Bombe chimiche in città

A tonnellate le sostanze tossiche inabissate nei mari e sepolte nei terreni.
Attività di bonifica del fondale

Oltre 13 mila proiettili e 438 barili, contenenti sostanze tossiche, sono inabissati nel golfo di Napoli e nel mare intorno all’isola d’Ischia, 4.300 bombe all’iprite e 84 tonnellate di testate all’arsenico nel mare antistante Pesaro. Sono alcuni degli ordigni prodotti dall’industria bellica italiana dagli anni Venti fino alla fine della Seconda guerra mondiale. Lo rivela Legambiente presentando a Roma il dossier "Armi chimiche: un’eredità ancora pericolosa".
Nell’Adriatico sono inabissati circa 30 mila ordigni, di cui 10 mila nel porto di Molfetta e di fronte a Torre Gavetone, a nord di Bari. Ordigni inquinanti che nessuno vorrebbe avere nel proprio territorio.
Ci sono poi i laboratori e i depositi di armi chimiche della Chemical City vicino Viterbo e l’industria bellica nella Valle del Sacco a Colleferro. Infine, sono migliaia le bomblet, piccoli ordigni derivanti dall’apertura delle bombe a grappolo, sganciati dagli aerei Nato sui fondali marini del basso Adriatico durante la guerra in Kosovo.
Alcuni documenti militari americani parlano del golfo di Napoli e di Ischia come siti per lo smaltimento di arsenali chimici. Durante la presidenza Clinton, si decise di rendere pubblici gli atti ma, dopo l'attentato alle Torri Gemelle, George Bush impose di nuovo il segreto.
 
Legambiente ha lanciato l’allarme sulle sostanze tossiche rilasciate da questi ordigni, che, come afferma Stefano Ciafani, vicepresidente di Legambiente, «causano gravi danni all’ecosistema della penisola italiana e alla salute delle popolazioni locali. Si tratta di cimiteri chimici che rilasciano sostanze killer dannosissime come arsenico, iprite, lewsite, fosgene e difosgene, acido cloro solfonico e cloropicerina».
L’associazione ha perciò aderito al Coordinamento nazionale bonifica armi chimiche, per richiedere la bonifica di questi siti e per denunciare queste situazioni.
Un dato confortante però arriva dall’Arpam Marche (Agenzia regionale per la protezione all’ambiente), che nel luglio scorso ha dato il via alla prima campagna di monitoraggio sui sedimenti marini senza riscontrare valori al di sopra delle soglie stabilite.
Oltre ai siti inquinati di cui si conosceva già l'esistenza, l'indagine dell'associazione ambientalista ne ha individuati altri sulla base di diversi documenti militari. Ad oggi però non risulta che siano state svolte indagini accurate per localizzarli esattamente e quantificarne il materiale pericoloso.

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