Bollani suona Gershwin

Concerto in fa per pianoforte e orchestra. Roma, Accademia Nazionale Santa Cecilia.
Stefano Bollani

Nel 1925, dopo Rhapsody in Blue, a 27 anni, George nato a Brooklyn (ma di famiglia russa) compone questo concerto. Vuole creare il “jazz sinfonico”, farsi accettare dalla musica colta, in polemica con lui, e ci riesce. L’intelligenza, la fantasia, la melodia scintillante non gli mancano, e pure l’ambizione. Ed ecco il concerto nei classici tre tempi: Allegro Adagio Allegro. Che vitalità! Apre, e chiude con una trionfante e prolungata esplosione delle percussioni, espone i suoi temi, variandoli con i colori degli ottoni e con ritmi sincopati che fanno fremere (e divertire) l’orchestra. Nell’Andante centrale inventa un giovanotto che fischia per le strade cittadine nella notte, uno di quei momenti in cui l’aria “americana” si esprime a fior di pelle in quel misto di calore e di libertà tipico dell’ottimistico “nuovo mondo”.

Stefano Bollani, icona jazz, spazia sulla tastiera come un folletto, batte il tempo con i piedi, segue con il corpo l’orchestra guidata dall’eclettico James Conlon, e poi scivola sulle dita rapidissime le fantasie di Gershwin che si diverte un mondo. Il pubblico costringe Bollani a tre bis di jazz “contenuto”: ma liberante.

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