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Mondo > America

Bombe e miliardi, quando la guerra diventa un algoritmo di Borsa

di Anna Pochettino

- Fonte: Città Nuova editrice

Mentre centinaia di persone muoiono sotto le bombe a Teheran, a Minab, a Beirut, qualcuno compra e vende contratti finanziari per centinaia di milioni di dollari, pochi minuti prima che le notizie di guerra vengano rese pubbliche. Non è fantapolitica. È ciò che sta emergendo con crescente evidenza dall’intreccio tra decisioni militari dell’amministrazione Trump e movimenti anomali sui mercati finanziari.

New York Stock Exchange in New York, Ansa EPA/JUSTIN LANE

La diplomazia internazionale è l’arte di evitare conflitti o regolare i commerci per il bene delle nazioni. Ma cosa succede quando le grandi crisi geopolitiche, dai dazi alla guerra all’Iran, vengono utilizzate come pedine di una scommessa privata? È l’interrogativo inquietante che emerge dalle recenti denunce contro l’amministrazione Trump, accusata dai Democratici di aver trasformato la Casa Bianca in un centro su scala globale di insider trading, il reato di acquisto o vendita di strumenti finanziari da parte di chi possiede informazioni riservate.

Il 9 aprile 2025 Donald Trump pubblica su Truth un post lapidario: «Adesso è un momento grandioso per comprare». Tre ore e mezza dopo annuncia la sospensione per 90 giorni dei dazi contro il resto del mondo, esclusa la Cina. L’S&P 500 balza quasi del 10%, il Nasdaq oltre il 12%.

Non solo: la Trump Media & Technology Group (il cui ticker in borsa è DJT, come le iniziali del presidente) vola del +22,67% in quella sola giornata, facendo guadagnare alla quota di Trump nella società oltre 415 milioni di dollari. Il confine tra comunicazione presidenziale e insider trading non è mai sembrato così sottile. La comunità finanziaria globale rimane sbalordita. Senatori democratici come Elizabeth Warren e Chuck Schumer scrivono alla Securities and Exchange Commission chiedendo un’indagine formale per stabilire se persone vicine alla Casa Bianca, compresi familiari del presidente, fossero a conoscenza in anticipo della pausa sui dazi.

Ma il fenomeno non si ferma lì. Il caso si ripete a marzo 2026, stavolta legato alla guerra contro l’Iran. Il Financial Times ha documentato come, il lunedì mattina del 23 marzo, tra le 6:49 e le 6:50, ora di New York, quindici minuti prima dell’annuncio di Trump su una presunta tregua con Teheran, siano stati scambiati 6.200 contratti futures sul Brent e sul West Texas Intermediate per un controvalore di 580 milioni di dollari. Volume insolito, orario anomalo, precisione quasi chirurgica. O qualcuno ha avuto un colpo di fortuna straordinario, oppure era in possesso di informazioni riservate.

Il caso Maduro aveva già acceso un campanello d’allarme. Il 2 gennaio 2026, sulla piattaforma di scommesse Polymarket, la piattaforma online di “previsione dei mercati” che permette di scommettere su tutto, dallo sport all’esito di un referendum fino all’inizio di un conflitto, un singolo operatore trasformò circa 32.000 dollari in oltre 400.000 scommettendo sull’arresto del presidente venezuelano Nicolás Maduro, poche ore prima che la notizia diventasse pubblica. Pochi giorni dopo, secondo un’analisi del New York Times, oltre 150 account anonimi di Polymarket piazzarono centinaia di puntate su un attacco americano all’Iran entro il giorno successivo, poco prima che l’attacco avvenisse davvero. Immediatamente dopo i medesimi account scomparvero nel nulla.

Come ha osservato il senatore democratico Chris Murphy: «Quelle persone avevano informazioni interne, probabilmente dalla Casa Bianca. Chi è stato? Trump? Un membro della sua famiglia? Un membro dello staff? Una corruzione sbalorditiva». 

Secondo Forbes, il patrimonio personale di Trump è passato da 3,9 miliardi di dollari nel 2025 a 6,5 miliardi nel febbraio 2026. Un’inchiesta del New York Times aveva stimato che lui e la sua famiglia, tra accordi, donazioni e operazioni in criptovalute, avessero accumulato 1,4 miliardi in appena un anno dalla seconda inaugurazione. Nel frattempo, l’iniziativa della famiglia Trump nel settore crypto ha generato ulteriori miliardi, e i figli Eric e Donald Jr. hanno investito in aziende di droni che competono per contratti con il Pentagono, lo stesso Pentagono che decide quali guerre combattere. 

