Bloccare il mercato delle bocche da fuoco

Non c’è bisogno di scomodare gli eserciti regolari. Tanto meno aspettarsi dichiarazioni ufficiali di guerra tra stato e stato. Nel commercio internazionali delle armi non si guarda per il sottile: vanno bene anche i conflitti interni ad un paese, gli scontri etnici, gli attacchi terroristici. Se poi si riesce in qualche modo a tirare in ballo il fattore religioso, tanto meglio. Può essere garanzia di maggiore durata della vicenda bellica e di allargamento degli scontri. L’importante è che si spari e si bombardi, si lancino granate e missili, si faccia ricorso agli esplosivi. Insomma, si tenga vivo il mercato, non importa a quale prezzo di morti. Perché, come ricordava il piazzista d’armi interpretato da Alberto Sordi, “finché c’è guerra, c’è speranza “. Speranza di grandi affari (leciti e loschi) e la certezza di trovarsi in mezzo a ingenti flussi di denaro. Come in ogni altro settore del commercio, anche qui non mancano i mediatori d’armi. Figure capaci di trattare un carico d’esplosivo come se si trattasse di una innocua partita di legname. Essi non toccano nulla, beninteso, né sporcano i loro abiti di buon taglio. Semplicemente, raccordano fornitore ed acquirente, predisponendo l’organizzazione della vendita e del trasporto, facilitando le procedure di sdoganamento alle frontiere e appianando gli ostacoli. Sembrerebbe quasi un servizio umanitario. Ma tutt’altro che disinteressato. Realizzano infatti altissimi guadagni, anche perché è attraverso di loro che si compiono le triangolazioni più sporche per evitare gli embarghi e far giungere in qualsiasi paese bocche di fuoco e munizioni richieste. Il fenomeno dei mediatori ha avuto una crescita formidabile negli ultimi anni a motivo dell’ampia disponibilità di armi nei paesi dell’Est europeo, lasciate in eredità dai dissolti regimi comunisti. Solo in alcuni paesi (Usa, Svezia, Germania, Olanda, Lussemburgo) esistono norme che limitano il potere di questi uomini, ma non esistono leggi a livello internazionale. Del resto, nessuno ha interesse a mettere in piedi dei vincoli. Né i venditori, né gli acquirenti. E questi non sono boss malavitosi e faccendieri senza scrupoli, ma i governi degli stati, quelli più avanzati e quelli poveri, quelli di sicura democrazia e quelli di solida ferocia. Nel gran mercato degli ordigni di morte, non si fanno differenze. E i governi sono i veri protagonisti – altro che i mediatori – delle vendite e degli acquisti. È uno degli aspetti più realistici del realismo della politica: si vendono armi e poi gli stessi esponenti fanno proclami di pace nelle assisi internazionali. Lo scorso 3 giugno, ad esempio, sono state approvate definitivamente dal parlamento italiano alcune modifiche alla legge 185 del 1990, un testo maturato dopo lunga gestazione e frutto dell’apporto di quanti avevano a cuore la pace, mondo cattolico incluso. Fu un grande risultato e fu salutata come un provvedimento d’avanguardia. Fin troppo, secondo molti esponenti politici dei due schieramenti. Tanto che, a distanza di tredici anni ne è stata ridotta la portata. La nuova disciplina adesso attenua le forme di controllo sulle esportazioni italiane d’armamenti. Ciò significa che non verranno resi noti né la destinazione, né l’uso finale dei sistemi d’arma alla cui coproduzione, in ambito europeo o Nato, parteciperanno le imprese italiane. Il governo italiano, inoltre, non sarà più obbligato a presentare la relazione annuale sulle esportazioni autorizzate, lasciando perciò nel silenzio eventuali equivoche operazioni, soprattutto perché le armi potranno ora essere esportate (finora vigeva il divieto) anche in paesi dove sono registrate violazioni dei diritti umani, purché “non gravi”. Chi accerterà e deciderà della “non gravità”? L’impatto negativo delle modifiche alla legge 185 sarebbe stato superiore se non ci fossero stati l’impegno e la pressione delle oltre 50 associazioni della società civile (dalle Acli all’Archivio Disarmo, da Medici Senza Frontiere a Pax Christi, a Rete Lilliput) che avevano dato vita alla “Campagna contro i mercanti di morte”. Sono stati accolti perciò sei emendamenti al disegno di legge proposto dal governo, tra cui quello relativo alle garanzie di trasparenza e controllo sulle transazioni bancarie. Perché tutto questo? Semplicemente perché si trattava di ratificare il cosiddetto Accordo di Farnborough relativo alle misure per facilitare la ristrutturazione e le attività dell’industria europea per la difesa, ed anche sulla produzione e il commercio delle armi. La 185 risultava perciò troppo avanzata (cioè restrittiva) e impediva all’Italia di restare l’Italia al passo con gli impegni europei e con la logica internazionale successiva all’11 settembre 