Bombe sullo Yemen, governo italiano e green new deal

Bombe, politica e diritto. Il gip di Roma ha respinto la richiesta di archiviazione della notizia di reato: la procura andrà avanti nell’inchiesta penale sulle forniture di bombe, prodotte in Italia, all’Arabia saudita. Un caso destinato ad allargarsi a livello europeo e che chiama in gioco le scelte strutturali di politica industriale del governo Draghi. Le proposte della Rete italiana pace e disarmo
Bombe sullo Yemen AP Photo/Hani Mohammed

Il governo Draghi è ormai definito anche con la squadra dei viceministri e sottosegretari scelti con il sistema di bilanciamento tra le forze politiche e i gruppi operativi al loro interno. Un equilibrio che non può lasciare strascichi polemici e sollecitare analisi tra vittoriosi e perdenti.

Intanto sono già febbrilmente al lavoro i ministeri chiave (Economia,  Transizione ecologica, Trasporti e infrastrutture, Sviluppo economico e Transizione digitale),  quelli cioè chiamati a riscrivere il Recovery plan con la destinazione dei miliardi messi in gioco dalla Ue.

Un primo segno importante per capire l’orientamento del nuovo esecutivo Draghi arriva dalla scelta del nuovo consigliere economico alla presidenza del consiglio: la staffetta passa da Mariana Mazzucato, studiosa italo statunitense attenta al ruolo attivo dello “Stato innovatore”, a Francesco Giavazzi, editorialista costante sul Corriere della sera, noto accademico della scuola di pensiero liberal liberista.

È in tale contesto che va letta la decisione del gip (giudice delle indagini preliminari) del tribunale di Roma, il quale ha stabilito che la Procura di Roma deve continuare l’indagine penale sui dirigenti di Rwm Italia SpA, una filiale italiana del produttore di armi tedesco Rheinmetall AG, e sugli alti funzionari dell’Autorità nazionale italiana per l’esportazione di armamenti (UAMA).

Siamo di dronte ad una inchiesta penale che non viene archiviata, ma vede coinvolti alcuni vertici dell’amministrazione dello stato con riferimento ad un caso concreto e cioè all’attacco aereo mortale sferrato nel 2016 dalla  coalizione militare guidata da Arabia Saudita ed Emirati Arabi a Deir al-Hajari, nel nord-ovest dello Yemen. In concreto si tratta di definire il collegamento tra questo atto bellico e la fornitura di armi da parte della filiale italiana della multinazionale tedesca.

Questo necessario passaggio procedurale è un successo della linea adottata dal Centro europeo per i diritti costituzionali e umani ECCHR di Berlino, la ONG yemenita Mwatana for Human Rights e la Rete Italiana Pace e Disarmo. Queste 3 organizzazioni della società civile internazionale si sono, infatti, opposte alla richiesta di archiviazione, avanzata nel 2019 dalla Procura italiana, della loro circonstanziata  denuncia penale presentata nell’aprile 2018 con riferimento a nomi e cognomi delle vittime yemenite nonchè ai reperti degli esplosivi trovati sul luogo del bombardamento.

Si tratta di una ipotesi di reato che riguarda una società in particolare, la Rwm, ma è destinata ad allargarsi. Innanzitutto per quanto riguarda l’Italia e altri Paesi, dato che come fa notare la Rete pace e disarmo, «ci sono ampie prove dell’uso di armi europee – comprese le bombe della serie MK 80 prodotte da Rwm Italia, e i jet Eurofighter Typhoon parzialmente prodotti da Leonardo SpA – nei presunti crimini di guerra commessi dalla coalizione militare guidata da Arabia Saudita ed Emirati in Yemen».

Esistono gli elementi per chiedere, come hanno già fatto le tre organizzazioni denuncianti, alla Corte Penale Internazionale di «cooperare con i procuratori nazionali per indagare sulla responsabilità legale degli attori aziendali e politici di Germania, Francia, Italia, Spagna e Regno Unito».