A dissipare ogni dubbio sul modo in cui l’amministrazione guarda al conflitto ci ha pensato lo stesso Trump. Di fronte alle crescenti preoccupazioni degli americani per l’impennata del prezzo della benzina, diretta conseguenza della guerra con l’Iran, il presidente ha risposto con una logica disarmante: «Gli Stati Uniti sono il più grande produttore di petrolio al mondo, quindi quando il prezzo del petrolio sale, noi facciamo un sacco di soldi». Un “noi” che suona ambiguo: si riferisce al Paese, all’industria petrolifera, o a chi, come lui, ha interessi finanziari direttamente esposti alle oscillazioni del mercato energetico? La domanda rimane aperta. La risposta, forse, è già nei numeri.

Mentre sui mercati si contano i guadagni in milioni, in Iran si contano i morti. Il 28 febbraio 2026, nel primo giorno degli attacchi congiunti USA-Israele contro Teheran, un missile ha colpito la scuola elementare femminile Shajareh Tayyebeh di Minab, nella provincia di Hormozgan, durante l’orario scolastico. Secondo i media statali iraniani, le vittime sarebbero circa 180, in larga parte bambine. L’UNESCO ha condannato l’attacco. L’UNICEF ha denunciato che in tutto il teatro di guerra, al 31 marzo 2026, oltre 340 bambini erano stati uccisi e migliaia feriti.

A questi numeri si aggiunge il costo economico per la popolazione mondiale. Il commissario europeo all’energia Dan Jorgensen ha dichiarato che i prezzi nell’UE sono aumentati di circa il 70% per il gas e del 60% per il petrolio in trenta giorni di conflitto, per un costo aggiuntivo già di 14 miliardi di euro. Negli stessi giorni, la benzina americana è salita del 30%. L’OCSE ha tagliato le previsioni di crescita globale. Secondo le Nazioni Unite, l’escalation militare potrebbe costare alle economie della regione tra il 3,7 e il 6% del PIL collettivo, una perdita stimata tra 120 e 194 miliardi di dollari e spingere fino a quattro milioni di persone in più nella povertà.

Un conflitto che al diciassettesimo giorno era già costato ai contribuenti americani oltre 22 miliardi di dollari, più di un miliardo al giorno, mentre una petizione intitolata Not One Dime for Trump’s War raccoglieva firme per chiedere al Congresso di bloccare ulteriori finanziamenti a un’azione militare «non autorizzata».

Quello che rende la situazione ancora più preoccupante è che, in parallelo ai sospetti di insider trading, l’amministrazione Trump ha sistematicamente smantellato gli strumenti istituzionali creati per rilevare queste frodi. La Public Integrity Section del Dipartimento di Giustizia, nata dopo il Watergate per perseguire i funzionari corrotti, è stata ridotta da 36 a soli 2 avvocati e privata dell’autorità di aprire nuovi casi.

La responsabile delle indagini della SEC, la Securities and Exchange Commission, l’ente federale statunitense preposto alla vigilanza delle borse valori, si è dimessa dopo che i vertici le avrebbero impedito di perseguire casi legati alla cerchia presidenziale. Secondo Public Citizen, un’organizzazione no-profit americana di vigilanza civica, nel 2025 l’amministrazione Trump ha cancellato 159 azioni federali contro 166 aziende: più di 30 di esse avevano fatto donazioni per l’insediamento di Trump. Si tratta di un conflitto di interessi sistemico. 

Di fronte a questo quadro, la domanda che emerge non è solo giuridica. Non riguarda soltanto se i contratti futures siano stati acquistati illegalmente o se qualcuno risponderà davanti a un tribunale. La domanda è più profonda: abbiamo costruito un sistema in cui la guerra può essere, consapevolmente o meno, uno strumento di arricchimento personale? In cui le decisioni che costano la vita a bambini nelle scuole dell’Iran possono simultaneamente far guadagnare centinaia di milioni a chi siede al centro del potere?

L’ipotesi più inquietante, è che il filo non vada solo dal potere ai mercati, ma anche nella direzione opposta: che non siano solo le decisioni politiche a generare guadagni finanziari, ma che la ricerca stessa del profitto possa essere tra le motivazioni che alimentano crisi, dazi e guerre.

La Dottrina sociale della Chiesa ha sempre denunciato l’economia che «uccide», la speculazione fine a sé stessa, il primato del profitto sulla vita umana. Papa Francesco lo ha ripetuto in ogni suo discorso sulla pace: la guerra non è mai una soluzione, e chi ne trae vantaggio economico porta una responsabilità morale che va oltre la legalità formale. Papa Leone XIV, il 28 marzo scorso, a Monaco, ha ribadito: «Le guerre non sono altro che frutto dell’idolatria del potere e del denaro».

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