Bombe. Anzi pane

Anche i guerrafondai più accaniti l’hanno ormai capito: è inutile distruggere l’umanità più di una volta. Perciò, fatti un po’ di calcoli, verificato che di testate nucleari ce ne sono troppe e che mantenerle in efficienza e sicurezza costa un sacco di soldi, hanno deciso di distruggerne un po’. Accordi in questo senso sono stati siglati anni fa, insieme al più generale Trattato di non proliferazione che cerca di evitare l’estendersi ad altri paesi della tecnologia nucleare militare, pericolosa specialmente in questi anni in cui più virulenta è la piaga del terrorismo. Megatons to Megawatt Ma non è così facile sbarazzarsi del materiale radioattivo delle bombe: prima di decadere spontaneamente e diventare innocuo, deve essere conservato per millenni. Lo stesso problema c’è per la gestione delle scorie delle centrali nucleari che, o si riciclano con costosissime e delicate lavorazioni, o si chiudono in caverne profonde lasciandole in eredità ai nostri pronipoti. Negli ultimi decenni, però, nuove idee e tecnologie sono state messe a punto: in pratica l’uranio molto concentrato (al 90 per cento) delle bombe nucleari può essere diluito con il combustibile ormai consumato proveniente dalle centrali nucleari, fino ad ottenere la concentrazione richiesta del 4 per cento: a questo punto l’uranio così trattato può essere usato di nuovo come combustibile per le centrali nucleari civili. L’idea è geniale perché si ottengono in un colpo solo molti risultati: si eliminano testate nucleari, riducendo tra l’altro il pericolo che gruppi terroristici se ne impadroniscano. Si riciclano le scorie delle centrali nucleari, svuotando i magazzini e risparmiando i costi di stoccaggio per millenni. Si aumenta l’uranio disponibile per usi pacifici, risparmiando soldi per l’approvvigionamento. Si diminuisce infine il costo di produzione della energia elettrica, riducendo contemporaneamente l’inquinamento da anidride carbonica conseguente all’utilizzo di carbone e petrolio. Con il programma Megatons to Megawatt, Stati Uniti e Russia hanno già convertito 9 mila testate di missili nucleari in energia elettrica per i loro paesi. Considerando che il contenuto energetico dell’uranio è molto superiore a quello del petrolio, altre 60 mila testate potrebbero essere smantellate e convertite nei prossimi anni nell’equivalente di 3 milioni di tonnellate di petrolio e quindi coprire il fabbisogno energetico di tutto il pianeta terra per due anni! Megatons to Development Da qui deriva l’idea del Comitato per una civiltà dell’amore (vedi riquadro), idea molto semplice e concreta: convincere Stati Uniti e Russia a far partecipare anche i paesi in via di sviluppo ai vantaggi della conversione. In pratica il programma Megatons to Megawatt si trasformerebbe in Megatons to Development: il dividendo economico ricavato dalla conversione verrebbe gestito direttamente dall’Onu che, ripagate a Stati Uniti e Russia le spese vive di conversione, potrebbe utilizzare il rimanente per progetti di sviluppo nei paesi bisognosi. Fatti i calcoli si tratterebbe di qualcosa come 460 milioni di dollari disponibili ogni anno per 10 anni! Questo significa centinaia di migliaia di microprogetti concreti, in un momento in cui si fa fatica ad aumentare i contributi per abbattere povertà e fame. E non solo: se è vero che l’aspettativa di vita media è direttamente proporzionale all’energia disponibile pro capite in loco, si potrebbero trovare anche modi nuovi per portare energia elettrica direttamente ai paesi che non hanno proprie centrali disponibili. Insomma nuovi modi per cooperare e condividere, su scala planetaria. L’idea del Comitato è importante infatti non solo perché offre un vantaggio immediato e concreto ai paesi bisognosi, non solo perché crea un forte legame tra disarmo e sviluppo, ma anche perché immette nei circuiti ufficiali della cooperazione internazionale l’idea, il seme della fraternità. Abitua cioè, anche a livello di stati ed organizzazioni internazionali, a pensare ed agire in grande, considerando i popoli del mondo come fratelli con i quali condividere gioie e dolori, risorse ed innovazione, sforzi e speranze. Come diceva Alcide De Gasperi: L’amore, tradotto nella relazione tra i popoli e nella collettività, significa fraternità. Tra disarmo e solidarietà Giuseppe Rotunno, ingegnere nucleare, è il segretario nazionale del Comitato per una civiltà dell’amore. Lo intervisto mentre siamo seduti in un caffè vicino alla stazione Termini. Lei è un po’ l’animatore del Comitato. Come è cominciata la vostra storia? Nel 1986 l’incidente di Cernobyl ha fermato il nucleare in varie parti del mondo, soprattutto in Italia. Ne è seguito un esame di coscienza globale, relativo non soltanto al nucleare, ma allo stile di vita, al modello di sviluppo da adottare, con la povertà galoppante nel mondo. Eravamo un piccolo gruppo di amici, ingegneri nucleari, tecnici e anche missionari; e ci siamo detti: perché non fare anziché parlare? Abbiamo individuato dei microprogetti suggeriti dai missionari, tipo un pozzo, i banchi per la scuola, l’ambulatorio in un villaggio del terzo mondo, le adozioni a distanza, e abbiamo cominciato ad elaborarli prima ancora di costituirci come associazione