Definire cosa sia realmente il Board of peace (Consiglio per la pace), annunciato in settembre e proclamato a Davos, il 22 gennaio 2026, dal presidente Usa Donald Trump è un’impresa ai limiti dell’impossibile. Forse sarebbe più facile tentare di raccontare cosa Trump pretende che sia, ma anche questo può risultare non facile. Sia per le ambiguità insite nella carta firmata a Davos che per le opinioni ondivaghe del presidente americano. Di fatto qualcosa di buono il solo annuncio del Board potrebbe averlo già prodotto, se non altro per la relativa riduzione del numero di palestinesi morti a Gaza, e per il coinvolgimento intorno al progetto di una ventina di Paesi, soprattutto mediorientali (una decina), ma anche europei (4), cetroasiatici (3), asiatici (2) e sudamericani (1). Oltre naturalmente, anzi soprattutto, agli Usa.
Lo scopo dichiarato del Board of peac trumpiano sarebbe la gestione della Striscia di Gaza pacificata (dopo che Hamas si sarà arreso, in che modo non è importante). Ma è evidente l’intenzione di Trump di dar vita a qualcosa di molto più ampio. Perfino il logo del Board rivela l’intenzione di una Onu alternativa per gestire conflitti e pacificazioni in giro per il mondo. Il logo del Board of peace presentato a Davos è una sorta di fotocopia del noto scudo onusiano azzurro circondato da due ramoscelli d’ulivo, con la differenza che nello scudo dell’Onu in mezzo ai ramoscelli c’è un mappamondo mentre in quello del tutto simile del Board di Trump ci sono gli Stati Uniti.
L’idea di un Board concepito come sostitutivo dell’Onu è stata messa in luce in particolare dal Times of Israel, che ha rilevato come nel documento firmato a Davos la parola “Gaza” non sia presente. Si cita, è vero, l’approvazione del Board da parte del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, di novembre 2025, senza però specificare che quella approvazione riguardava unicamente Gaza ed aveva una scadenza prevista alla fine del 2027.

Donald Trump alla Knesset insieme a Benyamin Netanyahu, 13 ottobre 2025. ANSA/US
D’altro canto lo “statuto” del Board è molto esplicito anche sulla paternità e “proprietà” della nuova istituzione: la presidenza è attribuita al promotore dell’iniziativa, Donald Trump (come persona, non come presidente Usa), che convoca le riunioni e approva gli ordini del giorno; è Trump a selezionare i membri del Board su invito; è sempre Trump a sospendere o rimuovere i membri se lo ritiene necessario; ed è Trump che può bloccare le delibere che non ritiene opportune. Tra parentesi, la presidenza di Trump non è elettiva e non ha limiti di mandato. Insomma, il ruolo di Trump sarebbe una sorta di rivisitazione moderna che somma le prerogative di un imprenditore e quelle di un sovrano (non costituzionale).
Un esempio interessante di licenziamento è la messa alla porta del Canada, in un primo tempo invitato, dopo le critiche espresse dal primo ministro canadese Mark Carney: «Caro premier Carney, vi prego di far sì che questa lettera serva a rappresentare che il Consiglio di pace sta ritirando il suo invito riguardo all’adesione del Canada a quello che sarà il più prestigioso consiglio dei leader mai riunito, in qualsiasi momento». Apparso su Truth, senza ulteriori formalità ritenute inutili.
Cosa ne sarà di Gaza nella vision trumpiana: è il sogno del resort quello che torna fuori prepotentemente, la famigerata Gaza-Riviera. Commento fatto da Trump a Davos: «Sono un esperto di immobiliare e per me la posizione è tutto. E ho pensato: guardate questa posizione sul mare, guardate questo splendido pezzo di proprietà, cosa potrebbe rappresentare per così tante persone. Sarà davvero, davvero fantastico».
Il genero e fidato collaboratore Jared Kushner ha quindi tirato fuori mappe e slide della Nuova Gaza, con grattacieli svettanti sul lungomare: un progetto da 25 miliardi di dollari da realizzare in tre anni. Per fare rapidamente posto al “sogno” non c’è bisogno di scavare troppo, basta levare di mezzo le persone e spingere in mare le attuali macerie (comprensive di morti palestinesi insepolti e bombe israeliane inesplose).
Pungente l’ironia dell’ex sodale, ex finanziatore nonché ex ministro della prima ora del governo Trump2, Elon Musk. Con un gioco di parole definisce il “Board of peace” di Trump un “Board of piece”. Espressioni che in inglese si pronunciano allo stesso modo. Il “Consiglio per la pace” diventa così un “Consiglio per l’appezzamento”. Sottinteso: di terreno.
Per quanto riguarda l’Italia, mi sembra una “bella fortuna” quella di avere una cosa che si chiama Articolo 11 della Costituzione della Repubblica, che recita: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.
L’inciso: “In condizioni di parità con gli altri Stati” ci potrebbe salvare dall’aderire al Board of Peace. Perché lì di parità se ne vede ben poca.