In Yemen avvengono gravi crimini da tutte le parti in conflitto ma, come è noto, «una delle cause principali delle vittime civili sono gli attacchi aerei della coalizione militare a guida saudita, la cui flotta aerea è in gran parte composta da jet da combattimento, bombe e missili di fabbricazione europea».

Dal nostro “vecchio” continente, quindi, partono per i luoghi di conflitto sistemi d’arma prodotti da società, come Leonardo, controllate dai singoli stati. E dall’Unione europea si attendono le risorse per un piano di ripresa e resilienza improntato al green new deal.

Il governo dell’ex governatore della Bce è chiamato, perciò, a fare una scelta decisiva tra il sistema che ha finora alimentato l’industria delle armi o un diverso e alternativi piano di politica economia ed industriale.

È ciò che ha chiesto ai precedenti governi, in maniera ostinata e documentata, la campagna Sbilanciamoci, sostenuta da 49 organizzazioni della società civile, e che ora assume un significato decisivo. Siamo di fronte ad un punto di non ritorno di fronte a riforme strutturali destinate ad incidere nel lungo termine.

Non è, quindi, un esercizio astratto l’elaborazione delle proposte avanzate dalla Rete pace e disarmo in merito al Pnrr e tra le quali troviamo quella di «inserire come obiettivo del Piano la riconversione dell’industria militare all’industria civile, con fondi per lo sviluppo locale sostenibile». A tal fine occorrerà «istituire l’Agenzia Nazionale per la riconversione, dotandola di fondi necessari per ricerche e studi».  Nello specifico del caso delle bombe prodotte dalla Rwm nel territorio sardo, si chiede che «nel fondo per le “strategie territoriali” relativo al territorio del Sulcis occorre considerare come azione prioritaria la riconversione della produzione di armamenti».

In via generale si tratta di definire, come propone Rete disarmo e pace e testimonia l’esempio luminoso arrivato dal Congo, «una nuova politica estera che definisca come interesse nazionale il co-sviluppo con i popoli del Sud e la soluzione negoziata dei conflitti».

Una sfida che non sappiamo come verrà accolta dalla squadra dei ministri tecnici, dal presidente del consiglio e dal suo consigliere economico.  C’è tuttavia da riconoscere che la questione dei rapporti con il governo saudita e l’attenzione verso il Mediterraneo allargato è emersa in tanti modi in questo inizio 2021.

Ad esempio la visita in Arabia Saudita, avvenuta in gennaio, da parte del ministro degli esteri Luigi Di Maio, confermato nella nuova compagine governativa, per siglare un “Memorandum of Understanding per l’avvio del dialogo strategico bilaterale” tra i due Paesi. Molto clamore ha poi sollevato l’intervento del leader di Italia Viva, Matteo Renzi, in qualità di ex presidente del consiglio ed ex sindaco di Firenze, ad una conferenza retribuita, organizzata dal principe ereditario Moḥammad bin Salmān sul “rinascimento” culturale ed economico del Paese del Golfo in linea con la Saudi Vision 2030 elaborata dalla società statunitense di consulenza strategica McKinsey & Company.

Su tale vicenda occorrerebbe far chiarezza, come ha chiesto dalla prima pagina del quotidiano Domani, il professor Emanuele Felice, responsabile economico del Pd. Ma la questione, una volta avviata dovrebbe riguardare, ad esempio, anche la commessa di Leonardo e quella delle navi da guerra destinate ai sauditi che Fincantieri, società controllata dallo Stato, sta costruendo presso la sua controllata statunitense come da comunicato del primo maggio 2020.

Il tema del “ripudio della guerra e riconversione economica” è quindi centrale in tale momento storico come emerso dall’incontro promosso il 13 febbraio dal Movimento dei Focolari assieme alla pastorale sociale e del lavoro della Cei.

Per entrare nel dettaglio delle proposte della Rete pace e disarmo con riferimento alla elaborazione del Recovery plan si rimanda all’intervista pubblica on line del suo coordinatore Sergio Bassoli organizzata per il 25 febbraio 2021 dal gruppo di lavoro Economia disarmata del Movimento dei Focolari in Italia.

 

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