formale. Nel 1986 infatti non c’era ancora la legge del volontariato. Abbiamo chiesto aiuto innanzitutto ai pubblicitari perché potevano comunicare alla gente l’idea che si poteva fare qualcosa di concreto, partecipando a microprogetti fattibili subito perché dal costo limitato, circa 500 mila lire allora, oggi 250 euro. Grazie alla loro adesione gratuita, abbiamo lanciato la campagna Contro la fame cambia la vita primo passo della strategia per una civiltà dell’amore. Da allora abbiamo portato a termine più di 22 mila realizzazioni in 40 nazioni. Invece l’idea della conversione delle armi nucleari come è nata? Quando ti trovi a contatto con i poveri, e io ho sperimentato personalmente cosa significa la povertà, capisci che lo sviluppo va costruito in modo serio, non facendo il pozzo di giorno e bombardando di notte lo stesso villaggio. Per garantire qualcosa che rimanga nel senso evangelico del termine, come ingegnere nucleare ancora convinto che questo tipo di energia possa essere utile a fini di pace ho sentito di mettere in moto anche le mie capacità professionali, insieme a quelle dei miei amici. Nel 1987, appena firmato l’accordo di disarmo nucleare tra Russia ed America, siamo andati da Edoardo Amaldi, ancora in vita a quell’epoca, per discutere sul modo migliore di distruggere gli arsenali nucleari. Amaldi è stato uomo di pace, non voleva l’atomica di Hiroshima e Nagasaki, non è andato in America o in Russia a costruire la bomba, ma è rimasto in Italia. Volevamo la sua approvazione e il suo consiglio: lui come fisico sapeva che le armi nucleari potevano essere eliminate in modo efficace solo usandole come combustibile nei reattori nucleari, ma non aveva idea di quanto grande fosse il beneficio possibile. Questa possibilità di riconversione delle armi l’avevano ipotizzata anche gli americani e i russi, noi però l’abbiamo affrontata da ingegneri anziché da fisici, verificando concretamente quanta energia di pace potesse essere ricavata da un’operazione di questo tipo. Con l’aiuto delle industrie nazionali e del governo italiano abbiamo realizzato il primo studio al mondo sull’argomento, presentandolo nel 1992 in un simposio internazionale a Roma inaugurato da Giovanni Paolo II: c’era anche il ministro russo con alcuni generali e autorevolissimi scienziati americani. Quindi il progetto Megatons to Megawatt l’avete ideato voi… Esatto: solo ideato. È nato poi da Russia e Stati Uniti un mese dopo quel simposio, ed è stato firmato a febbraio ’93. Da allora abbiamo fatto una serie di convegni, coinvolgendo autorità politiche, ambasciatori, aziende pubbliche e private, organizzazioni sociali, politiche e religiose, mentre le superpotenze avviavano la conversione delle prime testate nucleari in disarmo. Ma riuscirete a convincere Russia e America a distribuire questo risparmio anche ai paesi in via di sviluppo? Proprio alcuni giorni prima del nostro ultimo convegno ad Assisi, Megatons to Development il 15 ottobre 2005, nell’ambito dell’assemblea generale dell’ Aiea a Vienna è stata presentata la proposta americana, appoggiata dai russi, di costituire una Banca mondiale del combustibile arricchito, come quello derivante dal disarmo nucleare, a disposizione di tutti gli stati del mondo per usi pacifici. Quindi non più un discorso interno a Russia e Stati Uniti, ma un’apertura e soprattutto nuove risorse dal disarmo allo sviluppo dei paesi poveri. L’ultima iniziativa, per ora, sono le microimprese… L’idea è trasferire il microprogetto sul piano del lavoro e dell’impresa: il sud del mondo ha bisogno di interventi capillari anche nell’organizzazione del lavoro. Per cui, sempre appoggiandoci ai missionari che gestiscono scuole professionali di base, rileviamo le varie necessità come creare iniziative per parrucchieri, sarte, falegnami, ristoratori, servizi di computer. Dopo di che imprenditori italiani trascorrono con loro un periodo di tempo durante il quale insegnano la gestione della azienda, il recupero dei materiali ecc. Con solo 2.500 euro riusciamo a creare una microimpresa, passando dalla semplice assistenza all’autosufficienza. Evitando anche la colonizzazione culturale che spesso portano le imprese multinazionali col loro mordi e fuggi, perché li aiutiamo a costruire imprese semplici, proprio del tipo che serve a loro. Si tratta spesso di dare suggerimenti organizzativi e di gestione; cose che laggiù sono fondamentali per superare problemi apparentemente insormontabili. In questo modo potrebbe esserci un esito positivo anche della crisi nucleare coreana, dal disarmo nucleare allo sviluppo, come ha auspicato l’ambasciatore della Corea del Sud intervenuto ad Assisi. E per l’uomo Giuseppe Rotunno cosa significa questa riconversione di bombe in pane? Sicuramente il Padreterno ha creato tutti i tipi di energia, anche quelli che non conosciamo, per il bene. Se oggi, davanti al rischio di apocalissi nucleari, anche accidentali, riusciamo a convertire strumenti di morte in strumenti di vita per milioni di bambini, donne e giovani che cercano un futuro di lavoro senza essere costretti ad emigrare, allora la professionalità di tanti ingegneri nucleari come me non è stata inutile

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