Bombe sugli sfollati in Nord Kivu

Ennesimo massacro di innocenti il 3 maggio. Almeno cinque razzi sono esplosi su alcuni campi profughi nei pressi di Goma, Nord Kivu, nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo. È una guerra dimenticata in una terra ricchissima di risorse, dove ormai gli sfollati sono oltre 600 mila.
Cerimonia di addio alle vittime dei bombardamenti a Nord Kivu, nella Repubblica Democratica del Congo. Foto: profilo X del ministro della Comunicazione Patrick Muyaya

Mercoledì 15 maggio, 35 bare erano allineate nel più grande stadio del capoluogo del Nord Kivu, Goma, prima della sepoltura programmata a Kibati, nel territorio di Nyiragongo, a circa 10 chilometri a nord della città. Ancora una volta, sgomenta, la gente di Goma ha assistito impotente ad un ennesimo massacro di innocenti, vite stroncate, vittime dei bombardamenti del 3 maggio scorso.

Quella mattina, almeno 5 razzi sono caduti all’interno e nei pressi di 4 campi profughi sull’asse Goma – Sake, nei quartieri di Mugunga e Lac Vert, ad una manciata di chilometri dal confine ruandese. Sono bombe cadute sulle capanne di centinaia di migliaia di sfollati ammassati alla periferia della città, cacciati dai loro villaggi dall’offensiva condotta dalla fine del 2021 dalla ribellione dell’M23 (Movimento 23 marzo), secondo Kinshasa ed alcune nazioni, sostenuta dal vicino Ruanda. Migliaia di persone della città di Goma e di sfollati del campo di Mugunga hanno partecipato alla straziante cerimonia di addio.

Mons. Willy Ngumbi, vescovo della diocesi di Goma, considera questo atto una mancanza di umanità. «È con grande dolore e tristezza che abbiamo appreso la notizia. Questo è una grave mancanza di umanità». E aggiunge: «Le persone in un campo di sfollati sono estremamente vulnerabili, hanno abbandonato i loro villaggi lasciandosi tutto alle spalle, hanno perso tutto e ora metterli alla prova seminando morte con le bombe, è il limite di ciò che possiamo immaginare come barbarie, la gente non ha più il senso dell’umanità».

Come risposta, Germain Kayembe ha composto una canzone: «Vieni a visitare il Paese d’oro dove non si invecchia. Qui trovi tutti i tesori, il gioco della guerra non risparmia nessuno». Infatti, nel Kivu si muore giovani, molto giovani. Delle 35 vittime del 3 maggio scorso, 22 erano giovani e bambini, le altre donne e persone vulnerabili. Nella sua canzone, Germain ricorda che non si tratta solo della morte fisica, in questa parte del mondo, «ad un ragazzo che vuole giocare a pallone, viene insegnato a sparare, ad uno che chiede un libro, danno un’arma». E continua: «Sono i bambini e giovani che pagano cara con la loro vulnerabilità, la maledizione delle ricchezze del Congo».

«Ho perso mio fratello David nel bombardamento», ha raccontato a France Presse, Espoir Bwesha, 23 anni, sfollato di Sake, circa 20 km a ovest di Goma. David aveva 19 anni. «Stava riposando nella sua capanna quando una bomba gli è caduta addosso», racconta con tristezza Espoir, prima della cerimonia funebre. «Il 3 maggio sono stati uccisi due figli di mia sorella», lamenta Denise Baleye, un’altra sfollata. Avevano 4 e 21 anni».

Bare delle vittime dei bombardamenti perpetrati nei campi profughi di Nord Kivu, nella Repubblica Democratica del Congo. Foto: profilo X del ministro della Comunicazione Patrick Muyaya

Dieumerci Munguankokwa, difensore dei diritti umani, ce l’ha con la comunità internazionale. Secondo lui, «non è facile, come essere umano, vedere più di 35 corpi che vengono portati nei cimiteri. E non si tratta di corpi qualsiasi, ma di persone innocenti fuggite dalla guerra. Siamo molto delusi. Chiediamo alla comunità internazionale di smetterla con l’ipocrisia con cui sta giocando con le autorità congolesi. Ora bambini e madri sono stati bombardati nel bel mezzo di un campo per sfollati nella città di Goma. È molto difficile da spiegare».

Nel suo discorso alla folla e alle 35 bare esposte nelle tende, Modeste Mutinga, ministro congolese per gli Affari Sociali, l’Azione Umanitaria e la Solidarietà Nazionale, ha affermato: «La barbarie del 3 maggio ci lascia ricordi insopportabili. È rivoltante, quando è troppo è troppo, deve finire e finirà». «Questo è un crimine di guerra», ha dichiarato il ministro delle Comunicazioni e portavoce del governo, Patrick Muyaya, che il 15 maggio era a Goma.

In due anni, l’M23 e l’esercito ruandese hanno occupato ampie porzioni di territorio nel Nord Kivu, arrivando a circondare quasi completamente Goma. Il conflitto ha iniziato a riversarsi nella vicina provincia del Sud Kivu, dove il 7 maggio un bombardamento attribuito all’M23 ha ucciso 7 persone.

Mons. Ngumbi ha lanciato un appello a tutti gli attori visibili e invisibili coinvolti in questo conflitto: «Invito ancora una volta tutti i belligeranti a cercare una soluzione per porre fine a questa guerra». Ammettendo la complessità di questa guerra afferma: «So che questa guerra è una situazione molto complessa, so che ci sono molti attori in gioco. Ci sono gli attori visibili, l’M23 sostenuto dal Ruanda, e c’è il nostro governo. Ma ci sono anche attori che non sono visibili, che lavorano nell’ombra. Per questo mi rivolgo a tutti gli attori, sia a quelli noti che a quelli che lavorano nell’ombra, perché questa è una guerra economica, una guerra politica: di fare tutto il possibile per porre fine a questa guerra. Abbiamo sofferto troppo, la gente di Goma è più che stanca e chiedo a loro con insistenza di porre fine a questa guerra».

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