata di tortute e sparizioni di avversari politici.

Sono rimasto colpito dai filippini che ho intervistato in questi giorni: c’è un senso di sfiducia, ma anche una grande voglia di continuare la lotta pacifica, tipica di questo grande popolo con un innato senso democratico, per il proprio paese e per la propria gente.

I poveri sono ancora oggi tanti, troppi e onnipresenti nelle Filippine. Anche se cambiano i governi ed ‘i potenti sui troni’, i poveri riempiono ancora oggi le numerose baraccopoli di Manila, come al tempo di Marcos: forse era ai poveri che l’opposizione avrebbe dovuto guardare e preoccuparsi?

[i] https://www.youtube.com/watch?v=14z7_5dp9LM

[ii] https://www.theguardian.com/world/2016/may/07/10bn-dollar-question-marcos-millions-nick-davies

 

Sostieni l’informazione libera di Città Nuova! Come? Scopri le nostre rivistei corsi di formazione agile e i nostri progetti. Insieme possiamo fare la differenza! Per informazioni: rete@cittanuova.it

I più letti della settimana

Vivere, connessi, per un Mondo Unito

Chiara Lubich e Simone Weil

Ma quanto siamo fragili!

Curdi senza protettori

Simple Share Buttons