Blue whale, la sfida horror

Sono mamma di un quindicenne. Ho sentito parlare della pratica horror “Blue whale”. Come proteggere i nostri figli?

Sono mamma di un quindicenne. Ho sentito parlare della pratica horror “Blue whale”. Come proteggere i nostri figli? Sara

Livorno, 7 marzo 2017. Un volo, lo schianto sul cofano di un’auto parcheggiata in piazza Roma, tra centro città e lungomare. Poi il buio.

Questa è la fine di un quindicenne, studente del primo anno al liceo, famiglia bene, sportivo e appassionato di chitarra. Forse un po’ schivo, ma come lo sono tanti a quell’età. Si è ucciso lanciandosi dal 26° piano del palazzo più alto di Livorno. Forse un caso in Italia di “Blue whale” (balena blu). In Russia si ipotizza che questo horror-game abbia provocato il suicidio in 157 casi. Si rifà all’uso della balena di lasciarsi morire sulla spiaggia.

L’adescamento arriva in Rete attraverso i social. Si  viene  poi  affidati ad un tutor che per 50 giorni fornisce istruzioni sempre più perverse, come svegliarsi alle 4.20 di notte per disegnare con un punteruolo una balena sul proprio braccio, oppure provocarsi ustioni sul corpo,  fino  all’atto finale del suicidio. Tutto filmato e immesso in Rete. È la mania del selfie portata all’estremo in un vuoto di senso: un lacerante grido di solitudine, sommerso da comunicazioni esclusivamente virtuali.

L’unico vero antidoto è un dialogo profondo, un accompagnamento intelligente e non ossessivo dei figli. Occorrono iniezioni di sano coraggio per abbandonare il selfismo, uscire da sé per donarsi agli altri. Soprattutto occorrono adulti capaci prima di tutto di essere attenti ai “segnali” dei figli, poi di esprimere una nuova «capacità propositiva per indicare strade di felicità» (AL 38), attraverso relazioni significative e cibo buono per l’anima.

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