2001. Da allora, infatti, in nome della sicurezza interna e mondiale, il mercato della morte vive un periodo di grande floridezza. Al centro delle operazioni commerciali non ci sono, comunque, le armi di distruzione di massa, sulle quali, con la recente guerra in Iraq, si è concentrata l’opinione pubblica internazionale, finendo per ossessionare tutti noi, non solo gli ispettori Onu. Non ne sono oggetto nemmeno armamenti strategici, aerei, navi, elicotteri e missili. Si tratta piuttosto delle cosiddette armi “leggere” – quelle di cui non si parla quasi mai -, ma che sono il pezzo forte nella maggioranza dei conflitti sul pianeta. Esse comprendono pistole, fucili e mitra, ma pure lancia missili e mitragliatori trasportabili, lancia granate portatili, mortai antiaereo e antimissile con un calibro fino a 100 mm. Questi “giocattoli” sono i più diffusi al mondo. Secondo un studio Onu, ne sono attualmente in circolazione 500 milioni di pezzi (uno ogni dodici persone, sob!) e sono state utilizzate in 46 dei 49 principali conflitti che dal 1990 ad oggi. Le armi leggere – puntualizzano gli esperti – non sono, ovviamente la causa dei conflitti, che hanno origini di diversa natura. Ma a motivo della loro facile reperibilità e trasporto, dei costi contenuti per l’acquisto e la manutenzione, della loro grande diffusione e, non ultimo, della conseguente difficoltà di porle sotto controllo, esse finiscono per facilitare l’esplodere e il perdurare della violenza. Le crisi prolungate e le ripetute, gravi violazioni dei diritti umani sono spesso all’origine delle guerre guerreggiate. Ce lo ricordano, negli anni più recenti, il Kosovo, Timor Est e il continente africano, dal Sudan all’Angola, dal Burundi al Congo. Tali conflitti, spesso ignorati dai mezzi di comunicazione e dall’opinione pubblica dei paesi occidentali (venditori di quelle armi) sono combattuti proprio con “strumenti leggeri”, in possesso sia degli eserciti governativi, che di truppe irregolari. La conseguenza è una duratura instabilità della regione e un impoverimento di quelle economie già prostrate. Amnesty International fa presente, ad esempio, che i picchi di esportazione (anche italiana) nel 1994 verso il Congo e nel ’97 verso l’Eritrea hanno preceduto lo scoppio di conflitti. In Sierra Leone, l’accordo di pace, firmato dopo otto anni di guerra civile, stenta ad essere attuato e la forza internazionale di pace non riesce a garantire la protezione della popolazione civile proprio a causa della grande quantità di fucili e mitra disponibili. Nella poco nobile classifica dei principali esportato di armi leggere, l’Italia è al terzo posto, preceduta da Stati Uniti e Gran Bretagna. Come opporsi a questo circuito di morte? Subito dopo la prima guerra del Golfo, quella del 1991, fu creato il Registro Onu delle armi convenzionali. Ogni stato che vi aderisce deve comunicare annualmente le vendite e le importazioni di grandi sistemi d’arma (carri armati, aerei, navi da guerra…). L’a- desione, tuttavia, non è obbligatoria e gli stati non sono tenuti a fornire dichiarazioni complete e veritiere. A cosa serve allora? Qualcosa di più è stato fatto a livello di Vecchio continente. Nel 1998 è stato varato un Codice di condotta dell’Unione europea relativo alle esportazioni di armi. Ma, come si vede, sono delle inoffensive barriere di carta contro un fiume in piena di armi e denaro. Sembra che non ci sia spazio per alcuna iniziativa che voglia regolare a livello internazionale il commercio delle armi. In molte parti del mondo gruppi e associazioni a favore della pace sono impegnati a far da coscienza critica ai governi nazionali e alle istituzioni internazionali. Ma l’impresa è tutt’altro che facile. Per questo è stata accolta con piacere la proposta di 18 premi Nobel per la pace di un Codice di condotta internazionale sui trasferimenti di armi. Il progetto prevede che le vendite di tutte le armi, incluse le leggere, non debbano essere consentiti se lo stato importatore non rispetta tanto i diritti umani, quanto il diritto umanitario internazionale e la promozione della sviluppo umano. Riusciranno nell’intento? Dipenderà dall’opinione pubblica internazionale e dal suo eventuale appoggio. Ma per sostenere, è necessario conoscere. E su questi temi l’informazione latita sempre troppo. Nel semestre italiano di presidenza del Consiglio dell’Unione europea, il nostro governo sarà interpellato anche su questo delicato tema. Potrebbe rendere vincolante per tutti i paesi membri il Codice di condotta europeo sul commercio delle armi e includere nei controlli anche le armi leggere. Chi crede nella pace e vuole agire da operatore non ha tempo da perdere. RUSSIA IN TESTA NELLE VENDITE Oltre 16 miliardi di dollari. Questo è l’ammontare dei trasferimenti internazionali relativi ai grandi sistemi d’arma (aerei, navi, mezzi corazzati, ecc.) avvenuti nel corso del 2001. È quanto rende noto il Sipri, l’autorevole centro studi per la pace e il disarmo di Stoccolma. Sono gli ultimi dati disponibili. Ma si sa che con la “guerra al terrorismo” massicce vendite di armi a livello mondiale si sono registrate dopo il fatidico 11 settembre 2001. Le spese per la difesa e, in particolare, per l’acquisto di armamenti di ogni genere sono aumentate in modo generalizzato. Nel 2001 (ultimi dati disponibili) si è registrato il sorpasso nelle vendite da parte della Russia (5 miliardi di dollari) sugli Stati Uniti (4,5). Seguono, con importi di poco superiori al miliardo di dollari, Francia e Gran Bretagna. Poi, Germania, Svezia, Ucraina, Cina e Italia nono esportatore mondiale di armi, con 3587 milioni di dollari. Come precisa la recente relazione del presidente del Consiglio al parlamento sulle vendite di armi italiane, i paesi Nato assorbono solo un terzo delle nostre esportazioni, mentre il 55 per cento è andato – ancora una volta – nel Sud del mondo. Con tutto quello che significa in termini di guerre dimenticate, sottosviluppo, barbarie. PRESSIONI CONGIUNTE SUI PARLAMENTI Docente di Disarmo e controllo degli armamenti all’università di Roma Tre, Maurizio Simoncelli è un esperto di geopolitica dei conflitti. “Armi leggere, guerre pesanti” (Rubbettino editore) è il suo libro più recente. È membro fondatore dell’Archivio Disarmo (www.archiviodisarmo.it), una delle più autorevoli organizzazioni non governative italiane del settore. Prof. Simoncelli,embarghi,controlli sulle esportazioni, vigilanza di flotte militari. Eppure le armi entrano ed escono senza difficoltà in ogni parte del mondo. “Certamente questo è vero. Però buone leggi di controllo delle vendite degli armamenti, da un lato, e tempestivi ed adeguati embarghi, dall’altro, sono strumenti giuridici fondamentali per poter intervenire. Il traffico delle armi ha risvolti non solo commerciali ma anche politici. E quindi ci sono pressioni politiche affinché siano effettuate vendite verso determinati paesi in guerra. Quando, tuttavia, c’è una buona legge, aggirarla è più difficile. E una buona legge è tale se risulta chiara, precisa, netta, senza lasciare spazi a molteplici interpretazioni”. E per le armi leggere? “La legge italiana 185 ha funzionato bene al riguardo, perché faceva riferimento alle armi leggere per uso bellico.Abbiamo invece scoperto che c’erano maglie troppo larghe nella rete dei controlli in una legge sulle armi ad uso civile. Non si tratta delle doppiette per i fagiani, ma armi per caccia grossa, pistole di qualità. E queste sono finite in Sierra Leone, in Algeria, nell’ex Jugoslavia”. E i controlli a livello internazionale? “L’Europa, ancora una volta, sconta i suoi ritardi.Abbiamo un Codice di condotta europeo. È, cioè, un invito, un’esortazione, non una legge. Per di più, adesso, con i recenti accordi di Farnborough, con cui è stato deciso di procedere verso una politica estera e di difesa comune, serve una legislazione omogenea, perché altrimenti l’industria va avanti per conto suo e i paesi continueranno ad operare in una logica nazionale superata. Dobbiamo assolutamente far sì che la nuova Unione europea intervenga in questo campo”. Ma è ancora tutto da fare. “In questo senso è grande l’impegno a livello europeo da parte del mondo degli operatori di pace, perché dobbiamo sviluppare all’interno della casa europea una forte sensibilità su questi temi. Non esiste ancora una campagna europea per il controllo degli armamenti, ma solo iniziative di coordinamento nate sul tema delle armi leggere”. E in sede Onu? “Le Nazioni Unite sono una fonte di auspici, di esortazioni. Niente più. È uno dei limiti strutturali. Nel luglio 2001 è stata organizzata una conferenza internazionale sulle armi leggere: da allora si sono tenuti incontri periodici, ma sono solo di tipo interlocutorio. Ci sono infatti forti resistenze da parte di alcuni paesi – tanto venditori, quanto acquirenti – a mettere sotto controllo in modo coattivo un ambito del genere”. Il quadro non è dei più confortanti. Cosa possono fare i cittadini? “Svolgere il ruolo del granello di sabbia in un macchinario molto complesso, che può bloccare gli ingranaggi di questa entità militare-industriale-politica che macina cifre pazzesche di denaro. Le forze che operano per la pace possono premere sui parlamentari, farsi sentire come opinione pubblica, chiedere che vengano varate e applicate leggi adeguate alle esigenze. Il mondo cattolico, al riguardo, è una forza enorme. E non è poco. Perché remiamo contro giganteschi interessi”.

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